Pia Rimini.
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IL GIUNCO.
Parte 2.
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1930. Casa Editrice Ceschina, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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IL GIUNCO.
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Indice di questa parte.
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PARTE TERZA: SOLITUDINE.
PARTE QUARTA: FEDE.
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Fine Indice.
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PARTE TERZA.
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SOLITUDINE.
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L'estate, l'autunno, l'inverno, la primavera, e ancora l'estate e di nuovo l'autunno. Qualche volta pare una favola; e non  che la storia della vita.
A viverle accanto, Anna pare sempre la stessa, piegata, senza voce, anche se parla e anche se ora talvolta il sorriso le sfiora le labbra infantilmente; ma Pietro che la rivide l'estate quando, dopo un anno Anna torn dal paese nella casa nuova che Maria le aveva preparata, la trov raddrizzata: come una pianta che la bufera ha spiantata, e che a poco a poco, dalle ferite dei rami, mette qualche punta d'un verde quasi grigio, ma che  pur sempre verde.
A Maria, non pare diversa se anche ora Anna acconsente a vedere gli amici, ed ha ripreso ad occuparsi della casa.
Pietro  invecchiato.
Ora che fra Anna e Pietro non c' la voce di Lisa, pesa un silenzio che l'uno e l'altra vorrebbero colmare di parole buone, di gesti affettuosi; la mano ricade, la voce si rompe.
E Maria tra quelle due tristezze, nate da un solo dolore e pure estranee fra di loro, va e viene leggera, silenziosamente.
Pietro non vuole parlare d'un tempo, perch gli par di toccare una ferita; e Anna crede che egli abbia dimenticato Lisa: la madre in lei, gli  ostile. Maria lo sente e qualche volta dice: Lisa, quasi sorridendo, perch la bambina ritorni nella casa in un sorriso. Allora Pietro abbassa gli occhi; e poi che Anna non parla, egli spera che non abbia udito, distratta nei suoi pensieri. E dietro le spalle di lui, Anna guarda Maria con un cenno di rimprovero: le pare quasi che Pietro non abbia il diritto di ascoltare. Quando c' lui, Anna  pi cupa; con Maria parla di tante cose. Esce anche sola e non vuole che Maria l'accompagni. E altre volte pare cos strana che Maria pensa che, a parlarle di Lisa, domanderebbe chi  Lisa. Ma d'un tratto pare di nuovo Anna.
Da qualche giorno Anna non parla con Pietro.
Sai perch? dice Pietro a Maria. Perch l'altra sera le ho detto che forse tra noi ci vorrebbe un bambino.
Ogni parola tra loro prende il volto di Lisa. Anna e Pietro evitano le parole: egli, per non ravvivare la pena di lei; Anna, perch Pietro le pare indifferente al suo dolore.
Qualche volta la bambina entra nella stanza e tutti insieme sussultano come se d'un tratto ne avessero uditi i piccoli passi e la vocetta squillante. E sua madre le parla. Lisa  dovunque.
Quando Maria stava fra la gente, tutti i suoi pensieri freschi, tutte le sue idee vivaci, sprofondavano in lei, si rintanavano in una confusione smemorata che diventava impaccio. Parlando, ella si ascoltava e sentiva la propria voce stonata, e il suo dire, infantile, goffo. Aveva quel senso che si ha nel rialzare gli occhi quando, entrando in una sala piena di lumi e di gente, si inciampa. E le pareva che gli altri sorridessero di lei.
Sola, per un solo uomo, avrebbe saputo essere lei: fresca e vivace, tutta scatti, ribellioni, docilit supine e balzanti fantasie; di fronte agli altri sentiva l'anima chiudersi come i fiori gelosi dell'aria; e non era timidezza: orgoglio.
Col tempo la simpatia che ella vedeva negli occhi degli uomini, cominci ad aizzare la sua vivacit. Raccontava di s, piccole cose puerili; parlava sorridendo e sentiva di diffondere il sorriso nelle parole e nei gesti; si specchiava negli occhi degli uomini. Rideva ad alta voce e rigirava gli occhi per sfuggire gli sguardi di quelli che cercavano il suo sguardo, credendo che quello sfuggire fosse civetteria.
Ma ripensando alle parole dette, le pareva di aver parlato con troppa confidenza e di aver dato agli uomini cui, lontana, pensava con diffidenza, qualche cosa di s che era come una freschezza che ella avrebbe voluto gli altri ignorassero, per poter serbarla a qualcuno.
Allora Maria s'accorse di voler serbare la sua freschezza a un uomo: all'uomo che ella avrebbe amato.
Si proponeva di non essere espansiva nelle parole, di velare di s tutto quello che era semplicit spontanea, di fare come le altre donne che nascondevano tutti i loro pensieri. Ma poi, quando sentiva che il suo parlare attirava gli uomini ella cedeva all'esuberanza impulsiva della sua sincerit; e non voleva ascoltare la voce che in lei, la rimproverava. E da questo, le sue esuberanze scattavano pi vivaci di schiettezza; e sotto gli sguardi rapaci, le pareva di sfavillare; poi, sola, subito se ne sentiva quasi macchiata.
E le pareva di aver colto e sfogliato tanti fiori di cui ora vedeva i petali sparsi, infangati e calpestati.
Tempo capriccioso, si direbbe che  primavera; e siamo d'autunno. Ieri: il sole; oggi: cielo grigio, acquazzoni e nuvoloni. Ieri nel giardinetto pubblico, sulla piazza, un albero ingiallito per ogni foglia, era il solo nel giardino che conservasse tutte le foglie; e le foglie non dicevano la tristezza del disfiorire ma, investite dal sole, stupivano per l'unit ridente del colore e prendevano un raggiare d'oro caldo e canoro, brillando di lucentezza primaverile; s che l'albero sorgeva nell'arido squallore autunnale, come se fiorito d'un tratto, per un miracolo di primavera: pareva un grande mandorlo in fiore ingiallito per un gaio capriccio o per una beffa della primavera venuta a far dispetti all'autunno.
Oggi, con questa pioggia, l'albero spicca stranamente con il suo tronco scuro, lucido d'acqua, e porta le sue foglie d'oro, gaiamente alzate a inghirlandar la malinconia del cielo nebbioso. Molte foglie gli sono cadute da ieri; ma pare non se ne accorga; forse ne patisce solo nei rami bassi che oscillano lievemente e sembrano lasciar cadere parole sommesse e un poco tristi; solo poche.
Per terra  sparsa una fiorita di foglie; sembrano petali caduti da un albero in fiore che il vento ha scosso, per gioco.
Anche nella pioggia l'albero sorride.
Ma domani?
E pure oggi sorridono anche i pensieri: cari quei piatti di ceramica rustici e freschi, con le grandi rose e i fiori vivaci, campestri, in una vetrina di faccia al portone di casa. Tutte le volte che Maria esce o rientra, vi sosta un poco, per sentir cantare dentro un'imagine chiara di speranza. Ella vede questa casa, costruita con il desiderio, fuscello a fuscello, come le rondini fanno il nido. Semplice e allegra: i piatti rustici e lucenti di contentezza, sulla tavola; e un fascio di fiori sotto il lume. Anche le tazzine ridono nella vetrina. Le tazze da caff e latte, basse, larghe dicono la freschezza dei risvegli, quando la giornata ha sapore d'inizio e vuol dire speranza.
Maria ritrova in questo i ricordi di quando era bambina e beveva il latte a grandi sorsate, per veder apparire in fondo alla chicchera una rosellina un poco sbiadita, che le piaceva poi rituffare nel latte, riabbassando la chicchera, per divertirsi tante volte a quel gioco e ritrovando tutte le volte, per la caratteristica dei bambini, la fresca meraviglia della prima volta nel farla rifiorire dietro l'orlo del latte.
Anna la chiam una mattina:
Tu non ti accorgi di niente? e sorrideva.
Di che? ma qualche cosa le trem a sommo del petto.
Pioveva; l'acqua era tenace e veniva gi obliqua a dispetto del vento, scrosciando con l'irruenza rumorosa che riempie l'aria accanto a un fiume. Anzi nell'aria opprimeva questo senso di continuit.
Anche tu devi aver capito. Anna le circond le spalle con un braccio: Con me puoi aver confidenza.
Maria taceva.
Con la pioggia, d'autunno, gli alberi e le piante al paese sembrano soffrire; in citt  diverso. Il verde lavato dallo scroscio, a confronto del grigio lucido del selciato, non  colore di tristezza, ma pare lucente di allegria. Tutte le piante esposte nei vasi sui davanzali o davanti le porte di qualche bottega sulla strada sembrano sorridere: anche noi si respira. Solo gli alberi dei giardini pubblici devono essere tristi.
Ti dispiace che te ne abbia parlato?
Maria si volse:
No. Perch?
E allora perch non dici niente?
Che cosa dovrei dire?
A me puoi dirlo: ti ha parlato?
Il nome di lui sulle sue labbra ebbe la spontaneit d'un sorriso:
Non mi ha detto niente.
Per  chiaro. Tutti l'hanno capito. Credo che si far avanti.
Solo le mani di Maria dissero una pena.
Perch deve parlarmi?  un buon conoscente; ma altro, no.
Ma tu non saresti contenta?
Allora Maria si mise tra Anna e la finestra: e mentre il suo viso contro luce s'oscurava, la sua testa acquist un rilievo cos nitido di chiarezza sulla poca luce del giorno, che Anna ebbe quasi soggezione di sua sorella.
Tu mi comprendi.
Vieni qua, mttiti accanto a me.  appunto di questo che ti volevo parlare.
Forse  bene che io parta.
Anna trasal:
Sarebbe una sciocchezza. Siedi qua. Devi pensare che io sono la sorella maggiore, quasi un poco la mamma. (Maria sorrise e Anna non sent che ella faceva come quando si sorride ai bambini per una loro ingenuit insolente che non offende.) Tu sei rimasta ancora bambina. No, non fare cos. Fidati di me. (Maria ritrasse le mani.) Si tratta del tuo avvenire. Conosco Della Porta. Quanto ti parler... non accennare a te... Anna esit a quello che  stato. Credimi, non sarebbe una colpa tacere. Sarai una buona moglie lo stesso. Perch te ne vai?
Tu credi che io potrei fare questo?
Perch no?  una fisima. Gli uomini non sono che egoisti.
Ah, no! Sono nel loro diritto. In piedi, Maria lasciava cader le parole fieramente, sdegnosa, appassionata: Ti pare che potrei vivere con lui, pensando che egli in me ama un'altra? e che io non sono quella in cui egli crede? e guardarlo negli occhi e tendergli la mano, pensando che l'inganno?
Ma se tu gli dici di quella volta Della Porta non ti sposa.
Maria pens che Anna non sapeva che di Cesco e quasi le parve buffo pensare al viso di Anna, se avesse saputo che ella, a un uomo che le avrebbe parlato onestamente, avrebbe onestamente raccontato anche di Guido.
Credi che potrei fondare la mia esistenza su una bugia?
Allora non gli vuoi bene.
Chi vuol bene non inganna.
Soffrir pi delle tue parole, perch Della Porta ti ama, di quanto soffrirebbe del tuo silenzio, se lo sapesse.
Maria le sorse di fronte, nemica:
Questo  un ragionare disonesto.
Parli senza pensare. Tutte le donne mi darebbero ragione.
No disse Maria alcune donne, forse. La donna come deve essere, no.
Ma non pensi che non puoi rimanere sola? Una donna deve avere un uomo accanto. E non pensi ai nostri genitori che vorrebbero vederti sposata?
Grazie, Anna Maria tentava di atteggiare la voce a qualche cosa che non rivelasse il suo sdegno grazie di pensare a me. Tu non mi conosci. Sarebbe inutile insistere.
Ritorn alla finestra. Il vento ora buttava lo scroscio contro la finestra e quel picchiettare fitto scoteva un poco i vetri.
D'un tratto Anna le s'avvinghi alle spalle e la trascin nella camera:
No... non alla finestra...
Anna cadde sul divano singhiozzando.
Nella stanza c'era l'ombra bianca di Lisa.
A volte un nome d l'imagine della persona e poi s'incontra la persona che s'impone con una sua individualit diversa, la quale foggia, atteggia e crea il volto del suo nome. Vi sono persone che danno il volto al proprio nome; e nomi che danno il volto a chi li porta.
Sapere il nome di qualcuno, prima di vederlo,  un creare in s i tratti d'una personalit fantastica che poi forse soverchier le linee di un volto o d'un carattere e ne foggier l'espressione.
C' gente che porta lo squilibrio fra il loro nome e il loro essere; e gente in cui il nome esprime un'armonia di caratteri.
Mario: un bel nome, aperto, luminoso, che ispira fiducia. Un nome che somiglia alla stretta di mano, franca e salda, fra due ragazzi quando il fatto che l'uno porta le sottane e l'altro i pantaloncini non  ancora un'insidia. E non le pare che quel nome somigli al suo. Ella ci pensa: Maria. Maria dice una soavit e una freschezza: un nome che evoca la dolcezza di un gesto e l'umilt gentile d'una preghiera. Maria: donna e madre. E poi da questo nome affiora la bont d'un sorriso, un ricordo: un salire, un tremolare di lagrime che non s'offusca di tristezza, ma brilla di bont: Nonna Maria.
(Nonna Maria, fa che io sia degna di portare il tuo nome!)
Gli occhi e il sorriso di Mario somigliano al suo nome e la voce di lui le d come il senso d'un braccio intorno alle spalle, dolce e gagliardo. Allora un'ombra sale tra loro e sospinge Maria lontano da lui. Perch cedere a una speranza, quando fra loro sta qualche cosa che egli non sa e che, sapendo, non potrebbe dimenticare?
Bruschi risvegli: e l'ansia trova la leggerezza frivola d'un sorriso, in cui egli non riconosce Maria semplice e schietta.
In lui  sempre lo squilibrio tra i suoi desideri violenti e scomposti e la volont che, guidata dalla volont materna, quando  sola oscilla e deve trovare un ostacolo per riprendere lo slancio. Fra loro spesso sale e si distende un silenzio denso, torbido e come gonfio di cose contenute, soffocate, che Maria gli legge negli occhi, con un brivido che non sa se di contentezza o di paura.
Uno di questi silenz li butt uno contro l'altro, d'improvviso, in un salottino denso di penombra in casa d'amici. Maria sent che se taceva qualche cosa sarebbe fiorita da quel silenzio. Avrebbe voluto e non sapeva parlare, come nel sogno, quando l'affanno opprime il petto e soffoca il grido. Si alz. Questo decise lui. In lui la brusca violenza dei timidi era gagliarda: l'attir, cercandole la bocca e l'avvinse: ma nel gesto che ella fece non le sfior che il collo e, pazzo di quel tepore, ne volle ancora la dolcezza.
La ribellione di Maria fu aspra e sincera:
No!
Mario la raggiunse nell'anticamera: ella, rossa, spettinata, s'appuntava le trecce davanti allo specchio. E nello specchio i loro occhi s'incontrarono.
Mi perdoni.
I domestici osservano.
Devo parlarle.
Se ne vada.
Non voglio che mi tratti cos.
Ci ascoltano. Vada via.
Devo dirle una cosa. Ora: subito.
-Non voglio sentirla.
E io parlo qui.
Allora Maria cedette. Non a lui: cedeva a quello che ella aveva temuto e aveva voluto evitare. Rapida nelle decisioni, fu tutta una volont di chiarezza.
Nel vano di una porta in piedi fra l'andare e venire della gente, protetti dal fatto d'essere scoperti agli occhi di tutti, ma anche protetti dalla musica e dalle voci:
Perch finge di non sapere? (Le palpebre abbassate non tradiscono lo sguardo, solo la scollatura rivela l'accelerare del respiro.) Dica, dica qualche cosa. (Un domestico s'avvicin con un vassoio pieno di bicchieri; anche la padrona di casa pass con un piatto di dolci. Maria alz gli occhi cupi, tristi, per sorriderle.) Maria... perch non risponde?  crudele quello che lei fa.
Quanta ansia in quegli occhi e in quella voce! Povero ragazzo! Come ella vorrebbe poter posargli una mano fra i capelli e dirgli: s, s. Con gli occhi, con la voce, con il sorriso e con le mani s... s...
Non  possibile. La voce  dura, lontana e Maria soffre tanto di dover farlo soffrire. Non ci pensi neppure. Mi lasci andare.
Vuol bene a un altro? E pure non mi pareva.
Questo no: a questo il suo coraggio si ribella. (Voglio bene a te: con te mi sento serena e protetta.)
No! No! Che crede? Poi calma, guardandolo negli occhi: Lei sa che ho fede in lei. Le scriver. Non pensi a me. Non deve pensare a me. Le spiegher tutto. E trattenendogli una mano: Ma lei non deve per questo voler male a Maria.
Delle voci s'avvicinano e Maria si stupisce di sorridere a tutti come tutti sorridono a lei. Ha gi imparato a mentire con il sorriso.
Cos deve soffrire una mamma quando il figlio ha saputo ch'ella ebbe un amante. Quanta piet di quello sguardo di fanciullo, che ora una tristezza offusca.
Anche Anna s'accorge che Maria  irrequieta.
Esci stasera? Ti volevo pregare di farmi compagnia.
Scusami, Anna. Stasera sono invitata in casa De Roberti.
(A quest'ora Mario avr letto la lettera.) Maria s'accorge che una parte di lei segue i pensieri, mentre l'altra, attenta, corre dietro alla sveltezza dell'ago. A ogni squillo di campanello o di telefono Maria sussulta; a ogni passo che viene per l'andito le pare sempre che una voce debba affacciarsi all'uscio: Signorina,  per lei. Ma nessuno viene. Tanta strada ha fatto l'ago sul tessuto e nessuno viene. Quando gli scriveva, le parve che poi lo avrebbe sfuggito, che non avrebbe saputo guardarlo negli occhi; ora Maria aspetta la sera per trovarlo dai De Roberti. Se egli ci sar vorr dire che non le serba rancore. E se non ci sar?
Maria ha pensato a tutto: alla sua ira, al suo sdegno; ma non al suo silenzio. E appena ora sente come la voce di Mario d calore alla sua vita e ora prova lo stesso senso di solitudine di quando si cammina sotto il tamburellare fitto e rimbalzante della pioggia, chiusi nel cerchio lagrimoso dell'ombrello.
Se egli avesse scritto, avrebbe mandato la lettera con il domestico. Telefonato avrebbe subito. Forse Mario non era in casa quando arriv la lettera.
Se ripensa che gli ha scritto tutta la notte, ha quel senso infantile di paura che soffr consegnando la lettera al portiere. Per la strada quella mattina s'accorse d'aver camminato a lungo, senza poi ricordarsi le vie per cui era passata e senza osservare la gente che incontrava. Ora ha negli occhi la lucentezza fredda dei bottoni sulla divisa del portiere cui, parlando, cont dall'alto in basso una fila dei bottoni sulla giacca, raddoppiando subito la cifra, per vedere se, sommandoli ai bottoni dell'altra fila, ne risultava una cifra pari, che sarebbe stata buona, amica. I numeri pari sono una promessa. Quelli dispari hanno un'espressione di angolosit ostile.
Per il signorino? le aveva sorriso il portiere con la compiacenza che hanno i vecchi servitori devoti, per gli amori dei padroni giovani.
Solo ora ella ne sente l'offesa e piega la nuca nel lampeggiare dello sguardo; ma tutto questo si smorza in quel senso di umilt, docile che quel giorno soffoca in lei la canora vivacit dei gesti e delle parole. Anche si ricorda che nella mattina, s'era trovata a camminare dietro un cane che seguiva la padrona e che quel pelo fitto, lungo, bianco, leggermente rosa verso la foltezza sulla schiena, aveva destato in lei un senso d'ilarit. E subito, passandogli innanzi, s'era trovata alle spalle d'un bambino che guardava una vetrina e, poi che la sua chioma corta e densa le giungeva all'altezza della mano, ella aveva avuto la tentazione d'insinuarvi le dita dalla parte della nuca, alzandogli i capelli.
Il campanello ha squillato. Maria sobbalza: il cucito le  caduto di mano.
Che hai? Anna alza la testa dal lavoro.
Maria le fa cenno di tacere.
C' qualcuno.
Chi aspetti?
Non so. Nessuno.  smarrita, pallida, l'ansia trabocca: Va a vedere tu. Hai detto che se viene gente siamo in casa? Non vorrei che mandassero via qualcuno.
C' il conte Della Porta sorride la serva, asciugandosi le mani rosse nel grembiale ch'ella tiene sollevato, scoprendo la sottana scura, macchiata. Vuole la signora.
Maria non capisce: uno di quegli attimi lucidi di spavento, in cui dentro balena il filo dell'irrimediabile sospeso sul capo.
Vieni anche tu.
Maria balbetta:
No... Va tu.  venuto per te... Pi tardi.
Poi, sola, in camera, appoggia la guancia sul freddo della parete; e parla a lui che ora sta di l con Anna. Parole rotte, un sillabare affannoso e fanciullesco. Ella conserva dall'infanzia quel senso di rifugio che d, nei momenti d'ansia, stare raggrumati per terra, appoggiando le gote al muro, come su un petto d'amico. Anche ora vi cerca quasi protezione, balbettando, sommersa nella penombra che invade la stanza, sin che la voce di Anna, chiara, quasi allegra, la chiama per l'andito e mette in quella affannosa oscurit d'angoscia un respiro di luce.
Sulla soglia del salotto Maria sbatte le palpebre, attonita. Non vede niente; poi le pare che, dietro le spalle di Anna, Mario le faccia dei cenni amichevoli e sorridenti. Ma negli occhi abituati al buio e che ora il lume abbaglia, tutto ha un alone lucido e dubbio come i lampioni lontani nella nebbia.
Sei spettinata e rossa. (Perch Anna l'abbraccia?) Scommetto che stavi al buio.
Al buio? le fa eco Mario: Perch al buio?
Tutti sono tanto buoni, tanto buoni, quasi che sentissero come il cuore le batte.
Troppa luce? Vuoi che spenga una lampada? propone Anna per muoversi e non turbare l'incontro di quegli occhi che si cercano e si sfuggono, smarriti d'ansia e di dolcezza.
Mario prende le mani di Maria:
Su... Su... le sussurra e, come Anna si volge troppo presto e lo vede cos, curvo sulle mani di Maria nell'atto di baciarle, gli corre su la fronte una freschezza dolcemente infantile e Maria ne ha il cuore colmo di gratitudine. Glielo dica lei, signora... E poi, pi per Anna che per Maria: La mamma adesso  in campagna, da mia sorella che avr un bambino. A primavera, quando ritorna, le parlo. E quest'estate andremo insieme al paese a trovare Maria e a chiederla a suo padre.
Ho visto ieri la prima rondine sorrise la mamma e oggi sei tornata tu.
E i nidi ci stanno ancora? L'inverno  stato aspro al paese? E c'era il vento?
Dalla stanza di Maria, sporgendosi un poco per guardare in su, si vedono sotto la grondaia i vecchi nidi. La rondine che ritorna deve essere lieta e leggera come lei oggi.
Sei gi stata nel bosco? Ci sono gi i fiori?
Pochi la mamma, guardando in su, ha il senso delle cose troppo lontane e pensa come da bambina sentiva lo squilibrio tra sguardo e mani, nell'ansia di andare pi in l. Ma ora quella che un tempo era ansia, non  che malinconia. Che trema lass all'orlo del nido?
Un fuscello? No... Deve essere una piuma.
E Maria sente che contro il cielo chiaro quel tremolo di bianco ha un respiro di risveglio.
Ricordi quando eri piccola? Volevi guardare i nidi delle rondini e io ti prendevo in braccio.
Quante cose da fare, da rimettere a nuovo, da riflettervi il proprio sorriso! Bisogna che tutto sia chiaro e ridente. E come volano le ore incontro alla sera! E, volgendosi indietro, si vede che quello che  stato fatto nella giornata, non  che un petalo sfogliato dalla fiorita delle cose da farsi.
C' molto da rinnovare in una casa, a primavera: spalancare le finestre perch vi entri l'azzurro e il vento allegro snidi dagli angoli le ombre invernali e diffonda dovunque l'aspro odore dei germogli e la cipria del polline d'oro. Via i tappeti! Bisogna rallegrare le finestre di tende ampie e ariose: ch anche le finestre, che guardano tutto il giorno l'azzurro, vogliono fare festa alla primavera.
La finestra, aperta sul cielo, era un punto scuro di fronte all'immensit. Quando il sole scende, c' sulla terra un silenzio quasi sgomento e accorato. Le colline sprofondavano nel bianco della bruma che s'alzava dalla terra. Gli alberi si offuscavano grigi; ma sulla trasparenza chiara del cielo, in cui il sole aveva lasciato un ricordo come di bont, i contorni scuri delle cose prendevano un aspro rilievo, che chiudeva le forme cupe delle apparenze, nelle quali gi s'annidava l'ombra. Poi a poco a poco il rilievo dei contorni s'ammorbid, penetrato dal grigiore che si era diffuso nell'aria e cielo e cose parvero avvicinarsi e confondersi in una buona malinconia senza voce.
Quando il lume fu acceso, la camera parve un universo tepido di fiducia, mentre fuori il mondo era tutto un buio sordo, di cui la vastit si comprendeva in una paurosa parola: oscurit.
Qualche volta una cosa pare pi difficile a pensarla da lontano; raggiunta, s'appiana; svolgendosi, appare semplice. Parlare a zio Ravesani le era sembrato una grande fatica.
Strano! Ora il passato  cos lontano che, entrando nella farmacia, Maria non ricorda.
Vi sono cose che il tempo cancella. Nel ripensarle se ne sente tutto l'orrore, ma si guardano con altri occhi e si pensa a chi le ha vissute, come ad un altro.
Primavera  nell'aria. Maria ha raccolto le prime gemme nel bosco: la sveltezza dei rami scarni si inturgidisce di verde.
Vede,  primavera.
Gi, quella la senti tu! Per me, ci vuole altro. Zio Ravesani sorride: Questo  Carlo Binelli, il mio nuovo aiutante scote la testa: Si invecchia e, da solo, il lavoro era troppo. Ma tu ti sei fatta pi bella.
Il nuovo farmacista porta i calzoni con l'aria impacciata che avrebbe un uomo a portare le sottane.
Un bravo figliolo commenta zio Ravesani nel retrobottega  arrivato al paese questo inverno, con sua madre. Chi  un buon figlio non pu essere che un galantuomo.
La poltrona, accanto al tavolino dei francobolli, non invita a parlare: ha un che di solenne che se la intende solo con i vecchi. I giovani l dentro sono intimiditi da quei mobili che hanno l'aria di non capire che affari di carte da gioco, di tabacco, pipa e francobolli. Primavera non entra l dentro: il retrobottega prende luce da un cortile oltre le vetrate appannate.
Che bella idea di venirmi a trovare!
Visita d'interesse, zio Ravesani.
Che c' di nuovo?
Sono venuta per parlarle.
Parlare a me? Zio Ravesani sobbalza; gli occhiali di traverso sul naso gli offuscano la vista: se li toglie, li pulisce e se li rimette: Sentiamo! Lo stupore s'allarga in un riso sonoro e bonaccione: Scommetto che ti sposi!
Come lo sa?
Zio Ravesani  contento: si frega le mani, ride e batte le palme sulle ginocchia:
Si vede. Le donne vedono negli occhi di una donna, se aspetta un bambino. Io, negli occhi, vedo l'amore.
Zio Ravesani  il solo uomo che il babbo ascolta: gli parli lui. Una figlia non pu dire a un padre: voglio bene. Ci si vergogna. Un padre nei figli non vede che dei bambini che si fanno grandi, ma restano i suoi figlioli. Solo pensare agli occhi di pap, quando sapr, la fa tremare. Dire al babbo: "Sono innamorata" no, non lo potrebbe, Maria.
Gli vuoi tanto bene?
S; tanto.
E lui non si domanda. Sfido, una cos bella ragazza!
Tutto pare cos chiaro, ora: tutto sorride. E si possono ricevere le lettere di lui, senza ansie n sotterfugi. E si pu pensare all'amore senza tremare n nascondersi. L'amore, ora,  una parola che splende alla luce.
E il babbo pare ringiovanito. Solo la mamma s' fatta pensosa e trae la figlia davanti ai grandi armadi odorosi di bucato, nitidi, splendenti di bianchezza: Roba tessuta in casa. Ma si vede che pensa ad altro. Poi le rialza il viso e parla seria, sottovoce:
Ricordati che una donna deve obbedire. E vorrebbe dire ancora, le trema il mento: I mobili della tua cameretta non te li porti via. Ce la lasci cos. Vi andr qualche volta a lavorare, quando sarai lontana. Mi sembrer di stare con te.
Non  vero che la mamma sia triste:  felice.  solo che la gioia, a volte, ha un tremore di pianto.
Mia madre  miope aveva detto Mario. E questo si vedeva anche dallo sguardo, nella piccola fotografia che egli le aveva fatta vedere.
Una donna in cui lo stringere d'occhi non ispirava fiducia, non faceva pensare a una miopia, quanto a un fingere d'esser miope, per sorprendere quelli che si credevano inosservati. Il taglio sottile delle sopracciglia, delle palpebre e delle labbra esprimeva un che di chiuso che non doveva essere bont. Aveva una di quelle bocche su cui il sorriso pare debba sfiorire prima di sbocciare; e che nel pianto senza lagrime, fanno sentire che il viso  tutto nella piega amara della bocca. I capelli lisci, tirati bruscamente e annodati in cima alla testa, avevano con il collettino bianco, ornato sul petto da una spilla, con le maniche all'antica e con il busto stretto, l'aria del buon tempo antico, senza averne l'ingenua bonariet. Maria, vedendo il suo atteggiamento nella fotografia, d'istinto sent nella contessa la severit intransigente di quelle donne che, per circostanze di cose, sono state virtuose in giovinezza e se ne pentono troppo tardi per poter cominciare a non esserlo. Ma era la mamma di Mario.
Passeggiando sul viale della stazione, Maria vedeva quello stringere di labbra e d'occhi che filtrava un senso di diffidenza. E anche udiva il frusco d'una veste di seta, di quelle che diffondono nel passo, per la strada o in una stanza, un fare di padronanza, solenne.
La mamma veste sempre di seta diceva Mario con fanciullesco orgoglio.
Solo il pensiero dello sguardo di quella donna faceva abbassare gli occhi, perch pareva che i nostri pensieri pi chiari e lievi, filtrati in lei da quel fitto, sottile e grigio palpebrare, s'oscurassero e fossero rifatti e foggiati entro lei da un pensiero che si sentiva atteggiarsi a giudice freddo e ostile, dietro a quegli occhi. E guardare i girasoli del giardinetto, ora, riposava in uno stupore di semplicit. Ma forse nella fotografia la contessa appariva diversa. Forse avrebbe sorriso.
Che cosa le dir lei? Una madre guarda sempre con diffidenza la donna che suo figlio ama. Maria, nell'imaginare la sua voce,  sgomenta. Una voce fredda e tagliente; e anche la contessa  donna che parla poco. Ma ama tanto suo figlio.
Maria provava un grande disagio pensando che la contessa sarebbe arrivata con la cagnetta che l'accompagnava sempre e che Mario un giorno aveva portato con s. Ricordava di aver guardato con stizza quella cagnetta che la fissava con ostilit umana e aveva nello sguardo l'antipatia che  nello sguardo di persone che s'incontrano sul tram e a cui gli stessi affari ci mettono di fronte qualche tempo; gente che ci guarda e che guardiamo in cagnesco. Questa era una di quelle vecchie cagnette pechinesi che hanno l'aria ringhiosa di quelle suocere bisbetiche, alle quali la lunga vedovanza ha dato le acri e pungenti caratteristiche della vecchia zitella.
Per udire una voce che fosse diversa da quella che sentiva in lei, Maria s'avvicin alla carrozza che aspettava fuori della stazione. Tutte le volte che Maria gli parla, Battista scopre la testa bianca e si prepara a farle un gran discorso. Ne comincia sempre con tutti; ma pochi lo lasciano parlare; chi lo ascolta sono i cavalli che non l'interrompono o tutt'al pi fanno dei segni di conferma, rizzando o abbassando gli orecchi, facendo turbinare la coda o battendo gli zoccoli sul selciato, cosa di cui egli s'accorge dalla scossa che ne hanno le briglie o dall'oscillare della carrozza.
Ora, con il cappello in mano, poich vede che Maria gli domanda qualche cosa, porta la destra all'orecchio per cogliere le parole e, quando poi se ne accorge, abbassa la mano, confuso e guarda per terra.
S'invecchia... balbetta, quasi a scusarsi.
Ha l'orologio? C' molto da aspettare?
Maria conosce quell'orologio, dal tempo quando Battista le raccontava la storia del cavallino e del mercante ed ella non sapeva se guardargli la bocca per vedergli le labbra atteggiate alla parola o le mani che imitavano i gesti del mercante e i galoppi del cavallino.
Fra qualche minuto sar qui.
Battista si spolver la divisa con le mani e si arrampic a cassetto, incitando con la voce i cavalli che sonnecchiavano.
Maria gir intorno ai girasoli del giardinetto, mentre alle spalle il battito degli zoccoli nel polverone della strada bianca, le faceva sentire quel che di sordo che  nell'oppressione della caldura, al meriggio. Il giardinetto del capostazione  in fiore: fiori alla buona che sembrano fiori di campo venuti nell'abitato e hanno l'aria bonacciona di certi cittadini di cui i parenti sono contadini e che si riconoscono al lampo chiaro degli occhi quando, al sabato, dicono che l'indomani vanno fuori citt.
Rosso e giallo: fiori paesani, dalla voce canora. Paesani anche quelli che Maria porta in una bracciata pesante. Piaceranno alla contessa, questi fiori umili che balbettano: "ben arrivata", come fanciulli cui la mamma ha insegnato a salutare una visita e che, d'un tratto, s'impigliano nella frase e, ripetendo le parole intese, ne fanno sentire solo le desinenze, cantando. Li ha raccolti stamane e, molli di rugiada, le parevano belli.
La poca gente venuta a curiosare  in fila sulla banchina: gli impiegati della stazione, qualche donnetta, vecchi e bambini. E gi tutti, nell'attesa, sentono come sar il rumore del treno lontano, quando sar partito; perch al pensiero abituato alla quiete nella stazione solitaria, quella sosta  cos rapida che annulla il fatto, come agli occhi il roteare vorticoso d'un oggetto nell'aria, confonde i contorni e i colori e ne trae un bianco frullo.
Sent la voce di lui, d'un tratto, alle spalle, perch all'arrivo del treno era corsa a cercarlo troppo avanti.
E la mamma?
Non  venuta.
I fiori, in mano, le parvero appassiti.
Egli la sospinse lievemente, mentre il treno si metteva in moto; e nella piccola stazione non fu che un silenzio largo sotto il sole. Maria gli camminava al fianco, lenta.
C' la carrozza, fuori.
I girasoli del giardinetto sembrano oscurati; solo la strada maestra pare pi bianca.
No, senti, mandala via. Andiamo a piedi.
Qualche tempo ella non parl; egli taceva. Sotto la salita, Maria si ferm un momento e lo obblig a fermarsi.
Che c'? E subito abbass la testa e riprese a camminare.
La mamma ha ricevuto una lettera egli ansava anonima. Ieri mi ha chiamato. Deve essere qualcuno del paese.
Che ti ha detto?
Mi ha mostrato la lettera (Maria ratteneva il respiro) e mi ha domandato se era vero.
E tu?
C' tanta tristezza nella sua voce, che Mario vorrebbe domandarle perdono.
Io? Tu sai che non posso mentire alla mamma... Egli sent che Maria faceva fatica a camminare e tese le mani per prendere i fiori: Dalli a me.
No, lascia. E sottovoce, tanto che egli sente: E tua madre?
Si oppone al matrimonio.
Maria vede la contessa scesa dalla fotografia, ingrandita nell'imponenza, ingigantita nell'espressione accigliata della bocca e degli occhi. Vede una mano bianca uscire da una manica stretta, agitando un foglio: "Leggi".  la voce aspra, imperiosa; e Maria vede anche Mario a capo basso, come ora che le cammina accanto.
E adesso, che si fa?
Mario non ascolta;  rimasto indietro per cederle il passo su per il sentiero stretto, tra la parete boscosa e il ciglio da cui guardano su cime d'alberi: e, preso dal gioco nitido e sinuoso delle reni sotto la veste e da quel palpitare di morbidezza, che nel respiro inturgidisce la stoffa e di cui il tepore si diffonde nel gesto, dice rapido, inquieto:
Io non voglio rinunciare a te.
E tua madre?
Io non so... senti... La raggiunge, la preme verso la parete dalla quale trabocca un'onda di verde sussultante e vibrante di grilli: Io sono pazzo... pazzo... Il suo sguardo la tocca, la accarezza gi per le spalle e per la rotondit aggressiva e arguta del petto, di cui il respiro accentua i sussulti.
E che cosa diremo adesso a mio padre?
Non vengo.
Ti aspetta. Poi soggiunge: E se fosse venuto alla stazione?
Mi avevi scritto che tuo padre ci avrebbe aspettati in casa.
Maria vede la grande tavola scintillante di bicchieri, odorosa di bianco e i fiori nel mezzo e intorno, il sorriso della mamma un poco affannata per il gran da fare e l'andirivieni delle donne che portano piatti, fiori, frutta. Il babbo, a quest'ora, sorveglier anche lui, come fa prima che arrivino gli ospiti; e poi a furia di accomodare un fiore o un frutto del quale  specialmente fiero, rovescia un bicchiere colmo e s'affanna, fanciullesco e accorato.
Vieni con me. La mamma, un giorno, non mi impedirebbe di sposare la madre dei miei figli. (I fiori sono caduti; ma che cosa li tiene? Le mani sono pesanti di una fosca stanchezza che sale, sale.) Allora non mi vuoi bene. Hai paura della gente...
Nella sua stessa voce, Maria sente quello che li divide.
Chi ama in sincerit non teme il giudizio della gente. (Ebbe nella memoria questo pensiero e avrebbe voluto dirglielo; ma non os, per non offenderlo: Per andare libera, a fianco d'un uomo, bisogna amarlo immensamente.) Ma anche soffr di non dirgli questo, perch le parve di non dire tutta la verit e, dalle caviglie alle spalle, ella s'eresse come un arco lucente:
Tu non vuoi disobbedire a tua madre. E fai bene. Ma pensi a quello che mi proponi? Anch'io ho dei doveri. Una donna dovrebbe essere sola, per poter disporre di s.
Mario taceva, a capo basso.
A mio padre dir che la colpa  mia. E poi che egli fece un gesto: Creder, creder... Mio padre crede sempre, perch non sa mentire.
Ma che cosa gli puoi dire?
Che sono io che non voglio sposarti.
Questo gli parve un tratto d'orgoglio, forse anche una difesa del passato. E Maria lo sent e anche sent che egli non intuiva la disperata umilt di quel gesto. Con quei fiori in mano era goffa, ridicola e non sapeva dove metterli. Studiava un pretesto per lasciarli per la strada; poi ne ebbe piet. Non avevano colpa i fiori e pareva le dicessero, con la stanchezza dei petali oppressi dal troppo sole: Non senti che soffriamo anche noi? -
Gli disse, quando tra i rami bassi appariva, nel gioco delle foglie, il cielo bianco della caldura:
C' un treno che parte subito e gli tese una mano, guardando in basso la stazione, ai piedi del colle.
Mi mandi via?
Gli sorrise. Un attimo le parve quasi di non soffrire.
Egli le trattenne la mano:
Mi scriverai? Ci vedremo in citt? Quando verrai?
Una donna risponde sempre con un sorriso quando non sa che cosa rispondere.
Maria entr dalla parte della scuderia. Battista staccava i cavalli..
Senta gli disse: lei mi ha vista bambina.
E come no? Gli ridevano gli occhi.
So che lei mi vuole bene.
Come se fosse una mia figlia. La signorina mi perdoni. Cap dalla sua voce che Maria gli doveva dire una cosa seria e si port una mano al petto: Di me, la signorina si pu fidare.
Ha visto il babbo?
Non sa che sono tornato, perch sono salito dalla parte del fiume e sono entrato diritto nella scuderia.
Non dica che quel signore  arrivato. Non dica niente a nessuno.
Battista non rispose; si tolse il cappello, chin la testa bianca come se pregasse, poi faticosamente si eresse e guard in alto:
Su mia madre.
Prima di salire nella sua camera, Maria entr in sala da pranzo.
Il babbo fumava, in piedi, davanti alla tavola apparecchiata.
E bene?
Anche la mamma si volse a guardarla.
Non sono arrivati. Poi soggiunse in fretta: Io lo imaginavo.
Maria ascolt estranea la propria voce e sent che ora non poteva tornare indietro. Assisteva alla propria ansiet. Prima che il babbo, il quale s'era rivolto alla mamma, la guardasse, ne imagin lo sguardo lampeggiante d'ira.
Che vuol dire questo? Non capisco. Ripet: Non capisco.
Volevo parlarti, pap.
Il babbo sedette nella sua poltrona; fa sempre cos quando  agitato. Appoggiato con un braccio sulla tavola e l'altro sul bracciale della poltrona, la guardava di sotto in su, poi borbott rapido: Su, su, d... e, aspettando, lev la pipa di bocca e la sbatt, distratto, fra le dita, poi se la rimise tra i denti.
Ho scritto una lettera... a lui. Gli ho parlato franca. E ora, pap,  bene che lo dica anche a t: ho deciso di restare con voi. E poich le pareva che suo padre non avesse capito: Non mi sposo.
Il babbo aveva ascoltato attentissimo e calmo, mordendo la pipa e accompagnando le parole di lei con l'inarcarsi delle ciglia che s'alzavano e s'abbassavano cambiandogli ad ogni attimo l'espressione del viso, dallo stupore all'ira, balz in piedi battendo il pugno sulla tavola:
 matta! Questa donna  matta! e prese a camminare per la sala.
La mamma non si mosse: era inchiodata sulla sedia e guardava dall'uno all'altro.
Il babbo gir intorno a Maria, butt la pipa sulla tovaglia bianca, tra i fiori: un bicchiere si ruppe, l'acqua dilag e i vetri schizzarono intorno. Un attimo egli si ferm davanti a lei e la invest (Maria, diritta e impassibile sotto la bufera, aspettava):
Si pu sapere che cosa sono queste commedie? Poi riprese a camminare, riflettendo ad alta voce: Ci deve essere un motivo. E passando dinanzi alla mamma che taceva:  matta. Vedi tu di capirne qualche cosa.
Maria si stupiva che i mobili della sala, la tavola fresca di fiori, le sedie, il caro vecchio orologio non s'alleassero a lei nel suggerirle un pensiero, una parola. Fece un passo:
Non c' nessun motivo che si possa spiegare. Gli ho parlato schiettamente. Sono tante piccole cose che, a dirle, sfuggono. E insistette: Lui avr capito che non siamo fatti per andare d'accordo.
Le pareva che questo spiegasse la cosa ed evitasse altre domande, cui non avrebbe saputo rispondere.
Io non capisco scoppi l'ira del babbo di che cosa son fatti gli uomini, oggigiorno. Un uomo che si lascia mandar via cos! E la prese per un braccio: Si pu sapere che c' stato fra voi?
In citt l'avevo conosciuto poco; poi dalle lettere ho capito che siamo troppo diversi. Prima che venisse sua madre, l'altro giorno... vedi: ti dico il giorno... gli ho scritto che con lui non saprei essere felice.
E allora perch non l'hai detto subito? Ed accenn alla tavola: Ed hai inscenato questa bella commedia? (Maria tacque, disorientata; indietreggi, si sent vinta sotto l'incalzare d'una logica che l'affrontava, lucida e battagliera.) Questa mattina parevi felice. Hai saccheggiato il giardino. Ti ho vista uscire di casa con i fiori. Non dirai che non lo aspettavi. Il babbo tacque poi scosse la testa: Ebbene: ero contento anch'io di saperti contenta. Io mi domando perch stamattina fingevi.
Allora nella paura, il coraggio di lei non fu che un'ansia di creare una realt chiara agli occhi degli altri; e non ment, perch tutto il suo cuore grid che Mario non era l'uomo che ella aveva voluto al suo fianco.
Ditemi capricciosa, leggera, quello che volete. Io l'ho capito e glielo ho voluto dire prima che il fidanzamento ci legasse. Avr un cattivo carattere io: ma non c'intendiamo.
Ora ceduta l'ira, il babbo era pensieroso; piegato sulla tavola, la testa fra le mani, pareva invecchiato. Maria gli s'avvicin: i suoi capelli bianchi le strinsero il cuore. E anche le sue mani.
Le mani di pap parlano, pensano, soffrono, quando egli nasconde gli occhi: dicono tante cose che solo adesso Maria capisce; ed ella vorrebbe che quelle mani capissero:  a quelle mani che, il cuore stretto, ella parla sommesso, guardando per terra:
Pap, ascolta pap... Tu non potrai essere in collera, se resto ancora con voi.
Anche la mamma si  avvicinata e domanda: perch? perch? con il moto delle ciglia. Adesso pap non ascolta, parla pi per s che per Maria, parla con le braccia appoggiate sulla tavola, arrotolando e svoltando una carta che ha trovato in tasca e che gli serve di pretesto, alla nervosit delle dita.
Quanti capelli bianchi, ha pap! Come a volte si vive distratti! E poi per un semplice fatto che snebbia gli occhi, si vede che il babbo  un altro e che prima, guardando lui, non si aveva negli occhi che una vecchia imagine di lui, d'un tempo quando la nostra attenzione aveva cominciato a guardare oltre lui, nella vita e si tendeva solo alle cose estranee. Babbo e mamma non dovrebbero invecchiare. C' qualche cosa che ci umilia in fondo al cuore, nel vederli curvarsi e imbiancare. Ci si domanda se quei capelli bianchi non li abbiamo scolorati noi, con la nostra giovinezza che correva innanzi, dimentica e spensierata, avida di luce ed ha lasciato babbo e mamma nell'ombra, per prendere tutto il sole.
Ero contento per te. Tu sai che mi stava a cuore di vederti affidata a un galantuomo. Gente per bene, i conti Della Porta! E poi anche si rivolse alla mamma e tu sai che un Berardeschi non bada all'interesse e pap alz la testa e parve ringiovanito a sapere che c'era chi avrebbe pensato a Maria, era una grande tranquillit. Fece un gesto verso Maria: Noi non ti abbiamo detto, n tua madre n io, che attraversiamo un momento penoso. Oggi devo dirtelo:  per questo che vendo la collinetta e il querceto e i poderi dalla parte del fiume. Era una bugia che sono stanco di lavorare. Tuo fratello...
Giacomo? bisbigli Maria.
Tuo fratello ci ha dato dei grandi dispiaceri. Volevamo soffrire noi soli. E il babbo, senza volger la testa, tese la mano che la mamma strinse singhiozzando. E un Berardeschi paga. Una limpida fierezza gli allegger quasi di trasparenza l'argento dei capelli e gli scese per le spalle, splendendo.
Pap mio! In ginocchio, Maria gli prese l'altra mano, che egli ritrasse.
Tu che eri il mio orgoglio... Anche tu: solo dispiaceri a tuo padre!
Come Maria soffre del dolore di suo padre; ma vorrebbe dirgli che non  lei che  cattiva. (E sono tanto vicini il padre e la figlia, in quel dolore.) Tutto Maria perdona a Mario, ma non sa perdonargli d'aver fatto soffrire sua madre e suo padre.
Il pomeriggio, estraneo, guarda di tra le imposte, sulla tavola apparecchiata, sulla tovaglia fresca, sui bicchieri colmi, sui fiori gi appassiti.
E nel bianco della tovaglia c' la malinconia che piange senza lagrime, nel bianco di un funerale di bambino e dice la deserta tristezza delle cose inutili.
Il babbo era nervoso e quel giorno fu ingiusto: quando Maria gli parl del querceto, le disse una parola d'ira. Maria si ribell e meditando la risposta, pens che quello che ella gli avrebbe detto, toccandolo in una delle sue debolezze, lo avrebbe offeso. Ma subito, come il pensiero fu fatto frase ed ella ne sent la cattiveria, soffr di aver potuto voler dire questo a suo padre. E poi che l'ira che prima ella sentiva contro il babbo, si sfogava ora ad accusare s stessa di cattiveria (e ne aveva il cuore gonfio), la sua tristezza si sommergeva nel pianto.
Il babbo, che era rientrato nella stanza per salutarla, vide che piangeva.
Che c'? E, bonario, le accarezz i capelli. Se valeva la pena, per una parola! Vieni, accompagnami in giardino.
Dalla tristezza, insorse l'ira:
No, pap, non posso salutarti parlava con il viso nelle mani e i capelli le entravano negli occhi e le lagrime in bocca. Non posso dimenticare quelle parole.
Suo padre usc senza parlare.
Ora ella sentiva la sua tristezza cos sconfinata che vi si smarriva infantilmente. Forse un giorno, quando sarebbe stata vecchia, si sarebbe ricordata che non aveva voluto salutare suo padre; e forse allora ella avrebbe dato tutto per poter tornare indietro e dire al babbo una parola buona.
Il babbo aveva tante pene e tanti affanni! D'impeto ella scatt su e attravers il giardino di corsa: gli occhi rossi, il viso molle di pianto.
Pap! Pap! Lo raggiunse sul viale verso il fiume: Pap mio!
E il babbo, ridendo, le apr le braccia.
Ora la sua forza cede, s'affloscia. Il suo orgoglio, prima, era insorto contro tutti. Ma adesso si sentiva sperduta. Non si pentiva della propria sincerit e se tutto fosse stato da rifare, avrebbe detto le stesse parole: per s, per avere, guardando dentro a s stessa, la trasparenza da cui nasce il coraggio nella vita.
Una domanda sal dalla sua pena (e quella voce era un dubbio): aveva fatto bene a cedere al suo bisogno di credere? Ora appena Maria vedeva chiaro in s: quante volte, mentre cedeva al bisogno di una fede, aveva scoperto nelle parole, nei silenz, nello sguardo dell'uomo, un che di torbido in cui il suo pensiero aveva sentito la bugia; ed ella non aveva voluto ascoltare s stessa, per poter credere a quell'uomo. Aveva sbagliato.
Ora il suo pensiero parlava alto; e il cuore si ripiegava, umile, in un senso di colpevolezza.  duro giudicare s stessi, quando il pensiero mette a nudo il viso della tristezza, nello specchio lucente della logica. Ma anche la sua solitudine le diede un grande senso di forza. Ella sent che tutti le avrebbero dato torto; e da questo cap di aver ragione. Allora sent anche di poter guardare in faccia a s stessa con orgoglio.
Ora ripensava qualche volta, a quando aveva incontrato Cesco e si diceva: "sono innamorata" e si ripeteva la parola saggiandola, e tutte le volte la sentiva nuova, e si trovava, d'un tratto, di fronte a questa parola che, detta a voce alta e ingrandita dalla voce, assumeva nei suoni una solennit che ispirava diffidenza, come le cose di cui non si comprende il congegno: e sono troppo buie per accoglierle con la fede, ma si sente che  un punto in cui si pu insinuare il pensiero, per impadronirsene.
Ma poi quando pensava: essere innamorata vuol dire voler bene a Cesco, il mistero di quella parola s'illimpidiva, si rischiarava come in una finestrata di sole, diventava semplice perch dietro vi brillava una fede. Innamorata di Cesco! E si sorprendeva a ridere di stupore e di allegria, come se le avessero detto: sei una regina.
Alcuni giorni dopo che Maria era arrivata in casa di Anna, una sera, una voce d'uomo al telefono, domand di Pietro. Nella voce Maria vide l'uomo. Una voce calda e suadente. E insieme fresca e gagliarda. E siccome l'uomo insisteva per sapere quando Pietro sarebbe venuto, gli rispose poco cortesemente: irritata inconsciamente contro s stessa che subiva il calore di quella voce.
Ma lo sa che  impertinente, lei? rise l'uomo.
Non ho permesso a nessuno di dirmelo.
Avr io questo privilegio.
Io non potr avere quello di dirle che  maleducato, perch troppe donne glielo avranno detto e sbatt il ricevitore.
Il campanello squill ancora.
Va tu disse Maria alla ragazza e dopo, trov un pretesto per andare in cucina.
Chi era quel seccatore che voleva l'avvocato? Ti ha detto il nome? E si stizz con s stessa di aver ceduto alla curiosit.
Una gran bella voce. Maschia, penetrante e carezzevole. ( stupido essere turbati da una voce! Non lo conosco. Chi sa che tipo ? Forse ora pensa a me. Impertinente, lui!)
L'indomani col sole, il ricordo di quella voce era dimenticata.
Ansie, irrequietezze. Le stesse misteriose inquietudini dell'adolescenza. Anche ora, contro le palme vibranti, quando s'asciuga i seni dopo lo spruzzo d'acqua fredda, la punge e insorge ribelle, l'aspra sua giovinezza. La stessa morbidezza che fa tremare le ginocchia; le stesse pigrizie supine, dietro la nebbia rossa delle palpebre stanche; gli stessi brividi in cui non sa se vibra d'ardore o di freddo sottile; gli stessi impeti turgidi non sa se di riso o di pianto; le stesse irruenze di lagrime che scoprono poi sulla bocca l'incerto tremolo del sorriso; gli stessi scoppi di riso in cui singhiozza una pena vaga che non ha nome, ma solo lagrime; le stesse ansie, le stesse cupe malinconie da cui il pensiero s'alza pi aereo con nell'atto, fatta movenza, la voce del risveglio.
Ma ora l'inquietudine si precisa, non  il vago sgomento cui l'ansia non sa rispondere, cercando smarrita, un ignoto al quale tendere e appuntare il desiderio; ora l'imagine tentante l'avvolge di una calda promessa, la irrita, la punge con mille brividi.
Ora il suo corpo sa e, pur sapendo, ha freschezze dismemori; e sorge ed insorge, fremente e ignaro.
Quando Maria s'avvicinava al portone accanto a quello di casa, se scorgeva qualcuno che lo apriva, affrettava il passo: si vedeva in fondo, oltre una porta vetrata, un po' di verde: un cortile. Se poi il portone era socchiuso, Maria avvicinandosi, rallentava per guardare di tra i battenti e sarebbe entrata a vedere, se questo non le fosse sembrato infantile.
E pensare che nella citt c' gente non rallegrata dal davanzale di verde. Dovunque, il verde mette un po' di primavera. E basta quell'albero intravvisto di tra una porta in un cortile, come il sorriso d'una donna bella oltre il finestrino d'una macchina in corsa, per dare un che d'allegrezza.
Che ci pu fare un albero solo in un cortile, figgendo a stento le radici nella poca terra, fra l'arsura grigia della pietra, e spiando con l'ansia fatta altezza e sottigliezza di rami, in alto: in quell'azzurrit lontana che pare faccia da soffitto alle pareti spoglie del cortile? Anche la pioggia, quando viene a trovarlo, pare faccia una degnazione. E il sole sembra si stanchi sempre, quando scende dal tetto e pare voglia soffermarsi nei piani pi alti e poi gli manda gi di sbieco, un raggio che, per scendere sin laggi, pare consumi nella fatica il suo oro e la sua lucentezza: e arriva sbiadito.
E pure quel poco di verde vuole dare la sua freschezza e il suo sorriso, generosamente: come i poveri che, sapendo la miseria, vogliono essere buoni con gli altri, i pi poveri di loro. L'albero pi povero  sempre pi ricco dell'uomo pi ricco: perch  suo un raggio di sole ed  suo tutto l'azzurro che sta in alto e risponde al cerchio delle sue braccia. Maria, un giorno, andr a trovarlo.
Mentre passando, guarda tra i battenti che una donna ha aperti, la voce di Pietro la raggiunge:
Non vedi che piove? Che spiavi l dentro? E non hai l'ombrello! Ti abbiamo vista prima, all'angolo della via, in fondo. E Attilio Ruggi  sceso dal tram con me, per conoscerti.
Volgendosi, ella non vide che il bianco lucido di un sorriso.
Del resto, ci conosciamo. (Maria lo guarda.) E lei anche, mi ha detto la mia maggiore qualit.
Ma s che riconosce quella voce che ora  saliente d'ironia, ma calda, insinuante!
... lei?
Per questo, s: sono io. E ho voluto vederla. La presentazione delle voci era stata simpatica.
Adesso  disilluso?
Me lo legge negli occhi?
 un uomo che  tutto nel suo sorriso e quando sta serio, scompare con il proprio sorriso. Anche la sua voce non vibra che quando egli sorride.
E quella voce e quel sorriso hanno un nome: Attilio Ruggi.
Un pomeriggio Anna preg Michele, un nipote di Pietro, che faceva l'apprendista avvocato nello studio di Bretti, d'aiutare Maria a ritagliare delle striscie di cartone per un lavoro che serviva a lei.
Michele  un ragazzo biondo e ben cresciuto: pelle di donna e spalle da gigante; occhi di bambino e mani da predatore. Voce grossa, gesti impacciati, sguardo sorridente e qualche volta infantilmente vorace. Lavorando vicini, curvi sulla tavola, Maria ne vedeva il pollice e l'indice della destra, fatti scuri dalla sigaretta. Un uomo. Quando egli si volse a parlarle e la invest in faccia con l'alito che sapeva di tabacco e dell'odore del maschio, Maria ne trasal alle reni ed ebbe un piccolo fremito alla nuca e un sottile strisciare le avvinse la cintura.
Si ribell, si scost, le sue labbra umide si schiusero: un impieto d'ira la scosse. Si volse con odio a lui che rideva fanciullescamente. In quegli occhi chiari di ragazzo ella subito ritrov la calma. (Bastava guardarlo perch quel turbamento si sciogliesse.) Ma anche persisteva come un disprezzo contro s stessa. Ora il respiro di questo uomo le parve una cosa insipida e si stup d'esserne stata turbata; e ne pat come d'un fatto che la diminuisse agli occhi di s stessa. Lo guardava attenta: era un ragazzo. Aveva forse l'et di lei. Ella soffriva d'essere stata turbata da un ragazzo: la sua giovinezza si sarebbe piegata con gioia, docile, supina, solo sotto la volont sagace di un'esperienza. Poich per avere sapore di fronte alla donna, l'uomo deve avere un'esperienza, come un palazzo, per avere un carattere, deve avere un passato.
Ora Maria odiava s stessa e quel ragazzo, per quel turbamento di cui persistevano uno scontento irritato e una tristezza: sdegno contro s stessa. E tutto il giorno fu in lei quello scontento dal quale, alla sera a letto, irruppe un'irrequietezza strana, smaniosa.
 una sera calda.
Il letto  troppo vasto per lei. L'imagine dell'avvocato Bretti, che ieri l'altro l'ha guardata e le ha stretto le mani a lungo,  vicina, si piega su di lei, la sfiora.
Ella vede le sue mani grasse, larghe, forti e bianche; a vederle ne ha l'impressione del contatto: mani brutali e impazienti.
Il pensiero delle spalle larghe e forti di lui, la turba. E la sua bocca.
Maria sente il suo volto poggiarsi sul guanciale accanto al suo e le mani di lui salirle per le anche. Si scote.
D'improvviso la voce di Attilio Ruggi, la sfiora. Voce calda, penetrante. Le piacerebbe che l'avvocato Bretti avesse la voce e il sorriso di Attilio Ruggi. Il sorriso di Ruggi ora sbiadisce. Perch quel sorriso non le dice che una freschezza? La sua voce  diversa: insinuante. Attilio Ruggi! Lo vede. E non vuole vederlo.  brutto, Attilio Ruggi.
Vuole stringere gli occhi per non vederlo; ma l'imagine di lui  dentro agli occhi. Lo odia. Odia l'avvocato Bretti, odia Ruggi.
Mentre ascolta quella voce insinuante, vede le mani bianche e violente, dell'avvocato Bretti. Ma come pu pensare a due uomini?
Ora penser a una persona qualunque. Deve distrarsi e pensare a un uomo che con la sua imagine, offuschi le imagini degli altri.
Fa caldo. Maria ha aperto la finestra per far uscire l'afa da cui balzano le imagini opprimenti.
Ora le s'accende dietro le palpebre, lo sguardo dell'ingegnere Bellardi. Occhi che sanno volere.
Il pensiero  quasi inconscio, tanto scatta istintivo: come ella potrebbe amare un uomo che avesse le spalle, le mani e la bocca dell'avvocato Bretti e la voce e il sorriso di Ruggi e il pensiero forte, avvincente e lo sguardo profondo dell'ingegnere Bellardi!
Perch non esiste un uomo che le possa piacere tutto? Perch in ogni uomo c' qualche cosa, o nella persona o nel pensiero o nel sentire o nel gesto, che le ripugna o l'annoia? O pure ella chiede troppo all'amore?
 irritata contro s stessa che rifiorisce turgida di ansie.
Esiste l'amore? Perch credere, credere sempre, contro tutto, contro tutti? Vede un'imagine di s che le piace: la testa alta, fiera e le ciglia aggrottate e nell'atteggiamento un riso aspro e aggressivo: che importa se tutto non  che inganno, quando non si crede? Triste  il credere.
Bisogna credere sussurra una voce lontana, cos lontana che ricercandone l'eco, frugando dentro di s, non la ritrova.
Un pensiero le avvince sottilmente, in un brivido, le reni: se nella vita non c' che questo, perch respingerlo? La forza sta nel non credere? Si ha pure una gioia a cogliere anche quei fiori che subito appassiscono, in mano. La gioia,  nel gesto di cogliere.
E pure un sottile scontento la logora.
Fa tanto caldo. Maria chiude la finestra perch troppo ardore sale dall'alito della notte.
Ora l'imagine dell'ingegnere Bellardi si piega su di lei: nella calma del gesto, nella lucentezza dello sguardo, c' una dritta e selvaggia bramosia. Maria non sa, ma cede alle imagini tentanti, come cederebbe a una rapace mano d'uomo. D'un tratto si ritrova sola, sperduta, tremante, sul ciglio d'un abisso e s'aggrappa al guanciale:
Ma perch penso a questo? Che cosa sono io? Perch nella vita non vedo che questo?
Bisogna pensare ad altro: ricordare altre cose. E le pare che chiudendo orecchi e occhi, con le mani allargate, allontanerebbe queste imagini e ricorderebbe tanti pensieri freschi e lontani. Un altro pensiero batte, insiste, logora:
Che cosa sono io, se penso a tre uomini insieme? Se qualcuno lo sapesse, direbbe che sono una ragazza leggera. Di fronte a quel pensiero, balz ritta con la volont nel pugno e mise l'imagine di s con le spalle al muro: Una ragazza leggera? Direbbero che una donna che pensa a tre uomini ... (Bisogna affrontare quel pensiero e guardarvi in fondo.)  una sgualdrina...
La parola le parve nuova, diversa. Dette per altri, le parole hanno un altro sapore, dette a noi stessi sono diverse.
Pronunci in s: sgualdrina. Poi lo disse a voce alta. Subito nascose la testa sotto le coperte e affond in un pianto infantile.
No... No... Io non voglio pensare a quegli uomini.
E gi nella freschezza delle lagrime, il pensiero mondo e chiaro, sorgeva quasi consolatore con echi di bont pietosa, fluttuanti fra una tristezza e un limpido albeggiare di speranza.
Quando ho amato un uomo, gli sono stata fedele e non vedevo che un uomo: lui.
Freschezza mia, freschezza mia!
Ella invoca s stessa d'un tempo: e i tremolii che il pianto le ha messo fra le ciglia, si smorzano lievemente nel sorgere denso e fosco di un ondeggiare fra il sorriso e l'oblo. E la sua pena si dirada: vi si apre qualche spiraglio di chiarezza, che ha il respiro bianco delle prime macchie d'asciutto sul selciato umido dopo l'acquazzone, quando un ridestarsi di vento alleggerisce l'aria.
Il sonno ci trova tutti fanciulli.
Alla mattina le pare di sentire, nel cigolo di un uscio, i rumori della sua casa. Al paese conosce i suoni d'ogni cosa. La voce dell'orologio viene dalla sala da pranzo, oltre i muri e diffonde nella casa un suono lento, cupo, ma caldo.
Quante volte da bambina, lo ascoltava nel silenzio della notte e alla sera Maria e l'orologio facevano delle lunghe chiacchierate da amici: gli domandava tante cose cui i grandi non sapevano rispondere ed aspettava che l'orologio facesse sentire il suo suono. D'un tratto, nel silenzio, scoccava la musicalit di quella voce che pareva avere una sua bont che le voci umane non hanno e anche quasi un'allegrezza, perch parlava dei ricordi con la voce chiara che aveva un tempo, mentre nel ricordare, gli uomini mettono nella voce una malinconia.
Cos, ripensando al paese, il giorno s'inizia chiaro e fresco. E in quella luce lo specchio apre il suo immenso riso lucente:
Bella! Bella!
Si sorprende a fare dei passi di danza davanti allo specchio, con il pollice in cintura e le mani premute verso le reni: e gode con le palme il movimento delle anche, sente in quell'ondulare, come godrebbero di quel ritmo, gli occhi di un uomo. Sente con il tatto la gioia degli occhi che la guarderebbero.
Bella! Bella!
Da quella voce s'alza, avvolgente, l'ardore di sentirsi cos giovane, cos bella, con questo sole che raccoglie la voce dello specchio per rifletterla in ogni apparenza della primavera.
Bella! Bella!
E per la strada, quando la fila delle vetrine lucide d'allegria  come il rinnovarsi di mille specchi di cui ella ha il riso nelle pupille abbagliate e felici di giovinezza, un pensiero s'insinua, avvampa, sorride, s'impone: e quando Maria sale nell'ufficio di Pietro e un impiegato le chiede se deve chiamare suo cognato, Maria risponde che l'aspetter nell'anticamera, perch ella sa che cos l'avvocato Bretti la vedr.
Poi quando l'avvocato la vede e si ferma e le tende le mani: Che bell'incontro. Venga, signorina e apre la porta del suo ufficio: Facciamo due chiacchiere insieme Maria entra.
E si dice, quasi per far tacere l'altra voce: Voglio solo vedermi bella nei suoi occhi. Farlo soffrire.
L'altra voce in lei, insiste accorata; Maria non l'ascolta e, per oscurare quella voce, pensa: Gli uomini mi hanno fatta soffrire; ora li far soffrire io. Voglio essere cattiva. E per essere cattiva, per farlo soffrire tentandolo, gli sorride.
Sieda, signorina: di faccia a me. Che la veda bene.
Perch? Le piace giocare con il turbamento di lui.
Perch vuole che glielo dica? Lei lo sa.
Potrei sbagliarmi. Me lo dica.
Tutta presa nel gioco rapido della battuta aggressiva, le pare di dominarlo; ed  lei che  gi dominata da quel gioco.
Glielo dir, se lei mi dice perch trema.
Non tremo. No... Mi lasci... Perch?
Perch hai paura di me, piccola? Questa piccola mano cattiva...
Non ho paura di lei, n di altri. Ma non voglio che lei mi dia del tu. S'accorge che il gioco le si ribella in mano e la domina, le pare che egli la pieghi (e pure sentiva che nella volont di essere cattiva, ella stava alta sopra di lui) e gi lo guarda supplice, mentre egli si piega su di lei.
S che tremi, piccola...
Mi lasci.
S' scossa. Egli s'appoggia alla scrivania e la guarda; ella, di fronte, guarda lui. (Una voce in lei si fa dolce, suadente: Avvicinati. Se egli ti piace, non pensare; cedi. Prendi quello che l'occasione ti d. No... No... balbetta l'altra voce, smarrita e pure imperiosa. L'amore  questo afferma, insiste la voce tentante: Quello che tu cerchi non esiste. Se quest'uomo ti piace, cedi. Il tuo cuore  tuo: tu non credi a lui, non lo stimi: il valore di quello che gli dai  lo stesso di quello egli d a te. Uno scambio. Cos non ci sar inganno. E se inganno ci sar, l'ingannato sar lui.)
Lo sguardo di lui la fruga, la ghermisce:
Lei  molto bella! Io farei qualunque pazzia per lei.
Perch mi parla cos? Lo dice a tutte, si sente dal modo con cui lo dice. Lei non mi conosce. No, mi lasci dire. Io chiedo molto all'uomo che mi amer.
Di pi di quanto io voglia darti?
Non mi dia del tu. E sottovoce: Voglio essere amata. Badi che  molto. (Perch gli dice queste cose? Le pare che dirgli questo in cui canta il suo desiderio,  un modo di cedere.) Non voglio che un uomo mi faccia soffrire.  per questo che non voglio.
E che c'entra il sentimento? Lei  troppo intelligente per non capire. Ci sarebbe da creare un capolavoro, lei ed io. N obblighi, n promesse, n parole sdolcinate. Ma l'amore, l'avventura vissuta rapidamente, l'occasione goduta che non affoga nella banalit di conseguenze sentimentali.
Maria ascolta e sorride come sorriderebbe a un nemico cui non volesse far sentire che sta in guardia; e le pare che si possa essere vinta e dominata insieme. Ma quando egli tende un braccio e l'avvince, l'istinto in lei sorge ribelle:
Mi lasci... Mi lasci... E gli sfugge con le labbra.  dolce pregare, quando sa che con un gesto potrebbe comandare. Quando i baci le tentano il collo e la gola, tutta la sua volont si scioglie in preghiera: Mi lasci... Non voglio, avvocato! (E le pare che quel nome: avvocato, lo allontani.)
Egli le prende la bocca e la parola.
Il telefono squill. Egli si stacc; divenne lui: altri occhi, altri gesti; il suo fare professionale.
Pronto.  lei? Si figuri! (Il suo sorriso cordiale; poi, la sua maschera seria.)
Maria lo guarda; e ancora vibra di quel bacio: docile, sottomessa e felice di quella dolcezza accorata che  il sentirsi vinta.
Vengo subito. La seduta  a mezzogiorno. Devo dare qualche ordine e poi vengo.
L'avvocato suona il campanello e, senza guardare Maria, dice in fretta: Scusi, signorina e raccoglie alcuni fogli sulla scrivania.
Maria non parla; si sente inutile, confusa agli oggetti di cui l'ufficio  ingombro. (L'impiegato  entrato, ascolta gli ordini e la adocchia, curioso; ella trema di sdegno.)
Quando l'avvocato prende il cappello, s'accorge di lei e le tende la mano, frettoloso e cordiale:
Mi perdoni, signorina. Riprenderemo un altro giorno la nostra chiacchierata. Devo andare.
Nel corridoio la segue la voce di Pietro da una stanza, fra il ticchetto delle macchine:
C' mia cognata? Le dica che m'aspetti. Ho da fare.
Maria non sente che la voce dell'avvocato, in lei. Questo  lei per lui? Confusa alle altre donne che spesso ella aveva vedute entrare nel suo ufficio e uscirne poco dopo, con il cappello scomposto. Confusa alle altre, lei!
Per la strada, bast l'argento dei capelli d'una vecchietta che chiedeva l'elemosina, perch un nome le fiorisse dal cuore e le parve, in una grande tristezza, di non essere degna di pensarlo: Nonna Maria.
Nonna Maria, guidami tu. Perch non mi parli, quando io non penso e sono leggera e cattiva?
Non ti parlavo prima? disse la voce che ella non aveva ascoltata: E tu, perch non mi ascoltavi?
Nonna! Perdonami, Nonna!
E il chiaro sorriso di Nonna Maria ora le si dilata nel respiro:
Io ti sono vicina sempre. Ma tu, devi ascoltare la mia voce. La tua nonna non ti abbandona. Sei tu che ti allontani da lei, per non sentire la sua voce nel tuo cuore.
Voglio essere una donna limpida. Insegnami tu, Nonna Maria.
Ed  come un tempo, quando la mano di Nonna Maria stringeva la sua piccola mano docile: una strada diritta e un orizzonte chiaro.
E dal sorriso, dallo sguardo, dalla voce e dalla veste di Nonna Maria, emana la chiarezza lontana che era solo nell'infanzia limpida.
Un capello bianco, ieri: sulle tempie, nella compattezza liscia e lucente dei capelli folti; oggi un altro. D'un tratto, Maria sente sopra di s l'ala del tempo che la deruba di qualche cosa che era come una cipria impalpabile, incolore, ma ricca di tutti i colori in un raggio di trasparenza e di luminosit: giovinezza. Per non sentire questo, basterebbe strappare quel filo bianco che brilla fra i capelli. E pure Maria sente che anche dopo, guardandosi nello specchio, i suoi capelli si incrinerebbero d'argento nel ricordo, l dove ora biancheggia quel filo. E non ha l'aria cattiva, un capello bianco; e pure mette tanta tristezza. Non  solo per quel capello bianco. Si pensa che ne verranno degli altri. E solo adesso si sente che il tempo  sfuggito.
Maria sente il tempo sfiorarla; e le pare che le offuschi lo splendore della pelle, con qualche cosa che  come il rallentare stanco che, nelle foglie e nei fiori,  il disfiorire. Le pare che le sue mani tese sentano il fuggire del tempo e che, tra le dita, il tempo fluisca lieve: e pensa che a stringere le dita d'ogni mano, ella possa quasi arrestare il fluire del tempo. E pure tra dito e dito, se anche le giunture si toccano, rimane una fessura sottile; e osservandola, pare quasi di vedervi scorrere il tempo e di udirne il frusco. Ed ella intende perch quella lisciezza impalpabile che  il tempo, pur sfiorando, solca i visi e sfiorisce la pelle.
V'era un tempo in cui ogni giorno le donava qualche cosa; e curvandosi a guardare nel domani, nella fila dei giorni allineati come visite buone che attendevano di poter entrare oltre la soglia della sua vita, Maria chiedeva sorridendo e un poco imperiosa:
Che cosa mi porti? E tu? E tu?
E ogni giorno portava il suo dono di sole: uno le arrotondava la dolcezza delle spalle, un altro le sveltiva la movenza, un altro le metteva una luce pi brillante negli occhi, un altro le coloriva la voce nei desider. Quando si  giovani cos, la giovinezza ci sta ai piedi e la sentiamo fatta di eternit. Ma oggi ella lo sente,  quel capello bianco che lo dice: ora ogni giorno che la sfiora le rapisce qualche cosa. E curvandosi a guardare nella fila dei giorni che fuggono rapidi come ladri, ella non vede che sguardi rapaci.
Domani. Ma oggi, no. Oggi  oggi.
E mentre ella arrovescia la testa davanti allo specchio e, le braccia alte, tese, scopre e gonfia la gola nel riso desioso e dalla veste sciolta emerge la rotonda e bianca dolcezza delle spalle, la giovinezza la guarda con i suoi occhi, le ride con la sua bocca e scintilla con il suo sorriso; e mentre ella s'avvicina alla lastra lucida per imbeversi gli occhi e l'anima di quella ridente imagine di freschezza,  con la sua voce che la giovinezza le dice parole cos insinuanti e avvampanti che ella, per non ascoltarle, si ritrae dallo specchio. Ma la voce  in lei. Maria scrolla la testa. Che cos' un capello bianco in giovent, quando sono passate solo poche primavere? E che cos' un capello bianco di fronte alla ricchezza di tutta una chioma scura?
Dopo l'acquazzone che il vento incalzava, obliquo, tra le nubi rotte s'allarg l'azzurro che rise nello specchio lucido del selciato, in un fluire gaio di riflessi; e d'improvviso le strade parvero azzurre come il cielo corrucciato a tratti, in uno sfaldarsi di nuvole gonfie d'oro. E il vento circond, strinse, spazz anche l'azzurro sullo specchio delle strade; poi, inseguendo e inghiottendo gli orli delle pozzanghere che si restringevano intorno allo specchio in cui il cielo guardava e s'oscurava fuggevolmente d'ombre di nuvole di passaggio, il vento incalz anche le macchie d'asciutto che, allargandosi, s'incontravano fra loro.
E sul bianco della pietra s'apr solo a tratti l'azzurro lucido di qualche pozzanghera che il vento increspava da padrone. Vento di primavera: nell'acqua che riflette il cielo,  come un corrugarsi dell'azzurro. E su tutto questo, in alto, l'azzurro lavato, liscio, radioso del cielo. Le case, con le finestre spalancate al sole, parevano pi bianche ed avevano un'aria linda e felice.
I bambini poveri amano attraversare, scalzi, le pozzanghere; devono credere che sia come affondare i piedi nell'azzurro. La strada pare pi bella, cos rallegrata a specchi d'azzurro. E chi ci pensa che quell'azzurro nasconde il fango?
E poi basta non crederci, per godere di camminare accanto a quei lembi di cielo, ridenti sul selciato. I bambini poveri della citt somigliano a quelli del paese: ridono a voce spiegata e schiamazzano, facendo schizzare l'acqua piovana. Qualche volta s'invidiano le creature pi umili, perch solo la povert si sente chiamare sorella dalle voci della terra.
Attilio Ruggi la raggiunse e si mise a camminarle al fianco; dopo qualche passo, Maria si volse, lo riconobbe:
Di nuovo lei?
Se lei se ne accorge, vuol dire che le fa piacere.
O che mi d noia.
Allora mi mandi via.
 quello che stavo per dirle.
E se non obbedisco?
Stia attento che cammina in una pozzanghera! Se non obbedisce? Me ne vado io!
E io la seguo.
Maria sorrise (non si riconosce: un'altra parla in lei).
Si pu sapere che cosa vuole?
E me lo domanda?
Perch mi aspetta sempre quando esco?
Perch non posso salire, tutti i giorni, in casa sua.
Se vuole vedermi, mi cerchi altrove.
Dove?
Ci sono tanti posti; in casa d'amici, per esempio.
Non vado da nessuno. Casa e ufficio.
Cominci ad andare nel mondo.
Perderei del tempo.
Vedermi non  perdere il tempo.
Posso vederla altrove.
Si volse irritata, nemica:
Sarebbe a dire?
Aspettandola, seguendola.
E se glielo proibissi?
Non me lo proibir.
Non gli rispose. Camminavano vicini.
Senta che aria! Andiamo da qualche parte?
Ho da fare.
Venga.
Quando Attilio Ruggi sorride,  sicura la vittoria. Maria gi sente che gli cede e ne  irritata; e pure l'idea la tenta. Fuori dal rumore del traffico, gli si pianta davanti:
Lei allora mi ama?
Attilio Ruggi tace, interdetto. Maria sente di avere il sopravvento: poi che uno deve dominare e fare soffrire l'altro, quella vuole essere lei. Attilio Ruggi non sar che lo specchio della sua ambizione, poich in lui non l'attira la simpatia che egli saprebbe ispirarle:  attratta dalla simpatia che ella sente di destare in lui.
(Voglio solo vedere come so dominare un uomo. Per dominare, una donna non deve amare. Ma anche per dominare, una donna deve dare tanto di s!  come l'ombra dell'altra voce.)
Lei cosa pensa di me?
Le risponder poi. Guardi quel piccolo caff. Ci andiamo?
Il caff  piccolo. Pochi tavoli e vuoti; pochi specchi e appannati; si sente dall'aria del locale che d'estate ci devono stare molte mosche: le lampade sono coperte di stoffa e dovunque c' qualche cosa che  stata bianca, si vede il loro passaggio negli anni. Qualche figura gaia ammicca dai vari cartelli di liquori che adornano il locale. Un pagliaccio rubicondo, che sta accanto a un grande bicchiere di liquore rosso e trasparente, fa uno sberleffo poich il cartone del cartello  stato strappato. Il bigliardo ha la desolazione di un prato devastato dall'uragano.
Per chi ci vede, abbiamo l'aria di due innamorati.
E non lo siamo? Attilio Ruggi la sbircia di sotto il cappello; ha paura di aver osato troppo.
Il vassoietto sul tavolo  lucente a macchie; lo zucchero nella citola  bigio. Anche il bicchiere  torbido.
Lo zucchero s' sciolto troppo presto in fondo alla tazza: Maria lo sente, ma seguita a girare il cucchiaino.
E lei mi vuole bene, senza conoscermi?
La guardo!
Ah! E Maria, piegando la testa sulla tazzina, gli nasconde lo sguardo.
(Un uomo che neppure si piglia la noia di mascherare la grossolanit dei suoi pensieri!)
Attilio Ruggi s' pentito di quella sincerit brutale:
Io la sento, la conosco. E il suo sguardo la tocca, scende dalle spalle al petto.
Maria guarda, nei vetri della porta aperta, il camminare delle nuvole per l'azzurro.
Che cosa sa di me, lei? Lei non sa che ho amato. Due, capisce? E poi ho voluto bene a un altro. Ma solo voluto bene.
Attilio Ruggi alza gli occhi:  stupito, disorientato. E anche quel fare imperioso e sdegnoso lo attira.
S' annuvolato. Maria osserva nel quadro della porta, la striscia del selciato e della casa di faccia, grigie nell'aria che s' oscurata. Verr la pioggia. Si alza: E adesso lei non mi accompagni. Non voglio.
Un ufficio all'ora del pranzo: l'ozio delle macchine da scrivere accanto ai registri che sembrano sonnacchiosi e aspettano la monotonia scricchiolante della penna; carte con nomi sconosciuti e il verde dei paralumi opachi, sopra le lampadine spente; e come uno sbadigliare strascicato nel silenzio. Orme grigie di polvere. Mosche non ci sono, ma pare di udirne il ronzo.
Attilio Ruggi  un uomo che, a tratti, a chi ne ascolta la voce senza guardarlo, fa pensare all'acutezza d'uno sguardo e a un lampeggiare di sorriso; poi a guardarlo, si sente che tra sguardo e sorriso c' una disarmonia: pare che egli abbia preso a prestito occhi e bocca e ne abbia composto una maschera sconnessa che guarda con gli occhi di un uomo e parla con la voce di un altro. E si ha l'impressione simile a quella che d un uomo che ha giacca, pantaloni e panciotto differenti tra loro.
Maria pensava a questo, ora, di fronte a lui; e si domandava perch ella avesse subito quel bacio che l'aveva poi, vinta e trascinata. Era al volto di quella voce che ella aveva teso il suo volto. Ora nel silenzio di lui, gonfio di pigrizia, le pareva che egli somigliasse a quel suo ufficio dove luce, mobili e cose, emanavano una piattezza bigia: e ad appoggiarvi il pensiero pareva che quel grigio si dovesse fendere come una carta troppo tesa sotto la pressione d'una mano pesante, su un abisso di tristezza. Ugualmente piatto era anche lui; e solo la sua voce s'illuminava di sorriso.
Maria ricordava come da bambina, creava un suo mondo, ascoltando le voci della strada. Erano le voci, che avevano un volto. Ella ritrovava in s quelle imagini e vi credeva e le sentiva ricche di una vita che le figure della strada non avevano.
Anche ora ella amava creare i tratti alle persone, perch talvolta la sua miopia la faceva parlare con la gente senza vederne il volto. Ella ne vedeva sommariamente le linee, come oltre un ondeggiare di nebbia e, distratta o forse pigra, tentava di fissarne i tratti; e con la rapidit balzante dell'imaginazione, vedeva nel volto di chi le parlava, i tratti suscitati in lei dalla voce, dal parlare della persona. Poi qualche volta, guardando la persona, vedeva una faccia nuova diversa da quella che ella le aveva creata con la fantasia.
Cos era in lei anche una miopia spirituale, che in una persona di cui ella amava la voce o il fare o il modo di parlare, le faceva vedere le linee di un carattere che ella le costruiva con quella voce stessa. Era come una pigrizia spirituale nel dover accogliere le linee di un'individualit e concentrarsi per scrutarla, per vederla nitida; ella si divertiva a sbizzarrirsi creando in s un carattere che rispondesse a ci che ella sperava di trovare in una persona di cui amava la voce o il sorriso o il parlare arguto.
E questo le ricordava la gioia che aveva da bambina, nel disegnare le cose che la sua curiosit inseguiva: fiori, uccelli, farfalle; ch le pareva in questo modo, quasi di fermarle, di tenerle, di darvi qualche cosa di suo nel riprodurne le linee e i colori oltre l'impronta della sua comprensione; d'impadronirsi della loro essenza pi che della loro reale apparenza, rifoggiandole in s, perch gi allora ella amava imprimere in tutto qualche cosa di s, per quel suo desiderio di dominio che adesso l'amore ammorbidiva, ma che nella solitudine scattava e voleva imporsi anche all'amore.
Era pi che un farsi ingannare, un desiderio d'ingannarsi, conscio: ed ella che sapeva guardare in s, poi se ne rimproverava; e per quelli che l'avevano ingannata, non trovava che un sorriso di sdegnosa piet. Aveva bisogno di credere; e poi che credere non si poteva, se si scrutava negli altri, ella ne guardava le imagini entro s, dentro alla penombra sorridente delle palpebre. Era dolce vivere nella lentezza sussurrante di quella penombra, ch aprire gli occhi era una fatica; e, fiorendo alla luce, le pupille ebre di un tremolo d'imagini e di trasparenze, non volevano accogliere le apparenze opache delle cose di cui solo il pensiero gi infiltrava un lieve intorbidarsi oltre le ciglia.
Era una forza, quel creare un suo mondo, quel vivere in una solitudine in cui ella traeva le imagini degli altri, foggiate dalla sua volont.
Nel silenzio di lui si diffondeva come un sorridere. Ella sentiva che egli sorrideva entro s; e vedeva quel sorriso nel suo respiro. Ora, poi che sentiva l'anima di lui cos distante, la sua mano che le stringeva le dita, le pesava come una catena. E le si dilatava nell'anima, violento, l'orgoglio. Chi poteva imprigionare il suo pensiero? Quello che dietro la fronte di un altro esprimeva un tormento, in lei diventava forza di solitudine.
Maria sentiva una sua superiorit dinanzi alla fiducia di quell'uomo che credeva di tenerla perch l'aveva sfiorata, ma non tocca, con l'avvampare d'un desiderio in cui egli non s'era sentito solo, perch aveva pensato solo a s stesso. Ancora nel ricordo, l'irruenza di lui la sgomentava e anche l'impauriva un poco, perch ella ne era stata spettatrice.
E il suo orgoglio saliva, s'accendeva, si isolava sul vertice di un'altezza che illuminava la pensosit stanca della sua anima. E in quella solitudine saliva un rombare d'odio, che affiorava dall'istinto e che forse nasceva solo dal sentire la mano di lei prigioniera, mentre l'anelito dell'anima libera e forte, faceva guizzare per le dita impazienti, un desiderio di libert.
Ma c'era tra loro un fatto: ella aveva subto l'ardore di lui e lo aveva quasi seguito, come uno che si fa guidare al buio segue chi conosce la strada, con gli occhi spalancati nell'oscurit, desiderosi di scoprire la luce, sperando di accordarsi a lui in quel fremito che sentiva in lui e che ella non sapeva raggiungere.
E questo bisognava giustificarlo. Che aveva cercato in lui? Volle dirsi che egli era intelligente. Egli credeva di esserlo. Ed ella tentava di ricordare le parole di lui e di trovarvi qualche cosa in cui la sua intelligenza si rivelasse in uno spiraglio di luce: e ricordando qualche frase di Attilio, vi scopriva un'acutezza che egli non aveva voluto dire, ma che nasceva da un ragionamento di lei e dava a quelle parole un significato e un valore. Intelligente non era. Ma a furia di voler trovare in lui il lampo di un pensiero forte, ella specchiava un'idea sua, lucida ed acuta, nelle parole di lui; ed era contenta di poter crederlo intelligente.
Due voci erano in lei: l'una, tesa a volere, si sovrapponeva all'altra che diceva sommesso una parola che la voce imperiosa subito soffocava. Intelligente, no. Un uomo qualunque. E allora perch era l con lui? Forse era buono. Ma dalla voce che persisteva in lei, tenace, salivano ricordi di parole e atteggiamenti in cui aveva sentito in lui un brutale egoismo di uomo, non raffinato da quelle sottili crudelt che a volte attraggono, ma pesante, incolore, goffo. La irritava il sorriso contento di lui che non sentiva quel gonfiarsi d'odio nell'anima di lei e quel balenare, diritto e lucido, del pensiero che frugava in lui e non perdonava.
Egli non sentiva che il tepore delle dita di lei; e forse non chiedeva altro, perch credeva di avere tutto; e tutto in lui s'appesantiva in un dilatarsi di fatua saziet. L'odio era forse in questa ribellione di donna che solo l'amore domina e che nell'amore cerca la disfatta, la violenza di un pi forte: di un uomo. L'odio nasceva da quel sentirlo debole, illuso di dominare, mentre di lei egli non teneva che le dita; e l'anima di lei stava su lui, libera, dominatrice, incalzata da una cattiva curiosit e da un torvo desiderio di ferire. Odio; e anche orgoglio.
(Credi di avermi vinta, dominata, perch un impeto di sensualit e una curiosit mi hanno piegata fra le tue braccia? Io ti guardo con occhi che vedono. Che ti ho dato io, di me? Un silenzio complice della tua illusione.) E intanto nel silenzio di lei, egli adagiava, stracco, il suo orgoglio. Ella invece, frugava nell'angoscia inquieta di quella curiosit che la piegava sul desiderio degli uomini, a cercarvi la rivelazione di un vertice ignoto. Un'ansia di pi conoscere, di pi raggiungere: gli uomini che erano passati nella sua vita, le avevano dato tutto? Oltre a quello che ella aveva avuto dall'uomo, c'era ancora qualche cosa che l'uomo poteva darle? Sarebbe ancora venuto un uomo che avrebbe saputo destare in lei un'eco nuova?
Un tedio sottile, un'opaca stanchezza s'infiltravano nel pensiero e le opprimevano il petto in un freddo di solitudine. Gli stessi gesti, le stesse parole; e non v'erano sussulti di luce, n respiri di freschezza, n faville d'ardore, che la traessero verso qualche cosa di cui ella non sapesse il ritmo e il respiro. Una monotonia grigia in cui l'odio rallentava stanco. E dietro la stanchezza, un martellare lucido: la speranza che un uomo la piegasse, che un pensiero sorgesse pi diritto del suo, che una forza gagliarda la soggiogasse: una forza nuova.
Tutto in lei respirava questa angoscia: c'era ancora qualche cosa che l'uomo potesse darle? Nel ricordo dei baci, un pensiero buffo balen in un riso gonfio di lagrime: le apparve l'imagine degli stampini con cui aveva visto un cartolaio riprodurre un disegno. Il bacio, qualunque fosse l'uomo, aveva per lei l'uniformit di quel rosario d'imagini uscite dallo stampino, uniforme anche se la bocca era un'altra! Anche le stesse parole; gli uomini avevano la stessa voce, lo stesso sguardo, per dire: ti voglio bene. Lo stesso silenzio distratto, dopo. Ora guardando lui, ella sentiva che gli uomini non avevano amato lei; non avevano cercato e amato in lei ci che ella voleva dare, ma quello che avrebbero avuto da qualsiasi altra donna.
Attilio Ruggi ora s'era voltato a guardarla e aveva lasciato la sua mano; parlava di un'automobile che egli avrebbe voluto comperare e ne vantava le bellezze, raccontava anche di alcuni lavori che voleva fare nelle sue fabbriche, come se questo potesse interessarla. E non pensava che questo poteva annoiarla. Raccont anche di un tale che voleva avere quella macchina e del litigio fra loro; parlando, alz la voce: Quel mascalzone! Nella voce, nell'accento di lui, qualche cosa la irrit. Perch non le parlava di lei?
(Egli non sente che valgo pi di lui.)
Che pensi? Non sei di buon umore? Egli  un uomo che quando parla, s'ascolta.
(Perch egli non mi rimprovera poi che non gli rispondo?) Maria pensava alla cravatta di lui e avrebbe voluto dirgli che aveva il colletto sfilacciato. Il suo odio ne godeva. Poi tutto questo le sembr volgare.
Hai la pelle dolce sulle braccia. Egli la baci.
Maria sentiva di odiarlo anche perch egli non aveva sentito prima che ella aveva le braccia dolci e liscie. Anche pensava che forse Attilio Ruggi non la vedeva bella come ella era, ma traeva da lei un sorriso sommario di giovinezza; e le pareva che per questo egli fosse ancora pi indegno di lei. La mano di lui ha il gesto impaziente: una mano che sa solo prendere. Vi sono mani che sanno mentire e nel prendere s'atteggiano al gesto di dare. Ella ricord la mano di Cesco, di cui aveva amato il gesto di prendere e sotto cui ella rinasceva fresca, nella felicit di dare, con un materno rifiorire di bont.
Il silenzio di lei, gli pesava; Attilio Ruggi non vedeva i suoi occhi, ma ne sentiva lo sguardo. Anche egli si chiedeva: Mi vorr bene? Attilio Ruggi solo quando sorride, pare giovane. Il silenzio anche, lo invecchia. (Quando egli la baci ed ella gli cedette, doveva aver sorriso e Maria doveva avere allora dietro le palpebre, il chiarore nitido di quel sorriso.) Attilio Ruggi non chiedeva all'amore che un sorriso in cui poter specchiare il proprio sorriso. In lei il suo sorriso non aveva eco. Allegria, superficialit: solo cos egli s'intendeva con le donne.
Ora che Maria gli volgeva le spalle, egli vedeva in s il volto di lei e gli pareva che l'ombra delle sue ciglia, si rispecchiasse in lui. Nel gesto che egli fece per accendere la sigaretta, ella sent come Attilio l'avrebbe piegata ancora, docile e strisciante; ma gi vedeva oltre l'imagine di quella violenza, l'imagine di s che stava alta sopra di lui: cos alta che, ad alzare il viso verso di lei, egli non raggiungeva la punta delle sue scarpe.
Spcciati, ch possono venire gli impiegati. E anche devo andare alla fabbrica e poi devo presiedere una seduta.
Ora non c'era in lui che una grande fretta di mandarla via.
Per la strada Maria sent che un alito fresco di primavera le toglieva il peso del ricordo di quelle carezze; una leggerezza che era come uno spuntare d'ali, le sveltiva il passo. Gli uomini la guardavano. Si sent bella. E sent che godere di sentirsi bella, esprimeva un desiderio di donare questa bellezza. Ma a chi? Attilio era lontano; e quando sulla manica vide un'ombra grigia (La sigaretta di lui pens) si scosse e le parve che tra lei e lui ci fosse un largo respiro di tempo. Se ricordava le parole di lui, non vedeva il volto della sua voce. Sorrise. E non sapeva a chi.
Attilio Ruggi l'aveva cercata nei pressi di casa. Le sorse davanti una mattina; un uomo fermo dinanzi a una vetrina si volt: lui.
Che ne  di te? e voleva sembrare distratto. (Maria non gli rispose.) Non ti ho scritto, perch so che non vuoi per tua sorella. (Maria taceva.) Che c' di nuovo? Perch non sei venuta l'altro giorno? E guardava per terra, battendo con la punta del bastone una carta, perch si rivoltasse ed egli potesse leggere quello che vi stava scritto e vedere la vignetta di cui dall'altra parte trasparivano i colori vivaci. Ti ho aspettata.
Ella alz la testa:
Ho saputo di lei. Poteva capirlo.
Attilio Ruggi la fiss; parlando, alz il cappello e se lo cal sulla nuca, come per dar posto sulla fronte, a un pensiero:
Che cos' che hai saputo?
Non vale la pena di parlarne. Lei sa.
Spigati. Voleva mostrarsi curioso e si domandava come ella avesse saputo delle altre, chi glielo avesse detto.
Voglio dire che dove ci sono io, non c' posto per altre donne. Ora lo sa.
Non dire sciocchezze! Perdere una donna come quella, per qualche ragazza qualunque! Ma di quale aveva saputo? Attilio Ruggi avrebbe voluto che Maria parlasse, per sapere quale atteggiamento prendere. Quel darle del tu, la irrit.
Vuole smetterla con quel fare di confidenza? Fra noi, non  stato niente. Se lo ricordi.
Scherzi rise Attilio Ruggi, ma era scontento. Gli pareva che ella volesse fare la commedia e non sentiva che Maria era sincera e che non ricordava, perch non voleva che tra lei e lui ci fosse il ricordo di quello che era stato, poi che quel ricordo offendeva tutto ci che di lei era fresco e insieme orgoglioso. Quell'uomo era la prova della sua colpa: era un'offesa che aveva occhi e voce, per ricordarle ci che ella ora, ripensando a quello che era stato fra loro, non voleva credere. Egli non sentiva come a volte la donna, per distruggere un fatto che il suo orgoglio non ammette, vorrebbe polverizzare un uomo, perch egli non l'offendesse con la sua esistenza. Nell'odio di lei, impetuoso, che l'orgoglio accentuava con fredda secchezza, egli non sent che la provocazione di un diniego.
Non sono scherzi. Lei non mi conosce. Quando disprezzo un uomo, egli non esiste per me neppure nel passato. Fra lei e me non  stato niente.
Ma non potresti spiegarmi?
Per darle il modo di mentire?
La risposta rapida, gli piacque. Sentire che la donna gli sfuggiva, lo aizzava. Un sorriso gli rischiar la voce e nelle parole e nell'atteggiamento di lei egli non sent l'indifferenza. Il fatto che Maria era irritata gli provava che ella ci teneva a lui e questo pensiero illumin il suo riso:
Non so quello che tu sappia o creda di sapere. Ma ti posso dire che sono sciocchezze. Una donna come te, non teme confronti. (Qualcuno, passando, lo salut). Qui non possiamo discutere. Ti spiegher. Ci vedremo domani?
 inutile che insista.
Capricci.  ridicolo che tu mi dica: lei.
Non saprei dirle diversamente.
Maria si ricord che anche prima aveva faticato a dargli del tu e che il "lei" fluiva istintivo a dare il tono alle parole. In questo una donna non s'inganna; un pensiero le balen e ne disse mentalmente le parole: se dopo il bacio, una donna non sente nascere sulle labbra il desiderio del tu, come un fiore, quell'uomo non  uomo per lei. Lo sfugga. Il divino istinto.
E vorresti che ci si parlasse come due estranei?
Non abbiamo nulla da dirci. Mi lasci, adesso.
Ed egli la sentiva gi lontana; sentiva quel freddo in cui l'avrebbe lasciato se ora ella gli avesse voltato le spalle. Cos, fra gli sguardi degli uomini che si voltavano a guardarla di sotto il cappello, gli appariva molto bella. Nell'ansia di fermarla, si trad: volle trattenerla parlando, confessando qualche cosa, per stuzzicare la curiosit di lei, per avvincerla facendola soffrire, perch l'uomo crede sia quello il modo per tenere le donne: l'ha imparato dall'esperienza con qualche donna.
Prendere sul serio una storiella da niente! Le parla da vicino e s'accalora: c' nella sua voce l'ardore d'una sincerit: Tu, sei tu. Lo sai che voglio bene solo a te. Le altre sono passatempi. Non fare cos. Ascolta. Sei tanto bella quando sorridi. Abituato a trattare con altre donne, egli sbaglia il tono. E chiacchiera con la volubilit capricciosa e imperiosa d'un bambino viziato, che a lui che s'ascolta, piace e che a lei dispiace quanto il colore della sua cravatta e si confonde all'irritazione che le d l'ombra che egli ha sulla punta dell'indice e di cui poi, sentendo il suo sguardo, egli s'accorge. Subito egli si ripulisce il dito grattandovi con l'indice dell'altra mano, che prima egli porta alle labbra. Se tu vedessi quell'altra!  brutta! Il suo sorriso brill d'ammirazione di s stesso: era stato molto abile, perch dire: l'altra, era vago, "l'altra" poteva valere per una delle sue tante avventure. Anche, egli credeva che tutte le donne fossero pronte a vedere brutta una rivale. Attilio Ruggi giudica le persone a tratti generali: l'individuo per lui porta l'impronta di una categoria. Ha l'anima di un collezionista.  una ragazza che lo fa per vivere. Anzi le avevo dato qualche soldo. E lei per riconoscenza...
Maria sorrise. C'era nel gesto della sua spalla tutto il disprezzo della donna che d, di fronte alla donna che prende.
Una mosca le si poggi sul seno ed ella avrebbe voluto imprigionarla nel cavo della mano. Attese, studi circospetta, e quando il gesto scatt, la mosca sfugg, lieve e ronzante come d'ironia beffarda. Ed ella ebbe solo il senso di fastidio del seno percosso e sussultante e un senso di morbidezza e di tepore nella mano. E questo la irrit di riflesso, anche contro di lui.
Sono cose che non m'interessano.
Come mi ascolti! Io parlo e tu acchiappi le mosche!
Non gli diede retta e disse seguendo un pensiero:
Per lei va con quella...
Che ti hanno raccontato?
Maria restava, sebbene ci soffrisse a stare con lui poi che sentiva di fianco e alle spalle la curiosit degli uomini che, sfiorandoli, salutavano Attilio Ruggi con un sorriso, senza levare il cappello. Voleva convincerlo che era inutile insistere: e che non la cercasse, che non la molestasse.
Se vuole saperlo: me l'ha detto mio cognato. L'ha vista. Era con gli amici; gli hanno raccontato di lei.
Egli trasal:
Allora tuo cognato l'ha detto a posta? L'ansia gli trem nella voce: Sa di noi?
Vi sono momenti in cui tutti gli uomini si somigliano.
Ora che Maria sapeva di non essere per lui quella che aveva creduto di essere, lo vedeva nella sua meschinit: un uomo che apprezzava la donna solo nel fatto che portava le sottane.
Quando ci vediamo?
La smetta con quel tu! Non ho altro da dirle.
Maria! Egli fece un gesto.
Ella non si volse. Scese dal marciapiede, sgusci tra una fila d'automobili. Attilio Ruggi la segu, una macchina gli tagli il passo. Raggiunse l'altro marciapiede: Maria non c'era.
Vista fra il verde la facciata centrale della casa con la loggia nel mezzo, su cui guardano le tre finestre vetrate vicine, alte, spaziose, lucenti di azzurro nel riflettere il cielo, ha l'espressione di bont che si ritrova con gioia nel rivedere un viso amico.
Stamane il ciliegio ha gi una foglia d'oro pallido. A guardarlo di sotto in su, tra il folto delle foglie, si vede che tra il verde s'apre qualche sottile vena di tristezza: altre foglie. E non sembrano avvizzite perch se non si sapesse che quell'oro  il colore del disfiorire, sembrerebbe che l'albero rifiorisse di fiori autunnali alitati di quell'oro che albeggia, ridente, nel cedere della primavera all'estate e si diffonde con un riso incrinato di tristezza nel dilatarsi dell'estate verso la fioritura autunnale. Ora baster un temporale a invecchiarlo.
E poi le foglie s'accartoccieranno agli orli e tutto l'albero avr una grigia stanchezza e diffonder nel vento un frusco di sottile malinconia. In quell'accartocciarsi che  come un rabbrividire fatto gesto, c' l'inquieto tormento del vento. Pare che il vento s'annidi ancora tra le foglie e taccia. E quel suo silenzio  vivo d'ansia.
Allora pare che si voglia stare all'aperto per godere questo ritardarsi dell'estate che dilata nell'aria una felicit di tepore in cui gi s'insinua sottilmente il brivido dell'autunno, che forse non  che il frusco, secco e breve, d'una foglia che cade di tra il verde, sulla ghiaia e sembra aspettare. Ma gi la mamma ha portato dalla cantina la roba d'inverno e le donne l'hanno sbattuta, e il cortile scintilla d'un bianco polvero di naftalina, e cos al sole, le cose che sanno il tepore della casa d'inverno, hanno un'apparenza buffa come figure risorte dalla favola, cui i bambini divenuti grandi, non credono.
Se non vi fosse quel frusco di foglie vizze che cadono dai rami!
Gli uomini sono affaccendati in un'ansia di lavoro. Anche i contadini lavorano nella casa, come se difendessero la roba da un nemico che piomber a valle con l'oscurarsi del cielo. Si pensa a tante cose trascurate nella pigrizia dell'estate e verso cui ci sospinge il pensiero delle serate d'inverno. Una volont di lavoro  in tutti.
Maria ama respirare il dilatarsi dell'oro dell'estate che gi appassisce di tristezza e poi ascoltare la parola buona che la roba d'inverno snida con i ricordi, dagli angoli e dall'ombra. C' come una bont nell'aria.
Per questo la voce del babbo, che scende in giardino per la finestra aperta: alta, turgida d'ira, mette nell'aria quasi un dissidio. Maria coglie una parola che insiste nel discorso: Quei soldi. Poi un'altra voce, minore, anche quella aspra. Maria  sotto la finestra e riconosce la voce:  Michele il fattore. La parola che incalza il discorso, diventa domanda: Dove sono quei soldi? L'imagine di quel ceffo obliquo che incontra per la casa, il suo brontolo roco e, tra le grinze fitte, il luccicare rosso e sinistro del suo sguardo che ride, in lei sono come un'ansia che diventa angoscia.
Ora girando intorno alla casa, le voci s'allontanano; ma poi inoltrandosi su per le scale, le voci s'avvicinano: quella del babbo arriva cos nitida oltre l'uscio, che dalle parole, si vedono scattare i suoi gesti.
Dillo tu: quei soldi ci dovrebbero o non ci dovrebbero essere?
E che vuol dire?
Dove sono?
Quello che piglio lo consegno.
E allora come ti spieghi che i soldi non ci sono? (Messo con le spalle al muro, Michele non risponde.) La voce del babbo romba, ma  tagliente: Te lo spiegher io: vino e gioco. Un tempo eri un uomo per bene. Adesso non c' che l'osteria. Vuoi sapere dove sono quei soldi?
Non dir che io...
Dico quello che voglio. Dico quello che . Da quella volta della Giovannina, ti sei dato al bere. E anche quella: lussi, divertimenti. Dovevi guardarla meglio. Avere figli, crea dei doveri.
Giovannina stava pi in casa sua che da noi! Era al suo servizio!
Non vorrai dire che l'abbiamo fatta scappare noi?
Voglio dire... Voglio dire... che  facile accusare la povera gente. In quanto a questo siamo tutti eguali. E se si dovesse ascoltare quello che dice la gente, anche della...
Pap! Il rumore della porta spalancata copre il grido del babbo che tiene l'uomo per il petto. Pap! Che fai?
Dillo... Dillo... Il babbo scrolla l'uomo: Che volevi dire?
Pap! Lascialo, pap!
L'uomo lasciato andare, barcolla: il cappello gli  caduto di mano; s'aggiusta il collo della giacca: gli occhi bassi, brontolando.
L'ansia non  che nitidezza tagliente, lucida: Maria tra suo padre e l'uomo,  tutta una volont e negli occhi e nella voce  tutta una preghiera:
Non sgridarlo, pap.
Il babbo con le braccia conserte e le ciglia aggrottate, passeggia su e gi per la stanza; poi, le spalle volte all'uscio, a voce bassa:
Adesso mi spiegherai.
Niente volevo dire, padrone. Sono un povero uomo. Quando prima, mi ha detto... di lei... Che vuole! Ce l'ho sempre nel cuore, quella ragazza. Gli trema la voce. Era la pi grande, la pi bella; s'era fatta robusta, cantava, rideva. Chi sapeva quello che ci aveva dentro! (Anche Giovannina diceva: pap!) Poi l'uomo abbassa la testa: E lo so io, ora, dove sar? Magari tornasse! Le aprirei la porta e prenderei lei e il bastardo. E dopo un poco: Lei ha ancora la sua, padrone. E che Dio gliela benedica!
Michele, silenziosamente, raccoglie il cappello.
Ora pare che l'autunno s'attardi a volgersi indietro verso l'estate; ma al tramonto pare s'incammini scendendo dolcemente incontro all'inverno. Oggi  una limpida giornata autunnale: c' nell'aria la trasparenza cristallina dell'inverno; pure la terra conserva ancora i colori dell'estate che cedono gi sfatti, a un'opulenza d'oro troppo maturo. Il ciliegio ha ancora tutte le foglie, ma cos stanche e spioventi; pare non ceda al raggio di sole che lo investe e vorrebbe svegliarlo da quel suo torpore e rallegrarlo di giovinezza. E poi, quante foglie gialle tra il verde: pare una gran chioma sciolta, sparsa, malata, incrinata d'argento. Autunno somiglia nell'alito, pi all'inverno che all'estate. Ancora le cose non sono tocche dal disfiorire, ma c' una tristezza nell'aria, che il sole non riesce a dissolvere.
Oggi, il vento  fresco e sottile. Sulla strada del colle, Maria incontr una donna che saliva lentamente, trascinando il corpo materno e come avanzava, era preceduta dall'ampiezza del ventre. Quando vide Maria, la fatica che le tendeva i tratti, si dirad, si sciolse nella trasparenza lucente d'un sorriso. Maria le tese la mano:
Da queste parti, Pierina? Non sapevo... E con gli occhi, pur senza guardare, accennava alla sua grossezza pesante.
Ho sposato. Pare che a ogni passo la donna perda l'equilibrio sulle gambe sottili che s'intravvedono perdute negli scarponi, sotto l'orlo della veste tirata su sul davanti. Si tira innanzi. Il mio uomo lavora, ma non basta per vivere.
E tu?
Faccio servizi per risparmiare qualche soldo per lui e fa un cenno con le labbra e con gli occhi come se il bambino fosse accanto a lei; pare quasi che debba chinare gli occhi, sorridendo per cercarlo al suo fianco.
E sei contenta? Lui ti vuole bene?
Sin che c' da campare, voglio dire sin che le braccia sono buone, sono contenta. Poi verr il bambino. (Maria non intende se la donna vuole dire che  contenta del bambino o se vuole accennare ai pensieri che verranno.)  buono. Ma se un giorno lui dovesse picchiarmi, gli dico: me ne vado. Al bambino ci basto io. Pare la donna faccia fatica a parlare d'altro che del bambino e quando il discorso lo permette, c'infila dentro: il mio bambino.
Maria si volta a guardarla mentre sale pesante, fermandosi a ogni passo. D'anni, Pierina  quasi una bambina. La faccia  quella di prima: ma che luce negli occhi!
Nel giardino Maria vide un uomo nuovo che spazzava il viale e ascolt il frusco triste delle foglie sotto la scopa fatta di rami legati e ricurvi. L'uomo si volse a salutare, ma non si lev il cappello.
Chi  il nuovo giardiniere? domand Maria alle donne.
 un figlio di Michele.
E Andrea?
Il vecchio Andrea: Maria se lo ricorda, quando raccontava fole, spalancando il nero della bocca e alzava il braccio destro, mentre l'indice e il pollice s'incontravano concordi in un cerchio: Allora il lupo... Come ululava l'u nella sua voce, quando diceva: il lupo, e anche i suoi occhi ingrandivano, brillando di rossi bagliori. Maria ne aveva paura: le pareva che il lupo fosse lui, vestito da uomo e s'allontanava lenta, inosservata, spiandogli tra le scarpe e l'orlo dei calzoni, per vedere se vi apparissero le zampe villose.
 morto, Andrea. Non lo sapeva?
Andrea. Invecchiando, s'era rifatto bambino. Parlava con gli uccelli e le sue grosse dita indurite e scure, toccando i fiori, si facevano lievi. Accompagnava il lavoro con lunghi discorsi che s'accontentavano di risposte vaghe: fruscii di foglie e pigolii d'uccelletti.
E come gli dispiaceva cogliere i rami in fiore.  perch la pianta diventi robusta! E pure guardando i rami e volgendo la testa per respirare, perch gli pareva che l'alito avrebbe avvizzito i petali freschi, brontolava scotendo il bianco dei capelli: Tanti frutti, sono questi! E quando portava alla padrona i fiori raccolti, pareva che li offrisse all'altare: il cappello in mano e la voce sommessa. Parlava con i ciottoli, con la ghiaia che egli pettinava nei viali, con i fuscelli e spesso guardando gli alberi, sorrideva: Oh! diventiamo vecchi! col fare d'un ragazzo gagliardo che bonariamente si burla dei pi piccini; e pure in quel sorriso pareva ci fosse anche la piet dei giovani per i vecchi.
Quante faccie vecchie e devote sono scomparse, che sono legate con i ricordi dell'infanzia. E non soltanto i vecchi servi, i contadini affezionati, sono le zie e gli zii lontani, di cui il vecchio passo stanco s'affloscia nel silenzio, silenziosamente.
E s'ha il senso di restare soli.
Solo allora si sente che il tempo passa. E per riattaccarsi alla giovinezza ci si curva sulla vita a cercare i bambini.
La vita  come le stagioni: tutto rifiorisce. Anche noi si rifiorisce nei figli.
Non piove, non c' filo di vento. Nel grigiore dell'aria, i colli sembrano lontani come sagome di castelli nella nebbia delle fole.
Dagli alberi qualche foglia cade silenziosa. Ora il giallo delle foglie non pare pi lucente d'oro; l'oro s' offuscato d'un alito brullo. E ogni albero pare una gran capigliatura che sia invecchiata d'un tratto, per una grande pena, stanca.
Quante foglie cadono! E ogni foglia scende lentamente e si libra sull'aria, si affida all'aria quasi che prima di confondersi alla stanchezza delle foglie calpeste, voglia godere la leggerezza di quel suo solo volo, per provare come fa un'ala che discende. E poich ogni foglia che cade ha una leggerezza sorridente, pare che germogliare, sbocciare, fiorire, frusciare e rabbrividire, non siano stati che l'attesa di questo attimo che accomuna all'ala, una piccola foglia sfiorita. E in quel cadere lento, senza scosse d'acqua n scompigli di vento, c' la stessa espressione di dolore che  nelle lagrime che scendono lente per le gote, senza singhiozzi e senza che il viso s'atteggi al pianto.
Quando il babbo fu fatto vice-podest Maria fu invitata dalla moglie del podest. Questo atto di tenderle la mano non  che tollerazione, sotto una cortese smorfia d'ipocrisia. Che un tempo quelli del paese non la volessero nei loro salotti, le dava un senso d'orgoglio e se Maria ne aveva sofferto, era stato per i suoi che, stupiti di vederla isolata, schivare le amicizie e sfuggire la giovent, spiegavano questo suo allontanarsi dagli altri, con un che di selvatico che era in lei. E poi, pap  nemico delle feste, dei ricevimenti. Si vedono gli amici dice lui alla buona, in famiglia; il resto  vanit.  in altre cose che il babbo sente l'orgoglio del suo nome.
Maria vorrebbe ora ignorare sdegnosamente questa gente troppo diversa e lontana da lei e che ella vede rappresentata da un abbassarsi di sguardi sornioni, da un pettegolare di quei nasi puntuti e di quelle bocche sottili che hanno le zitelle ad annusare l'amore: gente in cui ella disprezza la ipocrisia e la menzogna mascherate da virt, la falsa onest che non osa offrire alla luce e al vento della lotta, la fronte fiera incoronata dal raggiare d'un sentimento.
La mamma aveva detto: Andiamo. Davanti a una porta che, aprendosi, lasci irrompere da uno spiraglio il voco stridente e fischiante d'un salotto gremito di donne, Maria ebbe lo sgomento d'uno che varca la porta del tribunale e sent la curiosit della gente che s'avventava a denudarla, a frugarla, per fiutare in lei quel che di peccato, che inebria le nari delle signore oneste, inasprisce l'arsura delle zitelle e fa rabbrividire d'impazienza le fanciulle.
Molti nasi s'alzarono dalla chicchera, molti occhialini scattarono, luccicando concordi e tra un frusciare denso di seta e un obliquo frusciare di parole, Maria si trov seduta accanto alla secchezza giallastra della cognata del delegato comunale, mentre in un dondolo largo d'opulenza, l'ampia mole della moglie del podest le nascondeva un angolo grigio di cielo e il verde autunnale del giardino, inquadrato dalla finestra. Pure quel verde pareva sorridere sbucando in alto tra le tende ricamate per ricordare che fuori oltre quelle pareti, c'era tanto respiro.
Quando le dissero di andare di l con le ragazze, un impaccio accorato era in Maria; sapeva: ella non era una ragazza e forse di l l'avrebbero sentita come un'intrusa. Ella credeva le ragazze diverse, le vedeva un poco sorelle di quella che era stata lei. S'alz: le parve di sentire alle spalle la punta d'un sorridere velato. Cerc con gli occhi la mamma: sorridendo, la mamma con lo sguardo le diceva di andare.
Una diversa curiosit, pi arditamente ostile, la invest sulla porta, nel riso di tanti occhi che avevano un solo sguardo per vederla: invidia. Sedette fra le ragazze che ridevano tra loro, raccontando di uomini troppo giovani che a Maria sembravano ragazzi. Osservando quel riso che non la sfiorava, estranea, lontana, Maria aveva la stessa noia che le dava vedere negli angoli e sui tavoli del salotto, dei rami di mandorlo di stoffa. E pure ella desider di essere come loro, di poter sorridere per ogni cosa; non invidi quella vivacit spensierata, n quella curiosit che faceva abbassare le voci in una parola misteriosa, greve di oscuri e maliziosi fascini: amore. Ma avrebbe voluto essere percorsa da quella curiosit, avrebbe voluto patire l'ansia del non sapere. Ma subito, quando la parola le balen nuda e semplice: amore, Maria che per ogni pensiero aveva dentro lo scattare dell'imagine, vide una donna con la fronte chiara e gli occhi abbassati che riflettevano il loro chiaro riso sul figlio che ella reggeva sulle braccia. E allora ella fu contenta d'essere diversa da quelle piccole donne pigolanti, che non osavano tendere le mani apertamente verso la promessa della vita, ma becchettavano di soppiatto i chicchi caduti nell'ombra, seminati da un piccolo soffio primaverile, aspettando l'ombra protettrice d'un marito, senza osar affrontare il rischio: la grande ventata che scrolla e d il senso vasto e sano del respiro.
Le ragazze sentivano che quella donna vissuta nella citt, poteva dire loro una parola nuova e le si stringevano intorno, insinuanti, sperando di stimolare le confidenze, con le voci sommesse. Credevano che una donna che aveva avuto un amante, dovesse ridere sfacciatamente e avere modi sfrontati e vedendo Maria fiera e sdegnosa, la sentivano in alto e ciascuna desiderava di avere da lei una parola per s, che le insegnasse il segreto per conquistare gli uomini; ma anche erano un poco disilluse.
Maria non ascoltava; pensava che ogni uomo l'avrebbe disdegnata per il suo passato, ma avrebbe preso ciecamente una di quelle fanciulle che non avevano il senso profondo della vita. Il suo orgoglio s'inarcava in una sfida; ma anche c'era in lei una tristezza. Ora vedeva quello che un tempo non aveva veduto, quando Cesco l'aveva lasciata sola; e in lei, la madre sorgeva a giudicare: non difendeva s stessa, non pensava al suo patire, ma nella sua sofferenza ella sentiva solo ci che avrebbe potuto essere il soffrire d'un bambino cresciuto solitario, sfuggito e schernito dai compagni. Ora, Maria vedeva Cesco.
Folate brusche e sottili, come parole aspre dette a voce bassa. E le foglie scendono a cento a cento. Le altre, sui rami spogli, raggrinzite, malate, sono volte all'ingi a guardarle con malinconia; ora l'albero che ieri ancora appariva ruggine, pare rinverdito nella sua povert, perch fra le foglie gialle rimaste, si vedono ancora quelle poche che sono verdi. E, a socchiudere gli occhi, si ha quasi l'illusione che quel giallo tra il verde sia una ricchezza di fiorite.
Domani non ci sar una foglia sui rami. Come  triste l'olmo! Quasi si vorrebbe dirgli che torner la primavera. Ma oggi, con quest'aria cupa e umida di nebbia, quasi non si crede alla primavera. E la parola si dissolve come la bugia pietosa che non sappiamo dire.
Anche di notte scendono le foglie? Le foglie non dormono, alla notte? Risponde allora il ricordo delle notti insonni, lontane, in cui il vento correva tra le foglie. Strana voce, strano nome e bizzarra volubilit di soffi ora giocondi, ora cattivi: il vento. Il vento fa parte di quei personaggi misteriosi che nell'infanzia affacciavano la testa dentro al camino, per vedere se Maria era buona. Un tempo, quando lo sentiva soffiare per il giardino nelle serate d'inverno e vedeva nell'ombra gli alberi tormentati fargli le riverenze, gli diceva entro s: Buona notte, signor Vento. Vai a dormire anche tu, che  tardi! Se no, incontri l'omone grigio. Tu non hai paura, perch fischi. E forse anche perch tu sei cattivo. E i cattivi non hanno paura che dei buoni.
Ora non gli direbbe: "signor Vento"; gli darebbe semplicemente del tu.
 arrivato Giacomo: va nelle colonie, in una grande casa di commercio, a studiare.  dimagrato, cresciuto, taciturno. Pap non gli rivolge la parola; a tavola, la mamma tenta di dare al discorso un tono generale per sciogliere quel freddo; ma ogni parola cade senza eco. Giacomo risponde sottovoce, guardando il piatto. Solo la mamma parla.
Giacomo ha portato dei doni dalla citt. Maria li ha messi sulla tavola, al posto di ciascuno, nel piatto. La mamma, quando svolse dalla carta la bella seta nera, liscia e lucente, arross.
Per me? domand e pareva una bambina timorosa di fronte alla bambola nuova che ha la veste pi bella di lei. Poi s'alz e abbracci Giacomo. Il babbo non guard il suo pacco, ma sempre lo urtava con le dita, toccando il bicchiere o il pane. E Giacomo guardava di sottecchi.
Vuoi che te lo apra io? disse la mamma, ma poi che il babbo non rispondeva, non allung la mano.
Giacomo aveva portato anche un pacco di cioccolata che la mamma divise in quattro parti e di cui prese poi la sua; Maria aspett, dopo ne mise una parte nel piatto del babbo che non la tocc.
E tu? La mamma sorrise a Giacomo.
Quando il babbo usc, Giacomo accenn il piatto: Gliela porti tu, mamma? So che gli piace, forse la prender. E vi aggiunse la sua parte.
Pareva che dietro a lui parlasse Giacomo bambino. Maria gli infil un braccio sotto il braccio.
Sono cadute quasi tutte; non ce ne sono quasi pi sui rami. Povere foglie! L'olmo, scheletrito cos, fa piet. Le poche foglie rimaste si sono disseccate sui rami, con la tristezza profonda di lagrime indurite nel silenzio. Piove a ventate. Il cielo, scendendo nei nuvoloni, ha inghiottito i colli; l'aria  densa di grigio. E su questo grigio basso e opprimente, la ruggine delle foglie sparse ha una desolata stanchezza. Deserta malinconia: l'inverno sta per giungere. La casa amica  gaia di bisbigli, nell'ombra in cui la lampada accesa gi al pomeriggio, mette un cerchio caldo di sorriso.
Per la casa si sente la voce della mamma:
Dov' Giacomo? Giacomo!  inquieta.
Ora la mamma non gli prepara la roba, come quando Giacomo andava in collegio; ora i vestiti se li compera lui in citt. La mamma vuole vedere il suo guardaroba d'inverno.
Bada a non pigliare freddo, Giacomo.
Fa caldo laggi, mamma.
E pure guardandolo di sotto in su, la mamma trova nel gesto la bont che protegge: ella che  tanto piccola, che Giacomo l'alza con due dita, per gioco.
Alla sera, sulla soglia di casa ci sono tutti. La mamma abbraccia Giacomo senza parlare e quando Giacomo fa un passo, il babbo che gli voltava lo spalle, dice brusco:
Ricordati... ricordati... La voce gli si rompe e pap abbraccia Giacomo: Dio ti protegga.
Giornate d'oro terso, l'aria par che incida, nella sua nitidezza azzurra, i contorni delle cose. L'olmo  spoglio; solo qua e l, il ricordo di qualche foglia che dopo la pioggia, il vento ha disseccata e confusa al colore brullo dei rami e che da lontano pare qualche uccelletto freddoloso e smarrito che si nasconde fra i rami. Ma si possono contare sulle dita, tanto sono poche. Le strade sembrano pi bianche e i viali del giardino mostrano il gioco minuto della ghiaia lavata dalle piogge, sul terriccio che pare pi scuro.
E pure cos spoglio, l'olmo rissecchito alza le sue scarne braccia verso l'azzurro e il sole. Ed  in quella sua speranza che si sente l'inverno. Pure anche il vento, oggi, non ha nelle raffiche il sibilo tagliente dell'inverno; si direbbe che emani un che di primaverile perch, investendo in pieno, diffonde sulla pelle l'alito d'una fresca morbidezza che somiglia a quella con cui il vento, a febbraio, annunzia che l'inverno s'avvicina alla primavera.
Le donne, nelle ore di riposo e specie alla sera, lavorano a calza per i loro uomini.
Il lavoro a calza somiglia alla vita: i punti sono come i giorni che scivolano via silenziosi, si susseguono e tramano il tessuto; e talvolta volgendosi indietro, si vede il tessuto fatto, ma si pensa che c' ancora tanto da lavorare; e i giorni scivolano via e intanto dietro a noi corre il lungo tessuto della vita, fra cui i punti chiari e quelli scuri si perdono in una trama grigia. E pure i giorni non rallentano e ci sfuggono via cos: lievi e silenziosi, come quando iniziammo cantando il tessuto della vita, con fili lucenti, sottili e tenaci che si chiamavano: fede e sorriso, e i punti correvano via, fra le giovani mani. Poi le mani sono vecchie, sfiorite e pure il gesto ha la stessa freschezza,  lo stesso che tesseva i giorni lieti. E chi dice che  stanco, s'inganna.
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PARTE QUARTA.
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FEDE.
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Sul tram erano saliti una giovane donna e un uomo. Maria li aveva veduti da lontano: avvicinarsi, incontrarsi e salutarsi con il riso degli occhi. Poi, in piedi, ritti l'uno di fronte all'altro, si sorridevano senza parlare. E ogni gesto e ogni movimento erano un pretesto per sfiorarsi le mani. I cerchi d'oro alle loro dita erano nuovi e rilucevano.
Una tristezza greve scese in Maria. Non invidia, ma come una solitudine sdegnosa che quel sorridere feriva e anche un senso di orgogliosa superiorit: ch anche quella giovane donna forse un giorno avrebbe avuto lo stesso rabbrividire di solitudine, di fronte a una giovane donna ed a un uomo sconosciuti che si sorridevano con gli occhi. La donna non era bella, ma fresca e si sentiva che per lei, sorridere era come respirare.
Maria pens: Allora se io li invidio, sono cattiva? Il pensiero le richiam alla mente una imagine dell'infanzia: l'invidia. E ritrovava frugando nei ricordi, le imagini d'un tempo (cose vecchie che le parevano cos vicine e che vedeva cos nitide, da parere quasi che a stendere la mano, le avrebbe toccate) confuse al ricordo dei vecchi giocattoli, delle bambole sbilenche e sbiadite, in quella confusione che affratella cose svariate nel disordine d'un vecchio cassetto: cose, gente, sogni, in un tenue fluttuare di nebbia sorridente. Maria, da bambina, aveva dato all'invidia il volto e la figura d'una donna pazza che chiedeva l'elemosina, scalza e sbrindellata e di cui ella aveva paura. L'imagine dell'invidia aveva anche lo stesso riso stridulo e lo sguardo balenante di giallo e i gesti quadri e amp e il passo a balzi e il volgere del capo furtivo.
La giovane donna e l'uomo erano scesi. Alla fermata seguente anche Maria discese. Camminava in fretta, pensando alle parole che avrebbe detto alla signora Giovanna.
Da tempo, Maria ha bisogno di parlare, di dire tutto di s. Ci vuole qualcuno che ascolti e stia a sentire senza dire niente e solo dopo, quando uno gli ha raccontato tutto, dica di s con la testa: che ha capito.
Nella sua solitudine, Maria a volte parlava come se qualcuno l'ascoltasse e pensava che qualcuno le dicesse di s: che la capiva. Le pareva di riconoscere in chi l'ascoltava, lo sguardo di una persona che le aveva parlato con bont o gli occhi di qualcuno di cui il sorriso le ispirava fiducia. Chi l'ascoltava era un uomo; perch vi sono cose che non si saprebbero dire a una donna. Uno sguardo d'uomo sulla nostra nudit,  come un raggio di sole sui fiori. Lo sguardo d'una donna, offende.
A volte l'uomo cui Maria, nella sua solitudine, racconta la sua pena, ha gli occhi e il sorriso, la voce e la dolcezza gagliarda dell'uomo che ella avrebbe voluto incontrare.  dolce dirgli: Lei mi capisce. Lei sa che sono ancora fresca, anche se gli altri mi hanno calpestata. Ed egli le prende le mani e le dice tante parole che ella non intende, tanto  smarrita, ma di cui sente l'ardore e la bont. Fa bene parlare come se qualcuno ci ascoltasse. E poi si pensa (ed  allora che ella vede il viso di questo uomo cui ha parlato con fiducia: e sono gli occhi ed  il sorriso d'un uomo che Maria conosce e di cui ha sentito la simpatia): Se ora l'incontrassi, non gli direi niente. Qualche cosa forse, parole vaghe, potr dire alla signora Giovanna.
Davanti alla porta sedeva una donna che faceva la calza. Alz gli occhi: aveva la bocca segnata ai lati dalle pieghe che specie nella donna povera, dicono la maternit. Sotto il grembiale ampio, il corpo s'intravvedeva, materno.
Cara, cara Regina. Come sta?
La donna sorrise: quel sorriso accorato e buono che tende i tratti nella maternit, quando la donna  sofferente. Un gesto delle spalle.
E la signorina sta bene? S' fatta robusta.
Eh si sa, sono passati degli anni! La bugia fior pietosa: E lei, sempre la stessa!
No, Regina lo sa che  invecchiata: tanti fili d'argento nei capelli e intorno agli occhi qualche cosa che somiglia alla stanchezza dei fiori, quando patiscono l'aria della stanza e si ripiegano e s'accartocciano agli orli, avvizziti.
E poi che vuole?  la miseria.
Il lavoro va bene?
Io piglio qualche poco. Ma lui non ha lavoro.
E Pietruccio?
Il viso s'illumina e il suo sorriso  quello d'un tempo. La bocca ringiovanisce, gli occhi ridono, lucenti:
 un uomo. Va a scuola. Dio lo benedica. Vuole entrare un momento? S'accomodi.
La cucina ha l'aria d'allora: il vaso di fiori sul davanzale, il ritmo dell'orologio che si dilata nel silenzio, i metalli lucenti. Pure v' qualche cosa di diverso: un quaderno su una sedia e un manico di penna e una matita sotto la tavola e in un angolo, da una scatola di cartone, fiorisce il bianco morbido d'una cuffietta che solleva il coperchio in un tremolo incerto di riso, come l'esitare del sorriso infantile che sta per sbocciare dalle lagrime e ancora indugia sotto il peso di un'ombra che si dirada.
Quanto tempo  passato, cara Regina!
Non vuole sedere?
Poi, quando scendo. Adesso salgo dalla signora Giovanna.
Dopo ci sar anche Pietruccio.  uscito con suo padre. Io lavoro per Alberto e accenna il lavoro a calza. Alberto  il fratellino che deve arrivare. Pietruccio s' ordinato un fratellino:  lui che gli ha messo il nome. E tutti i giorni mi dice: Quando viene? Non sei stata a comprarlo? Pazienza gli rispondo ch non ho i soldi. Vede e Regina addit una scatolina sul cassettone ha il suo salvadanaio e quel che piglia lo mette l dentro: Ti d io i soldi per comprare Alberto! E tutti i giorni vorrebbe rompere il salvadanaio. Sono contenta che s' fatto grande, ma penso che a scuola gli insegneranno la malizia...
E se sar una bambina?
Iddio faccia che sia un bambino, perch noi donne sappiamo che cosa sia il nostro tribolare. Una domanda  nella sua incertezza; vorrebbe sapere se la signorina  felice. Sarebbe tanto contenta, Regina, di saperla felice.
Non soltanto la gente invecchia; Maria nel salire le scale, sente che anche la casa  invecchiata. La signora Giovanna non osava dire a Maria di venirla a trovare; le pareva che dietro lei Maria vedesse l'ombra del bambino.
Sono arrivata l'altro giorno.
Quando Maria entrava dalla signora Giovanna, sentiva echeggiare nelle stanze un lieve pianto di bambino. E glielo disse:
Si ricorda che svoltando il corridoio, dovevo camminare adagio, per non urtarmi? Nella camera della signora Giovanna, preg: Mi faccia vedere le scarpine.
La signora Giovanna esit, ma poi le cerc nel cassettone dove stavano i suoi ricordi di fanciulla e i compiti di Vittorina, scatole, nastri, fotografie.
Eccole! Un poco sciupate, le scarpine che non avevano sfiorato il suolo, appassite.
Ricorda che m'insegnava a farle? Il tremito della mano che teneva le scarpine era l'eco del suo pianto.
Quei nastri, quelle fotografie, quell'odore di giovinezza lontana, la intimidiscono: una donna che  stata giovane cos, non pu capire.
Oh! signora Giovanna, se sapesse quanto  difficile stare sole. Bisogna viverla questa tristezza: sentirsi buttate via. Pare che nessuno ci voglia pi bene. Non serve ricordare le vecchie parole di lui. Non c' che la sua voce cattiva. Anche dopo, molto tempo dopo, quando pare di non pensarci. Allora sentire che c' ancora qualcuno che pensa a noi,  come poter di nuovo credere in s. A una donna pare sempre di poter dare tanto. L'uomo la vince con questo. Pare quasi che donare ancora, sia come distruggere il passato. E poi un giorno, tutto  cos chiaro in noi, quando una voce sussurra di volerci bene. E ci si affeziona a lui, si pensa che sia l'amore. E quando si comincia a volergli bene, si scopre la sua bugia. E una donna non pu che perdonare. L'amore non  amore, se non ha niente da perdonare. Si promette di dimenticare e non  colpa nostra se non si dimentica, se qualche cosa s' oscurata in noi.
La signora Giovanna ascolta: ora che dietro al nome di Cesco si profila l'ignoto di un altro nome (di Mario aveva saputo, ma un fidanzato  altro), ella non sa perch, ma con un gesto timido, raccoglie le scarpine che sono cadute a terra e chiude il cassetto.
No. Seguita. Ti ascolto.
Lei non pu capire. E sono ancora parole aspre e tante bugie che ci pare d'averne l'anima macchiata, solo perch le abbiamo credute. E si dice di non credere pi a un altro. Lei non pu capire... Sono parole, dire che non si crede pi. E quando un altro dice che ci vuole bene, gli si crede ancora. Si crede, si crede! Io non sono degna di te, ho avuto un figlio, ho amato degli altri. Egli promette di dimenticare, prega, insiste. E gli si dice di s, per dimenticare. E anche si crede di volergli bene; forse gli si vuole bene. E dopo, un giorno,  come aprire gli occhi, si guarda nel cerchio della propria vita: sono visi estranei che ci gridano: ti ricordi? E allora quasi non si riconosce s stessa. Io ho voluto bene a questi? Allora che cosa sono io? E pure io so di non essere spregevole. Io sola so che l'ho fatto perch credevo di voler bene. Non creda che io voglia negare la mia responsabilit. Sono io che ho voluto. Ma dica, dica lei perch gli uomini ci ingannano?
E lui? Hanno suonato; la signora Giovanna  andata ad aprire, si sente che parla sulla porta. Poi rientra sorridente: Era il calzolaio che ha portato le scarpe di Vittorina. A toccarne le suole, pare che le accarezzi. E sottovoce: Dicevo: e lui... il padre del bambino?
L'ho incontrato qualche volta. Maria tace. Poi, una grande pena  nella sua voce: Ora pare quasi strano di parlare di lui, come se egli non fosse stato lui. L'ho incontrato. Niente. Un uomo qualunque. Mi ha salutata, gli ho risposto. E pensare che gli ho voluto tanto bene. Di questo, soffro: perch se quello fosse stato l'amore, non avrei dimenticato. Dica, lei crede che si possa amare tante volte?
La signora Giovanna alza la testa:
Io credo che si ami una volta sola.
Lei capisce questa pena? Ho sempre creduto di amare e non era l'amore. Allora perch tutte le volte si crede che sia l'amore? E questo non  rinnegare l'amore passato. Si sente che quello non era e che solo questa nuova chiarezza  l'amore. Poi, guardando indietro, si vede che anche questa non era che illusione.
Perch non era l'amore.
Ma allora l'amore qual'? Come si riconosce?
Non so. Chi l'incontra subito. Chi non l'incontra. E chi l'incontra tardi e prima deve molto soffrire.
Allora lei ha amato?
La signora Giovanna arrossisce,  fresca sotto il peso bianco dei capelli. Ai suoi tempi non si chiedeva tanto; una ragazza sposava l'uomo che le avevano scelto.
Tutte?
Non so. Parlando, la signora Giovanna si volge a guardare sulla parete l'orologio che ricorda una voce irosa e roca di bestemmie e pare abbia nell'oscillare del pendolo, il moto della testa che hanno i vecchi, quando commentano un discorso borbottando: eh, si sa.
E allora come pu sapere?
Si sente. Io non l'ho incontrato. Forse tu.
Tardi.
Non sar mai tardi per amare.
Sono troppo sfiorita. Che potrei dare ad un uomo?
Questa bella fede che  in te, anche se ora ti pare di non credere pi. E la tua fiducia, la tua sincerit.
No, no: con la testa, con le spalle, Maria si schermisce:
Non mi crederebbe. E il mio passato non gli farebbe sentire che la mia tristezza.
L'amore  fatto di verit.
Le due voci, l'una rauca, quasi cattiva, l'altra fresca, serena, tacciono. Poi Maria sussurra, perch l'aria della sera entrando nella stanza, fa abbassare la voce:
L'amore? No, signora Giovanna, lei non pu capire questo. Se io penso al passato, vi sono volti, voci, parole che ora non m'ispirano niente; mi pare che tutto sia smorzato nella mia anima. Anche l'odio, ora non  che indifferenza. E da questa amarezza nasce il dubbio. Io ho solo creduto di amare. Quel dubbio, lei lo capisce? Forse se gli uomini mi hanno mentito, la colpa  mia che non ho saputo amare. Neppure Cesco. No, non era amore. Lo sa che cosa vuol dire sentire il cuore arido e pensare che questo cuore non sa amare? Che cosa ha da essere l'amore? Mi dica: come ama chi sa amare?
Guarda, Maria. La signora Giovanna accenna la finestra: Non senti che bont  in tutte le cose? Ci si sente buoni. Credi, basta sperare. La vita  buona. Te lo dice una vecchia. E nel sorriso della signora Giovanna, c' un'eco dell'oro del tramonto; ma il suo,  un sorriso d'aurora.
La finestra  aperta: alta sui giardini in cui il verde accoglie e distilla l'addensarsi dell'ombra. In alto oltre i tetti, nel tremolo dolce dell'ora che impallidisce verso l'argento della sera,  il respiro dell'immensit.
Anna volle condurre Maria a un concerto di violino e pianoforte. Maria non guardava il programma, conosceva troppo poco di musica, per voler sapere i nomi dei pezzi e dei musicisti. Apriva l'anima alla musica, semplicemente.
I primi suoni la isolarono, allontanarono le pareti e la gente e le vennero incontro: luminosi. Ella s'accorse che ogni suono destava in lei un colore. Il primo pezzo fu un susseguirsi di rosso e di giallo, ad anelli, a spirali; uno sfogliarsi di petali, un annodarsi di fiorite: tulipani rossi e gialli che fiorivano a miriadi, turgidi d'oro e di rosso. Le parve che i suoni la sollevassero (e si sent sola tra la gente) e che tutti la guardassero e non vedessero che lei nella grande sala gremita, perch la musica la isolava in un cerchio di luce. La gente  lontana perch ella sia sola in quel fascio di luce: d'intorno, nel buio della sala, ci sono tanti occhi che la guardano. Quella luce si diffonde dall'alito della sua giovinezza. Sentirsi bella cos, d un senso di leggerezza.  bella, vestita del colore di quei suoni e le pare che la gente colga ogni suo battito di ciglia e cerchi sul suo viso, l'eco dei suoni. Quando la musica tacque, si sent perduta tra la folla e vide che aveva la punta d'un guanto rattoppata.
Poi fu un pezzo che era tutto levit di vapori argentati e stellati d'azzurro; poi quell'azzurro sbiad, si perdette nell'argento da cui s'alz un tremolo di rosa e l'argento brill pi lucido in una vaporosit d'alba e d'aurora. Maria non vedeva che colori: n volti, n imagini, solo qualche vaga forma che sorgeva dall'anima del colore.
In una pausa Pietro present a Maria un giovanotto che era venuto a salutare Anna; ma ella non ne cap il nome. Quando questi se ne and, Piero parl ad Anna, sottovoce.
Che dice? domand Maria.
Chiedeva chi  quel tale Anna accenn un uomo che ora guardava dall'altra parte che ti guarda tutta la sera. Ma Anna pareva distratta.
Ancora la musica evoc a onde, a lampi, una tenuit di colori dal rosa all'azzurro, tra un polvero d'oro sbiadito in cui ruppe, cantando, un bronzo lampeggiante che spalanc un orizzonte d'azzurro, libero, sconfinato. Maria sentiva che in lei i suoni diventavano movimento e avrebbe voluto salire sul palcoscenico ed esprimere nel ritmo e nella leggerezza dei passi, quel senso d'ariosit che il suono le metteva nelle vene e con cui le incalzava le caviglie. Gli occhi della gente la investivano con una luce che si confondeva allo stordimento che prima ella aveva avuto dall'aria greve di respiri e di luci.
Quando uscirono Maria vide quel giovanotto ch'era venuto a salutare Anna. Egli s'avvicin a Pietro:
Hai visto Chirri? Lo prese sottobraccio e s'incammin con loro.
Un bell'uomo: biondo, magro, non alto, elegantissimo. Gli occhi miopi, chiari e lucenti, il viso scarno e le mani feminee, inquiete. Maria le vide quando egli ripul gli occhiali, sotto un fanale.
Sai chi ? disse Anna.  Barghi, il musicista.
Quella sera Maria non aveva sonno e indugiava allo specchio. Vestita cos, era bella. Persisteva in lei quel senso di luce e d'ariosit che l'aveva isolata fra gli altri; le pareva che i suoni le strisciassero ancora sulla pelle. Molti uomini l'avevano guardata e forse ora pensavano a lei. Forse Barghi aveva visto il suo guanto rattoppato. Le sorse dinanzi la sua figura svelta, esile e si sent sfiorare dal suo sguardo che aveva una densa morbidezza sognante e a tratti balenante d'un lampo di volont. Forse Barghi amava una donna e a quell'ora era con lei. Doveva essere tenace e delicato. E Maria invidi quella donna; la prese una grande curiosit di sapere come Barghi era con lei, di conoscere i suoi gesti e la sua voce nell'amore. E in lei sal un'onda avvampante di parole di cui non sentiva che l'ardore: non a quella donna, Barghi parlava a lei. Si spogli.
Come sono diverse al risveglio, le cose pensate nell'ombra della sera. Alla mattina non era in lei che l'eco dello stordimento di molti lumi e il ricordo d'un guanto da rammendare.
Chi diceva che sarebbe venuto l'inverno? E chi ci crede? Basta guardare l'albero di magnolia nel giardinetto pubblico sulla piazza, con quelle foglie liscie, giovani e dure, vibranti d'uno scintillo d'oro chiaro, al sole.
Primavera! Primavera! Chi pu credere all'inverno? D'un tratto per la strada, dopo aver imbucato una lettera per la mamma, subito uscendo sulla piazza, Maria ebbe un senso irragionato di contentezza: un diradarsi, un rischiararsi, un albeggiare e uno schiudersi di leggerezza che non era ancora sorriso, ma del sorriso aveva il respiro chiaro. Pens a un paio di calze che avrebbe rammendate quel giorno e il desiderio di fare bene il lavoro, imitando la trama, le diede una grande allegrezza. Ci vuole cos poco, perch la vita sia lieta. Le fioriva nelle dita un bisogno di carezze: amava la strada, le cose, ogni viso che incontrava sul marciapiede. E anche non credeva che gli uomini fossero cattivi: se ella avesse detto a chi era stato cattivo o voleva esserlo: perch? cos (e lo diceva in s: perch? perch?) con questa voce, sorridendogli con gli occhi, sarebbe fiorito anche nell'altro un desiderio di bont.
Maria alz la testa per guardare uno dei casamenti dalle tante finestre, alcune aperte, altre chiuse: e nel quadro di quelle aperte, vide un'alleggerirsi di verde teso al sole e tante macchie allegre, sventolanti di bianco e come di contentezza e sullo specchio lucido delle vetrate chiuse, il brillare dell'azzurro che ride dovunque con un vasto senso di libert. Un alveare di felicit. E le parve di non avere prima conosciuto quella casa che pure ella guardava tutti i giorni. Non l'aveva veduta. Ora le pareva che il suo sguardo si snebbiasse e tutte le cose le mostravano un nuovo viso. Pareva che prima ella fosse passata tra le cose, distratta da un'ombra che ora si sfaldava in un irrompere di sole: pareva che solo ora ella vedesse e che la sua vita uscisse da un torbido torpore, in un risveglio primaverile. Al ritorno, i colori vivaci di un'oleografia, in una vetrina, attrassero il suo sguardo: osservando nel disegno lo stupore d'una bambina che alzava le braccia e guardava un uccelletto che fuggiva per la finestra aperta, e aveva nell'atto e nell'espressione una legnosit banale, Maria sent che in lei quella leggerezza sorridente s'afflosciava; e anche il suo passo rallent, stanco.
Pure alla sera cerc con gli occhi il casamento; nell'ombra di molte finestre, brillava un lume: stelle nel buio della notte. E ogni stella diceva il suo universo: la casa.
Una sera di primavera, in casa d'amici, Maria vide Ruggero Barghi. Egli la guard appena, da lontano; Maria sent che qualcuno gli diceva: Perch non  venuta Ginetta? E la risposta di lui le parve distratta:  in viaggio.
Una sorella? O la moglie? Quel nome di donna mise tra loro un che di indifferente.  stupido come a volte, di sera, conoscendo qualcuno sotto molte luci, la fantasia s'accende e si pensano e si sognano grandi cose e il pensiero corre e dopo, alla chiara luce del giorno, tutto pare afono e deserto, come un teatro che con le sue mille luci, splendeva di ricchezza, mentre di giorno, vuoto e spoglio, ha una scarna e scialba miseria.
Un giorno Maria credette d'incontrare Ruggero: ella a piedi, egli in una macchina ferma, affacciato al finestrino per parlare con un uomo; ne vide il profilo e la mano secca e snella. Poi lo dimentic.
Una sera in casa Berni, guardava dal salotto la stanza da gioco: per la porta aperta veniva il tedio del bianco e nero intorno al verde del tavolo e si diffondeva nelle voci sommesse, da cui s'alzava qualche parola che un'altra parola copriva, per scivolare nel ronzo dei bisbigli.
Maria sbadigli; di faccia a lei una donna che la contessa Berni le aveva presentata senza che ne riuscisse ad afferrare il nome, sbadigliava. Nell'incontro dei due sbadigli albeggi un sorriso:
S'annoia?
Con le donne s. Anche Maria sorrise.
Io m'annoio anche con gli uomini rise la donna.
Subito Maria che aveva detto per affettazione spavalda, quella frase che pure era sincera (perch ella si era fatta una maschera della sua sincerit che di fronte all'ipocrisia della gente, prendeva il fare ambiguo della menzogna), si pent di averla detta. Si sentiva confusa alle altre donne e le parve che questo distruggesse la sua freschezza: e quel pensiero le diede l'imagine d'una fioritura di bucaneve che le richiam alla memoria il ricordo d'una seggiola di paglia nello stanzone accanto alla cucina, dove ella ammucchiava i bucaneve raccolti nel bosco.
Gli uomini si somigliano tutti sbadigli la donna.
E pure con loro si sa di che parlare.
Le donne sono tutte diverse, in tutto; gli uomini hanno tutti gli stessi difetti.
Sono migliori delle donne e sono loro superiori in tutto. Maria aveva gli occhi splendenti.
Ne ha conosciuti pochi?
Pochi, ma tanti da non dover desiderare di conoscerne altri.
Vedr. Il vestito varia: il tipo  fatto a serie.
Qualche cosa di falso, di opprimente come l'aria della stanza, era in quelle parole; Maria ne aveva una vaga tristezza e le pareva che fra quella gente, ella sfiorisse: si sentiva vecchia.
Gli uomini venivano lentamente dalla sala da gioco, con quell'aria affaticata che hanno gli uomini di lavoro quando perdono il tempo a chiacchierare. Maria si sent guardata: allora qualche cosa si insinu nel suo riso e brill nel suo sguardo. La sua freschezza sfioriva in un senso d'ardore lampeggiante che la invadeva e alzava la sua voce e dava un'irrequietezza scattante alle sue movenze.
Ruggero Barghi s'avvicin, mise una mano sul braccio della donna che sollev appena il viso. Vuoi che andiamo?
Ci annoiavamo.
Appena allora egli s'accorse di Maria: e la guard tra il palpitare delle ciglia, socchiudendo gli occhi ed ella sent che quel suo guardare tra le ciglia, era come raccogliere l'imagine e viverla entro s. Anche quando Ruggero Barghi l'aiut a mettere il mantello, sentiva quello sguardo che le indugiava nel collo e quando gli diede la mano, sent che tra loro c'era un'intesa.
La donna dallo sbadiglio, doveva essere Ginetta. Non era sua moglie, perch la chiamavano signorina, ma Ruggero Barghi le dava del tu. E che non era sua sorella si vedeva.
A casa, Maria and allo specchio: nuda, con le scarpe; si drappeggi in uno scialle, badando a rivelare la sveltezza dolce delle anche: e avrebbe voluto che egli la vedesse cos.
Quella era Ginetta! Ma Ruggero piaceva a lei. Si sorprese a dire a voce alta, una frase che aveva sentita da lui. Allora lasci cadere lo scialle che, ammucchiato, grigio di pieghe, non aveva lo splendore di cui s'era intriso plasmando il fiorire spavaldo del suo corpo irrequieto, turgido di impeti segreti. E si vide nuda. Balz indietro, le parve di avere freddo. Gir la chiavetta della luce e si rannicchi nel letto. Poi s'accorse di aver caldo e spalanc la finestra.
Guardava anche lui le stelle, pensando a lei? Da ogni parte, da ogni angolo, sorgeva il nome di lui. Ella lo respingeva, ma poi cedette: e il nome ingrand e con due grandi braccia, la gherm.
La donna dallo sbadiglio era bella e questo la bella dice a s stessa che vede con piacere altre donne belle e che non le invidia, vuol dire che non  innamorata oppure che s'inganna. Se  innamorata, detesta tutte le donne belle.
Una sera in cui Ruggero suon in casa d'amici, Maria lo ascoltava con l'anima perduta in lui: egli le diceva parole fatte di stelle, di raggi, di trasparenze zampillanti dall'ombra verso il polvero d'argento del cielo, parole di fiori strani sfolgoranti di qualche cosa che non era colore ed era pi che luce. Luci, grappoli di fiori che erano stelle o forse lucciole che avevano dormito nei fiori e che la sera destava.
Quando Ruggero Barghi alz gli occhi, incontr lo sguardo di lei. Maria sentiva di non esistere: la sua vita fluiva in lui; non era lei, era quella parte della volont di lui che incarnava un'apparenza ispirata dal sogno: era lui. Si sentiva fluida e trasparente: pi che pensarlo, sent che cos doveva fremere una rosa sfogliata dal vento. Non cerc di parlare a Ruggero; avrebbe voluto fuggire, essere sola, perch sapeva che egli aveva veduto nei suoi occhi, quello che ella non avrebbe saputo dire. Poi potevano venire le parole e i gesti; ma n gesti, n parole, avrebbero saputo esprimere quel suo non esistere che in lui.
Quando Maria si vestiva in anticamera, sent una mano che la spingeva dolcemente verso la porta aperta d'una stanza buia. Inosservati dagli ospiti che chiacchieravano, Ruggero la guid nella stanza e la fece girare dietro la porta. Maria sentiva il suo alito nel collo e anche la mano di lui che cerc, trov, strinse la sua mano; poi le sue braccia che l'attrassero.
Aspett con tutto ci che in lei era vita, proteso, offerto. Le parve che tutto sprofondasse. Sporse un poco il viso. Il cuore le palpit in gola.
Poi ud la voce di lui, allegra, indifferente, fuori nell'anticamera:
E dove s' cacciata la signorina Berardeschi?
Ruggero Barghi aveva detto che l'aspettava un po' fuori citt in un viale solitario. Maria lo vide da lontano, alle spalle: doveva andare su e gi, nell'ansia d'attendere. Quando egli si volt, scorse Maria a met del viale e le corse incontro. Ripensandoci poi, Maria non ricordava le parole di lui, ma solo lo sguardo che ardeva e la voce sommessa. Egli non le chiese dove volesse andare: sent la donna in suo dominio anche nelle piccole cose e subito ne volle dirigere anche il passo, spingendola per la via che saliva dolcemente verso il colle, fra ville e giardini. Era una via stretta, chiusa tra i muri alti dei giardini, da cui defluiva versandosi per il grigio della pietra, una ricchezza di verde e dietro cui s'alzavano rami d'alberi in fiore.
Quella via fra i giardini e quel versarsi di verde gi dai muri, le ricordarono un vicolo al paese, che ella amava per le sue passeggiate solitarie: un vicolo che saliva, ripido, fra le case e che svoltando in cima alla salita pareva, visto dal basso, fosse chiuso da un muro da cui defluiva un'onda di verde, che nel grigio della pietra metteva un sorriso ed era quasi un invito a salire: il sorriso d'una meta.
La nostalgia del paese le gonfi il petto:
Vorrei farle conoscere la mia casa. E subito pens che dopo Cesco, non aveva desiderato di vedere un uomo nella sua casa. Lo amava tanto?
Verr a trovarvi se volete. E, piegandosi verso di lei: Ma a casa vostra, che cosa ne diranno?
Maria non rispose; egli credette che quella domanda l'avesse offesa e le circond con il braccio le spalle e la sospinse dolcemente. Ella guardava per terra.
Vi dispiace quello che vi ho detto?
Era lontana e torn a lui in un sorriso:
No. Pensavo: non mi dia del voi. Non mi piace. Il voi  ambiguo: concede troppo e non d niente. Non mi somiglia. Non  nettamente audace e neppure  affettuoso.  qualche cosa tra lo schiaffo e il bacio. Un tempo Maria non avrebbe osato dire un pensiero proprio, perch avrebbe temuto d'apparire puerile; ora ella voleva imporre agli altri la propria personalit che sentiva prepotente. Anche, la voleva imporre all'amore. Ma dicendo queste parole a Ruggero, ingenuamente, non pensava che a poter tornare al "lei" che era pi dolce. Il "voi" la irritava: permettere che tutti le dicessero: voi, sarebbe stato un lieve accondiscendere, un concedere a tutti qualche cosa di s e questo dava un sapore ambiguo a ogni parola. Anche, il "voi" prima dell'amore toglieva il turbamento di passare dal "lei" al "tu". Gli uomini non capiscono questo: per ghermire un piccolo vantaggio, non sanno vedere le cose profonde. Ma subito ella scus Ruggero: il "voi" era per lui un'abitudine, ma si sentiva che egli doveva essere in tutto uno squisito raffinato.
Egli credette che le parole di Maria fossero un invito a darle del tu:
Posso, Maria? Sono tanto lieto che questo me lo abbia domandato tu.
Ora fluttuava fra loro l'ombra d'un lieve malinteso che in lei oscurava qualche cosa: le pareva che dicendogli che non aveva pensato questo, sarebbe stata ridicola; ma anche non voleva che Ruggero le fosse grato di ci che ella non aveva pensato. E glielo disse.
Egli ne parve triste:
Cos poco sono per lei?
No. C' altro. Lei non mi conosce.
Ella non s'era domandata che cosa egli volesse da lei e neppure che cosa ella sperasse da lui. Ora sentiva in lui quella curiosit affettuosa che ha l'uomo prima d'avere dei diritti. Dire di s, era come distruggere il passato: e nella voce era il suo soffrire che del passato, non diceva che il martirio. Ma Ruggero in quella voce sent anche l'ardore di una giovinezza che chiedeva amore e una freschezza che si offriva. E ne fu preso e commosso.
Questo gli diede un atteggiamento diverso: i suoi occhi che prima imploravano, avevano ora una luce affettuosa e la sua voce aveva un altro tono.
Povera bambina.
Allora gli occhi di lei, umili e ardenti, gli dissero: dimmi pure "tu". Ma egli non intese. Taceva. Ed ella che gli camminava accanto, silenziosa, pensava che quanto gli aveva detto di s, aveva creato in lui una tristezza.
Dimentichi, Maria. Lei  ancora una fanciulla,  fresca. Lei vale molto pi dell'amore.
Allora tutta la sua giovinezza irruppe, ansiosa e canora:
L'amore  la vita. Io ho tanto bisogno d'amare e d'essere amata. ( dolce dire queste cose a un uomo che ci ascolta e di cui la voce e lo sguardo ci fanno vibrare.) Io posso dare tanto.
Mi creda, gli uomini non sono che ingrati. L'amore non  che una parola, un gesto. Lei vale di pi, molto di pi. Non si butti via.
Lei no os ella lei  diverso.
Ruggero tacque; poi disse e pareva sincero:
Se fossi libero le direi di sposarla e di portarla con me. Con lei, s. Con lei sento che potrei andare lontano. Pens un poco: Per  bene cos. Per il bene che le voglio. (Ruggero le voleva bene? Maria era felice e tremava e avrebbe voluto dirgli grazie.) Io sono irrequieto, scontento, sono un nevrastenico. Il nostro matrimonio sarebbe un'avventura. Anch'io potrei dirle molte cose di me. (Maria avida di sapere, ascoltava.) Mi sono fidanzato per piet. Ginetta era sola, senza parenti. (Non disse: povera, perch pens che Maria avrebbe potuto sapere delle ricchezze di Ginetta. E anche si domand e pensando questo parve distratto: Allora tu la sposi solo perch  ricca, perch Ginetta di San Gineggio  un bel nome, che suona bene e rappresenta oltre una rotondit sonante di cifre, delle amicizie preziose nel gran mondo? Questo gli dispiacque, perch i sentimenti che Maria aveva destati in lui con quello che gli aveva detto del suo passato, erano alti ed egli avrebbe voluto poter vedere tutti i propri atti a quell'altezza. Per la morbidezza conciliante che era nel suo carattere gli spieg perch segretamente egli era contento che Ginetta fosse ricca:  per Roberto. Un uomo disinteressato pu anche pensare alle ricchezze, quando si tratta di suo figlio. E, sodisfatto di s, riprese con entusiasmo a pensare di essere per Maria, un amico.) Ho promesso a mia madre, che la conosce e le vuole bene, di sposare Ginetta. (Ella soffr del modo con cui Ruggero parlava di Ginetta. Soffr di sentire quel nome detto da lui.) Ora no; voglio fare il giro dei concerti; ci sposeremo quando torner. E riprendendo il pensiero: Mi creda che il matrimonio deve essere una cosa ragionata. Vide e cap lo sguardo di lei: E per un'avventura lei vale troppo. Io le darei troppo poco. Saremo amici: lei ha bisogno di qualcuno che la comprenda. Ci vedremo spesso. Lei mi racconter di s ed io le parler di me.
E pure a Maria sembrava che vivere con lui, doveva essere tanto bello: ascoltarlo, obbedirlo essere umile e devota. E godeva profondamente di sentirsi cos debole e piccola, dominata dalla volont di lui: vinta, piegata, prima che egli la sfiorasse.
Dimentichi! Dimentichi!
Se ella non pensava che a lui!
Ruggero aveva insinuato un braccio sotto il suo braccio:
 tardi. Ritorniamo.
Maria sent in lui un padrone e, docile e felice, gli obbediva.
Era irritata che il cappello nuovo non fosse pronto. Era andata lei stessa dalla modista per vedere. Forse era pi irritata di essere arrabbiata per una piccola cosa come un cappello, di quanto fosse urtata perch il cappello non era pronto. Maria camminava svelta per la strada; attravers una piazza che il sole del pomeriggio tardo dorava di un oro profondo in cui si insinuava gi un che della sera. Sentiva l'oro del raggio di sole sotto le vesti e le pareva che il raggio la sollevasse. Anche le pareva che la musichetta dell'orchestrina di un caff la portasse.
Le piaceva camminare quando una musichetta lieve improntava il ritmo del suo passo: aderiva subito alla musica e godeva di sentire gli sguardi cercarla, seguirla e frugarla, avidi e ansiosi. Mille sguardi perduti in lei, fusi in un solo sguardo imperioso e supplice, che chiede e prende, tocca e soggioga. Sentirsi bella.
Poi si rimprover di questo e soffr di quegli sguardi d'ignoti che cercavano in lei qualche cosa che apparteneva a Ruggero. Camminava quasi portata dai suoni dell'orchestrina e le pareva che tutto in lei rispondesse a quel ritmo con una diversa morbidezza di linee e di movenze: le spalle seguivano la cadenza con una parola diversa da quella dei fianchi che sussultavano e anche il respiro della veste aveva una sua voce, un suo modo di cedere al suono, ma tutte le movenze si ritrovavano in un tono fondamentale che dava ali al passo e aveva una sonorit plastica d'espressione. A volte, se la musica non le piaceva, ella si ribellava con il passo e con la movenza e cantava entro s un'altra aria, tentando di non seguire nel movimento il ritmo dei suoni che venivano a lei, per esprimere nella movenza il ritmo dei suoni che ella cantava in s e che erano in lei e che ella voleva sovrapporre alla melodia che l'aria le buttava incontro e che ella voleva, pi che sfuggire, dominare: le pareva che questo fosse come andare contro corrente, correre contro vento. E inarcava il corpo e la volont in uno scatto gagliardo. Ma camminava rispondendo con la movenza e con il passo alla musica dell'orchestrina e ne era irritata. Avrebbe voluto quasi violentare i suoni e plasmarli con la sua fantasia, con la sua personalit: avrebbe voluto ispirare all'orchestrina delle arie fatte dell'armonia che ella creava con la movenza delle spalle e delle anche.
Quel giorno era irritata perch non aveva potuto rimproverare la signora Ortensia poi che non aveva diritti: c'era ancora il resto di quel conto da pagare. L'orgoglio, la dignit, tutto questo soffocato dinanzi a un muro lucido che si chiama denaro! Aveva vinto l'ambizione. Qualunque cosa  sopportabile di fronte alle noie che ci siamo procurati da noi stessi. O forse che l'irritazione di non poter mettere il cappello nuovo l'indomani, per Ruggero, e l'ira contro la signora Ortensia che in lei vedeva una debitrice, erano un pretesto: qualche cosa di pi profondo era in lei, da cui saliva quell'irritazione. Provava un vago senso di scontento e non ne trovava l'origine. Ripens a qualche parola di Ruggero e fu contenta di poter dare un nome alla sua tristezza. Egli aveva detto, parlando a qualcuno che lodava Ginetta: S, ha un bel corpo! Ella aveva ascoltato con l'anima tesa quelle parole e ricordava che Ruggero aveva esitato prima di dire: un bel corpo e che aveva dato una rapida occhiata a lei. Ora ella tentava di pensare quali altre parole egli avrebbe potuto dire, se non avesse detto: un bel corpo. Maria soffriva che egli vedesse che un'altra donna aveva un bel corpo. Avesse detto: una bella figura! E poi il modo con cui aveva pronunciato le parole aveva una morbidezza che la offendeva. Pure Maria sapeva che Ruggero non amava Ginetta: la tradita, era quella. Era stupido di odiarla. O forse era logico: perch quell'altra le rubava qualche cosa di lui, che era suo (Maria non pensava che Ginetta avrebbe potuto dire questo di lei) le rubava la gioia di vedere nello sguardo, di sentire nella voce di lui, di fronte alla gente, una carezza; anche le rubava la libert che avrebbero potuto avere lei e Ruggero. E Maria odiava Ginetta anche perch la gente credeva che Ruggero l'amasse, poi che la sposava; e avrebbe voluto poter dire a Ginetta che Ruggero non l'amava.
Pens al nome di lei e lo disse tante volte studiando le inflessioni carezzevoli che forse Ruggero dava a quel nome. Cercava degli accenti che lo imbruttissero. Ginetta: un nome che faceva pensare a una pallina d'argento, lucida, di quelle con cui giocano i bambini e che sembrano bottoni. Ginetta: le pareva che da quel nome rimbalzasse un freddo ticchetto di faville metalliche. Ora, quasi ne voleva a lui, di questo. Un bel corpo, aveva detto. Ricordava la voce di lui, in quelle parole: dolce e penetrante.
E l'altra? Aveva ceduto? O aveva potuto resistergli? O forse Ruggero aveva un'altra amante con cui tradiva Ginetta e anche lei. Maria non gli chiedeva nulla del suo passato, perch ella non amava domandare. Dire di s, nell'uomo o nella donna, deve avere la dolcezza d'un dono.
D'improvviso sent di desiderare che Ruggero la supplicasse di cedergli, per poter negarsi a lui, sfogando l'ira che aveva contro quell'altra. Era puerile punire Ruggero con un fatto di cui quell'altra sarebbe stata contenta.
Che colpa aveva lui se era fidanzato? Ma se egli l'amava, avrebbe dovuto lasciare Ginetta. Ma anche, Maria sentiva d'essere una donna che non si sposa, perch l'uomo non perdona il passato: lo dimentica quando gli conviene, per ricordarsene quando gli fa comodo.
Ora per la strada si sentiva guardata, ma anche le pareva che tra lei e la gente ci fosse una distanza, perch ella era circondata dai suoi pensieri: ora avrebbe voluto che Ruggero insistesse, che l'implorasse e che la vincesse, per poter cedergli: e non pensava che in questo ella preparava un proprio atteggiamento provocatore e che la forza con cui sperava di attirarlo e forse dominarlo (perch se voleva sentirsi dominata, forse in questo desiderio non c'era che l'ansia di dominare) si afflosciava e diventava una debolezza, per cui egli sarebbe divenuto un cattivo padrone.
Dubit di lui. Forse aveva preso Ginetta. Per reazione un altro pensiero la punse e si sovrappose a quel tormento: la sposa forse era vergine. Impadronirsi d'una freschezza sbigottita e smarrita che vibra d'una luce nuova d'ardore, avrebbe tentato l'orgoglio dell'uomo. Dominare lei, era dire una parola gi detta. E forse l'uomo voleva adagiarsi su quel fresco stupore di risveglio; forse Ruggero non amava che questo nell'altra, forse non sentiva ch'ella gli poteva dare una freschezza che l'altra non aveva. Ma se aveva preso Ginetta, la verginit di lei ora non era che un ricordo. Questo la rasserenava e le parole di lui sbiadivano e nuove imagini balzanti dalla sua irrequietezza prendevano forma, colore, voce. Sentiva la voce di lui con l'accento che aveva parlando con lei, dire il nome dell'altra. E avrebbe urlato di gelosia.
Cos distratta? Una voce la scosse. Sobbalz: Attilio Ruggi sorrideva bonario. Maria tent di sfuggirgli, egli le si pose davanti:
Anche vedermi ti d noia?
Ho fretta. Non  gentile fermare la gente per la strada.
Ma trattarmi cos, forse  gentile?
Non mi curo di chiedermelo.
Te lo chiedo io.
Non ho l'obbligo di rispondere.
Risponder per te:  ridicolo.
Maria era irritata con Ruggero, con Ginetta, con Attilio Ruggi, con s stessa, con tutti:
Ridicolo  che lei seguiti a darmi del tu e colga ogni occasione per darmi noia.
Attilio Ruggi trasal, sferzato da quelle parole. Ora non sperava: sapeva che Maria amava un altro; ma gli bastava vederla, viverle accanto un attimo, guardarla e sperare e illudersi che nella sua voce avrebbe sentito un che di amico, che ella gli avrebbe dato una parola buona, un sorriso. Ora che l'aveva perduta, voleva violentemente imporsi a lei, penetrare nella sua vita, cercarla, seguirla, spiarla, rubarle qualche cosa di quel mistero che era in lei e che un altro, forse, conosceva e godeva e dominava. Poi che gli era stato cos facile avere Maria, si stupiva che ora fosse tanto difficile ottenere da lei una parola buona. Disse, aspro:
Ridicolo perch fra due, il terzo ha l'aria di un intruso.
Vorrebbe dire? Messa in sospetto e gi tremante che egli sapesse di Ruggero e volesse vendicarsi raccontandolo a Pietro, ella inconsciamente diventava buona.
Vi ho visti.
Non capisco. Ella aveva parlato con un tono sottomesso e se ne accorse e se ne rimprover, poi che questo le parve una vigliaccheria. Aggrott le ciglia: Dica e pensi quello che vuole. Non me ne importa. Mi lasci e fece l'atto d'andare, pure sperando che egli la trattenesse, perch voleva fargli dire quanto egli sapeva di lei.
Egli credette che Maria gli sfuggisse e ment:
So che hai un amante.
Un sorriso che era pi forte della prudenza, tagli la punta del suo disprezzo:
E credendo questo, mi cerca? Le parve di aver trovato il tono: Ma se questo pu fare che lei non mi dia noia, ne sono contenta.
Allora non  vero? Egli le afferr il polso.
Badi che siamo in istrada. Maria svincol la mano. Ella si stizziva di sentire una volont che la circuiva e voleva imporsi alla sua volont e anche, ora che amava Ruggero, vedere Attilio Ruggi, parlare con lui, la offendeva. E che egli osasse toccarla, le ripugnava. Che diritto ha lei di sorvegliarmi? Avrebbe voluto gridargli che amava Ruggero, che non voleva vedere lui e che se ne andasse. Una voce disse in lei: Se confessi che ami Ruggero, quest'altro si vendica. Fu cauta (e si disprezz e per questo disprezzo di cui Attilio Ruggi era l'origine, ella lo odi): Se mi spia, sapr che sono sola.
E quel famoso musicista con cui ti vedono in giro?
L'orgoglio vinse la prudenza:
Mi lasci in pace. Ha capito? Ferm con il gesto una macchina e vi sal. Sbatt lo sportello e non si volse a guardare. Scura, con le ciglia aggrottate, pronta alla lotta, ebbe nelle spalle un gesto di sfida: E m'accusi pure! E s'inarcava, mentre il pensiero gi trovava i pretesti con cui avrebbe risposto a Pietro, se Attilio Ruggi avesse parlato; e fiera e orgogliosa di sentire la propria forza, sorrise: Parli se vuole! Una grande dolcezza era in quel pensiero: se soffriva, era per Ruggero e in questo suo soffrire ritrovava l'imagine di Ruggero, buona, che le ispirava fiducia. Aveva dato l'indirizzo di casa, d'improvviso si pieg al finestrino e disse l'indirizzo di Ruggero: subito, appena il pensiero di andare da lui le era balenato dentro, per paura di non osare farlo poi, se avesse aspettato. Ora voleva vedere Ruggero, parlargli, perch il suo sguardo, la sua voce la purificassero, facendole dimenticare le tracce che Attilio Ruggi aveva lasciate su di lei con le parole e con lo sguardo. (Voleva non pensare a niente. Le parve strano di andare da Ruggero e che la gente fosse l, per la strada e che parlasse, ridesse e non sapesse che ella andava da lui. Guardava fuori, osservava tutto e tutti con curiosit e pensava come tutto questo l'avrebbe interessata, se non fosse stata distratta dal pensiero che andava da Ruggero. Le parve che le strade, la gente esprimessero qualche cosa d'interessante che ella prima non vedeva e si ripromise di andare un altro giorno in automobile, quando non avrebbe avuto altri pensieri, per divertirsi ad osservare la gente.) Poi, decisa, aspett rannicchiata in un angolo, sin che la macchina si ferm e l'uomo scese e le apr la porta. Per le scale si domand: e se non fosse in casa? e se ci fosse lei? S'accorse di desiderare d'incontrare l'altra. Ora capiva che da tempo sonnecchiava in lei il desiderio d'affrontare quella donna. La odiava; e dirglielo, era una gioia.
Suon. Aspett, tremando. Nessuno venne ad aprire. Dopo, una porta cigol dentro; un passo s'avvicin e l'uscio s'apr: ella entr senza guardare. Una voce la invest nell'ardore dell'alito:
Lei? Maria?
Maria non poteva parlare: gli diede le mani, ma nascondeva il viso, cocciuta, scontrosa e avrebbe voluto fuggire. Egli l'attir, la fece entrare in un salotto, le sfil i guanti, le prese le mani; poi con un dito le sollev il mento, rise, la chiam: bambina e la obblig a guardarlo. Allora Maria gli sorrise.
Sapeva di trovarmi a quest'ora? (Maria non osava rispondere.) Ma perch  cos turbata? Venga. Vuole un t? Glielo preparo io. (Su un tavolo c'era una fotografia dell'altra: Maria si rabbui in viso.) Ruggero cap, balbett: Perch? Le mise una mano sul viso e sorrise perch sent sulla palma il battito delle sue ciglia: Che bambina imprudente!
Io non temo nessuno e alz fieramente gli occhi.
Dicevo per lei. Se suo cognato sapesse!
Ella non ascoltava che la voce di lui, non voleva sentire le parole.
Pensava che non avrei osato?
Non so cosa pensavo. Egli pareva distratto da un altro pensiero; la guardava e s'avvicinava a lei lievemente, con la faccia: le ginocchia puntate sul divano, il busto proteso, gli occhi abbagliati, le mani tese:
Maria? Maria...
Ritta dall'altra parte del divano, Maria vide l'arruffo chiaro dei capelli di lui sullo sfondo verde del giardino, che nel quadro scuro della finestra, sorrideva di freschezza. D'istinto, ella sent il pericolo e, assaporandolo, lo volle allontanare per prolungare l'impazienza del momento che ella desiderava e temeva.
Lei lavora qui? Mi mostri le sue carte, i suoi libri.
Su un tavolo c'erano tanti fogli di musica, scritti. Maria li guard, poi s'avvicin al davanzale; egli la raggiunse, la ritrasse:
Perch vuole che la vedano tutti?  imprudente! (Ella sent che gli tremavano le dita.) Ma poi che egli vide un'ombra sul viso di lei: No, ho scherzato rise e a fior di labbro, ripet: Bambina, bambina.
Quella fotografia dell'altra, le dava noia. La stanza era bella e le pareva misteriosa: un rifugio nella penombra del pomeriggio avanzato, che riscaldava negli angoli la dolcezza della sera e ne traeva misteri di bisbigli e promesse di sussurrii che sbocciano solo la notte, come strani fiori paurosi del sole. Ruggero s'era allontanato e la guardava.
Di tra il folto delle foglie, la sera s'avvicinava, pigra.
 diventata pi bella! Egli la guardava socchiudendo gli occhi; gli palpitava tra le ciglia un sorriso segreto: quel sorriso che dice la sofferenza dell'uomo di fronte a una donna molto bella, quando egli sa di poter tendere le mani e vuole prolungare l'attimo.  molto bella.
Anche Maria sorrideva, ma sentiva che il sorriso invecchiava subito, freddo, scialbo e ne soffriva come di una veste brutta che la invecchiasse. Voleva sembrare indifferente, ma tremava.
E sul tremito delle sue labbra, egli pos le sue: lieve.
Un bacio d'amico disse poi. E ripeteva Un bacio d'amico mentre le sue labbra s'appoggiavano e le parole parevano voler forzare la bocca ...d'amico.
Ella strinse le labbra, chiuse gli occhi; li riapr e gli punt le mani sul petto.
Come fa presto... lei.. Si negava d'istinto, ma sentiva una mollezza alle reni, che cedeva. Aveva tanto desiderato d'essere baciata.
Le labbra di lui le sfioravano le gote e la carezza delle parole le cercava il collo:
Piccolo angolo di freschezza, piccolo angolo d'azzurro...
Il cappello le scendeva da un lato; Ruggero glielo tolse. Maria si ribell: non voleva sentire quella mollezza alle reni, salire e lambire la volont che vi affondava. Quel che di lucido che era in lei si sfogliava, si sfaldava dietro la morbidezza scendente delle palpebre: una morbidezza che fluiva per le vene in un calore senza respiro.
Fu lei che schiuse le labbra, quando la bocca di lui cerc la sua bocca. Un calore vivo di morbidezza li un.
Egli la respinse:
No... cos no... Era turbato, aveva negli occhi un lampeggiare strano di sorriso che s'offuscava. Si scost, ma con le dita tremanti le accarezzava il polso.
Ella aspettava: quella mano la irritava. (Non pu essere che l'amore.) E poi che sentiva di cedere, si alz, prese il cappello:
Andiamo.
Perch? Egli le tolse il cappello di mano: Cos scontrosa, questa piccola? I suoi occhi erano foschi.
Andiamo... Andiamo...
Un amico... solo un amico e le insinuava le dita su per il braccio.
Forse la porta era aperta, ch la finestra cigol. Nell'atto di voltarsi le loro gote si sfiorarono. Ancora egli le cerc le labbra.
Le turbin dentro un pensiero: Che aspetta? E in s, vedeva il sorriso di lui, ma non voleva guardarlo, perch se apriva gli occhi, lo avrebbe allontanato.
La voce di lui le sfiorava i capelli, alitava:
Maria... Maria... cantava: Maria... sorrideva: Maria... D'un tratto egli s'accorse che un gesto brusco le aveva aperto un bottone del vestito sul petto e vi insinu un dito e lo sguardo e inoltrava lieve la carezza, in quell'ombra:  tanto bello.
Ella apr gli occhi: si copr. (La sguardo di lui era senza sorriso: gonfio.)
No... No... Ella balz in piedi: Andiamo. Diceva: andiamo, perch egli venisse con lei; lo sfuggiva, ma voleva stare con lui.
Bella... Bella...
Le piaceva vedere negli occhi di lui, la propria bellezza: splendeva.
Usciamo.
Per la strada non parlarono.
Maria era pentita; pensava che un'altra volta Ruggero forse non avrebbe osato. La citt le era indifferente: non vedeva che lui. Non c'era che lui: un uomo biondo, scarno, elegante, un piccolo viso acuto, illuminato dagli occhi chiari di cui gli occhiali ingrandivano l'azzurro, e sormontato dal biondo di tanti capelli.
(Si domand: Mi piace? L'altra in lei, non rispose; dopo disse: Avresti preferito un uomo alto, che ti avrebbe dominata con il gesto gagliardo? C' una grande delicatezza in lui, che  l'eco del suo pensiero. E soggiunse, sdegnosa: Morbidezza! Poi domand: Ti pare un uomo? Quella che cedeva, disse: Mi piace. Soggiunse: E poi,  alto quanto me. L'altra rispose: Per un uomo, innegabilmente  piccolo. Quella che cedeva, ribatt: Mi piace.)
Lei m'ispira molto interesse. (Maria taceva.) Non se n' accorta? Ho pensato molto a lei. Lei  molto bella... Gli sguardi s'incontrarono: Vuole che andiamo ai giardini?
Dove vuole... E avrebbe voluto soggiungere: Purch io stia con lei. (L'amava, gi l'amava? Non voglio amarlo! Pens che se prima egli avesse voluto, ella gli avrebbe ceduto. L'amo L'amo! Perch tanto pensare, chiedere, temere? Era l'amore!)
Lei vale molto. Sottovoce, egli disse: Per questo non voglio! Cap lo sguardo di lei: Le sembro strano?  in collera? E le tocc un braccio: Lei vale pi che un'avventura. Perch mi guarda cos?
(L'amore! L'amore!) Ella gli era tanto grata, ch ora ella credeva, poi che egli le aveva ridato la fede in s stessa e nell'amore. Rifioriva. Lontani i dubb, in questa freschezza di risveglio! E tutto questo lo doveva a Ruggero.
Lei non sa, come l'ho aspettato!
Egli non ud bene le parole e credette ch'ella avesse aspettato lui:
Noi non dobbiamo essere che amici. Un amico pu darle molto. Io, posso darle molto. L'amore non  niente. Mi creda. Le sfiorava una spalla camminando. Lei mi crede pi in alto. Non sono che un uomo. Questa ansia, questa curiosit la divorano. Lei vale molto di pi. L'amore non  che una brutalit, che poi  tristezza.
Ella taceva. Si sentiva lontana; ma quel diniego la aizzava. La freschezza del dono, l'ansia d'amore, non erano che un impallidire di sogno di fronte all'inturgidirsi della volont di conquista.
E lei non  che vile. Sper di averlo irritato; ed egli non sentiva che la carezza di quella voce.
Mi dica, Maria... Esitava, indugiava, dopo os: Se io, prima... se avessi voluto... anche lei?...
Ella lo guard negli occhi, francamente:
S.
Egli abbass lo sguardo. Tacevano. I pensieri turbinavano nell'ansia: e le parole che ella diceva e che credeva sincere, non erano che il riflesso d'una freschezza che egli non intendeva.
Lei non sa come ho aspettato l'amore. Quando l'ho incontrata ho sperato che lei, che questo fosse l'amore...
Creda Maria, io non le darei niente. La mia vita  randagia. Nella sua vita io non sarei che il ricordo di un'illusione. (Egli parlava per s, per smorzare in s l'irritazione ch'egli sentiva contro s poich non aveva saputo osare e voleva convincere s stesso che aveva fatto bene.)
Lei ha paura.
Paura di farle male, Maria. Questo non  vile.
Forse. E per non farmi male, me ne fa tanto.
Allora lei... tu mi vuoi tanto bene?
Io non so se le voglio bene. So che  l'amore.
Ella non vedeva che lui; ora l'amore era una voce che si negava e che ella voleva conquistare dominare. Gi sentiva la volont di lui cedere nello sguardo che ora chiedeva, fosco:
Perch non ho voluto prima? Sapesse come sono pentito!
 tardi.
Le strinse un braccio:
Domani?
Forse. Non so... Si sentiva padrona dell'ansia di lui e ora forse ci teneva pi a farlo soffrire, che a conquistare l'amore. Adesso sapeva che, padrona, non avrebbe acconsentito; mentre prima, dominata, avrebbe ceduto. Ora in quell'incertezza di lui, vedeva l'uomo: un piccolo viso scarno, i tratti aguzzi e nello sguardo, un pensiero oscillante di cui gli occhiali ingrandivano l'ondeggiare. Pure era in lei l'eco della propria voce che invocava l'amore ed ella tentava di ridestare con le parole l'imagine di lui, come la vedeva prima, perch la ispirasse ed evocasse quell'ansia che, forse, creava l'amore. (Perch forse l'amore non  che un'ansia che, raggiunta, si sfalda nel polvero dell'illusione disse in lei quella che pensava. Quella che cedeva, scatt: L'amore  tutto.)
Ruggero era stizzito: soffriva il dubbio di essere stupido, di avere torto, ma si sfogava a chiamarsi in s un galantuomo e ad esaltare la propria onest. Per cui rimproverava Maria con parole che, pensate, erano in lui come le melodie che scriveva e, nell'abilit di trasformarle in suoni, diventavano bellezza. E nell'ammirazione di s stesso, egli diventava buono, indulgente e gli pareva ch'ella dovesse ammirare questo uomo che saliva al disopra dell'amore, per farne musica di pensieri. Per convincerla, le diede del tu:
Perch non pensi che sei una fanciulla? Tu sei fresca, lo sento. Dimentica le cose di cui mi parlasti. Tu stessa dovresti dirmi: se ne vada. Tu, avresti dovuto rimproverarmi quei baci.
In lei, quella che cedeva, ascoltava le parole in cui egli accennava al suo passato che ora le sembrava estraneo. Ma se ella non ricordava di avere amato! Non sentiva che lui. L'altra, quella che pensava, sorse logica e acre: Quando gli rimproveravo quei baci, egli insisteva. Gli uomini assumono sempre, per tattica di conquista, un atteggiamento diverso dal nostro! Come quella che cedeva odiava quella che pensava, la quale metteva la sua voce aspra nella dolcezza di tutti i pensieri!
Ora in lei albeggiava, con tremolii di sorrisi socchiusi e di lagrime lontane, con un'ansia di pianto e un risveglio di freschezza, una speranza che era un dono per lui: le pareva che rinnegare la sua avidit di vita, fosse un modo di farsi foggiare da lui. Forse, l'amore era in quello? Forse ella era colpevole. E le pareva che gli occhiali di lui ingrandissero la forza d'un pensiero e l'arco d'una volont, fatti luce.
Ci vediamo presto? Vada, che  l'ora di cena. Ora, giunti in una via frequentata, Ruggero parlava con un tono distratto, d'amico: Che bella passeggiata!  libera domani? Vuole che domani si faccia una gita? Sua sorella non saprebbe? Allora andiamo ai campi. Domani? C'incontriamo al tram.
Nell'ansia di credere, ella non era che una voce supplice:
Mi vuole bene? Mi dica se mi vuole bene... (Credeva. Perch non avrebbe dovuto credere a lui?)
Ti voglio bene... pi di quanto vorresti. Per questo ti dico che dovresti sfuggirmi. Io non sono che un uomo. E tu sei molto bella. Troppo bella! Non la guardava, dopo disse a voce bassa: E lei non pensi a quello che le ho detto adesso. Saremo amici. Potr darle molto... Mi dia la mano. Perch non vuole? Maria... Non se ne vada. Ebbene, se vuoi, se vuoi... Allora io non penso a te... non penso che a me... Allora domani al tram.
Nel cerchio scuro che l'ombra d'un albero profilava sul verde lucente del prato, Maria e Ruggero stavano vicini. Ma d'intorno ella non vedeva che lui. La sua voce la sfiorava alle spalle, avvampandola, poi che ella s'era piegata; le pareva di sentire la forma delle parole di lui, nel collo.
(Conoscimi, conoscimi, chiedi diceva la sua ansia di dare.)
Ruggero le sfior i capelli; ella si volse: e l'ansia fior di sorriso. Egli sentiva di non dominarla con ci che egli era, ma con quello che ella vedeva in lui: ed egli si specchiava in lei con la compiacenza sorridente di chi si guarda in uno specchio che abbellisce e pur sapendo che  un'illusione,  contento di vedere bella la propria imagine e forse anche crede alla menzogna che sa dire cose tanto gentili.
Perch domand Ruggero d'un tratto mi hai raccontato di te?
Perch mi domanda questo?
Perch hai osato troppo. Tu non mi conoscevi e mi dicesti tutto di te. Per questo ti dico: non raccontare a un uomo il tuo passato. Dimentica. Sei giovane e, dimenticando, puoi essere sincera. D'un tratto, parlando, Ruggero pens che avrebbe voluto musicare un libretto che dicesse l'amore di Maria per lui e sent zampillare dentro e turbinare un fermento di melodie, di motivi aspri, freschi, ardenti e selvaggi, che somigliavano a lei. E poi che sentiva ch'ella gli offriva con il suo dolore, qualche cosa che poteva servire all'ambizione di lui, ebbe nella voce e nel gesto, una riconoscenza affettuosa: Ricordati che sei una fanciulla.
Maria non amava la bont di quella voce e si domand perch gli uomini vogliono essere ingannati. Quella che pensava, disse: Quelli non sono che uomini. L'uomo,  diverso. Ella si ritrasse.
Il sole la penetrava di una mollezza ardente. Una carezza la sfiorava: la mano di lui sal a cercarla. Ella cedeva; ma sapeva che se Ruggero l'avesse ghermita, si sarebbe ribellata. La sua giovinezza cedeva alla carezza e pure il pensiero scattava: non voleva. Ella sentiva che non avrebbe ceduto perch non voleva; ma qualche cosa in lei, che saliva dalle sue radici, voleva che egli vincesse la sua volont e la dominasse. D'un tratto sotto la carezza che insisteva, un'onda la prese e la penetr e in lei tutto ci che era vita sal e affior in un'ansia protesa: come un grande fiore di cui i petali cedevano e si piegavano come ali pesanti e di cui tutto il vibrare fluiva e affiorava nel cuore offerto.
La volont attendeva vigile.
Nel silenzio, il frusco d'un passo tra l'erba. Sobbalzarono. Un contadino, passando, volse verso di loro la pipa, sotto l'ala del cappello. Qualche cosa era sfiorita che non era fiorita.
Ostile, irritata, ella s'alz. E le parole, dopo, strisciavano su una superficialit diffidente che non aveva echi e neppure la dolcezza della sera sciolse quel che di nemico che un passo estraneo aveva messa nel loro silenzio. Silenziosamente se lo rimproveravano a vicenda.
Una sera poi che gli amici insistevano, Ruggero mostr la fotografia.
Che bel ragazzo! dissero a Ginetta che, distratta, non cap.
Chi? domand, poi vide la fotografia: S,  suo figlio e guard dall'altra parte.
Di chi  quella fotografia? os Maria.
 Roberto. Roberto Barghi.
Maria sapeva che Ruggero aveva avuto una moglie che era morta; ma non sapeva che vi fosse un figlio.
Ella s'allontan, senza guardare la fotografia che ora era sul tavolo: ma intravvide, osservandola dall'altra parte, una gran chioma bionda.
Subito dopo ud alle spalle la voce di Ruggero:
Non gliela faccio vedere adesso, perch c' troppa gente. La vedremo insieme domani. Vuole?
Gliela port l'indomani. Maria non respirava, ch le pareva di sciupare il ritratto. Vi scoperse una briciola di polvere, esit, poi la sfior con due dita, lievemente. Avrebbe voluto dire qualche cosa, ma tutte le parole le sembravano troppo povere per il figlio di Ruggero. Non somiglia a lui. Deve essere il ritratto di sua madre. Ma Ruggero pare un altro, quando dice: mio figlio.  cos diverso, che Maria non oserebbe guardarlo negli occhi.
Perch non mi ha raccontato di... non vuole dire il puro nome del bambino.
Volevo dirglielo poi, quando saremmo stati pi amici. Perch crede che non volessi dirle di mio figlio?
Ora fra lei e lui, sta suo figlio. Come un uomo pu amare il figlio! E come quella donna morta doveva essere stata felice di sentire Ruggero avvinto a lei dal loro bambino!
Un attimo nasce il desiderio d'un figlio di lei e di Ruggero. Ma poi subito, Maria sente che Roberto  il figlio e che un altro, non sarebbe che un usurpatore. In Ruggero  pi che tenerezza di padre,  l'ammirazione,  lo stupore dell'uomo nel rispecchiare s stesso in questo ragazzo in cui egli vive un'altra giovinezza: non spensierata n disattenta come la giovinezza, ma tesa con ogni radice, nella coscienza della maturit, a cogliere il profondo sapore della giovinezza. Le pare che Ruggero le parli di suo figlio quasi tenendola lontana, come si fa con i bambini mostrando loro un'imagine bella o una cosa preziosa, perch non vi possano allungare le manine. Vorrebbe domandargli perdono di avergli parlato di suo figlio.
Ma Ruggero non vede che Roberto, non sente che Maria  triste e osservando nei dettagli la fotografia, parla a s stesso:
Un poco somiglia a me, la forma degli occhi e i capelli. Somiglia a una mia fotografia di quando ero bambino. (Come ora Ruggero le pare diverso. Ringiovanisce, pare quasi un ragazzo, quando racconta i discorsi di suo figlio e ne ricorda ogni frase e vi cerca l'impronta di s, con una gelosia che d a ogni parola il valore d'una somiglianza.) Anche lui detesta la matematica. Io, da ragazzo, facevo ammattire i professori. E poi bisogna sentirlo come parla di musicisti! Quando a teatro sente qualche cosa di mio, dice:  musica di pap! con una padronanza e un'aria come se dicesse: Cose mie! Fra poco andr a trovarlo in collegio. E per le vacanze, lo mander in montagna con mia madre.
Come un bambino pu oscurare l'amore!
Vi sono molte parole e modi di dire che Maria ha appresi da Ruggero: ella sente l'impronta di lui pesare anche sul suo pensiero e questo dominio le d uno strano senso di morbidezza.
In Ruggero anche il pensiero  morbidezza; e quella forza scattante che  il pensiero di Maria, ne  oppresso:  un cedere dolce, uno scivolare opaco in un che come di sorriso un poco velato. Ruggero ama i toni smorzati e Maria ama i colori che cantano. Ella cede con il suo istinto di donna e gli offre, prede preziose, il suo pensiero e la sua forza, di cui egli non intende il valore.
Forse che il pensiero di lei non  dominato da Ruggero: solo la sua volont di essere dominata fa credere a Maria che il suo pensiero si lasci foggiare da lui. Somiglia ora un poco a lui, ma solo alla superfice. Sotto,  tutta lampi e irruenze soffocate, tutta potenza e luce. Questo cedere apparente al pensiero di lui, non  che un senso di pigrizia; ma anche, ella sente che nelle sue radici ferve un'altra vita che  attivit, energia, volont e limpidezza.
Qualche volta, quando l'amore la spinge a vedere tutto con gli occhi di Ruggero, anche ella crede che il suo ardore di vitalit sia una forza che distrugge e non la potenza feconda che ella istintivamente sente di essere; allora ella spera di spegnere quel lampeggiare di desider che  la sua vita soffocata dalla volont di somigliare a Ruggero, di essere lui. E pure sente che questa luce che  in lei non  forza di distruzione.  luce di sole, che feconda.
Questa furia di vita che  in voi, le dice ora Ruggero, parlandole con il "voi", perch qualche volta gli pare di dominarla tentando di insinuare in lei le sue idee e i suoi modi che non hanno tratti nitidi, n una loro personalit, ma sono sfumature confuse da cui si pu tendere all'uno o all'altro colore vi distrugge. Perch una donna come siete voi, distrugge la propria forza con la propria forza.  la nemica di s stessa.
Qualche volta Maria vede s stessa con gli occhi di Ruggero: ed  in lei lo sgomento di lui di fronte a questa ricchezza di vita selvaggia e luminosa. Altre volte la voce di Ruggero risveglia quella che con il suo pensiero egli tenta di soffocare: e Maria ripensa alle parole che egli le disse un giorno e le scruta, le fruga e le assapora.
Per voi e la fissava con quei suoi occhi che sono azzurri e grandi e pure sembrano piccoli e scuri, tra il fitto palpitare delle ciglia bionde: Per voi l'amore che cosa  stato? Un perdersi? Un tremare di gioia? E grida? Grida?
Ella lo guarda, ma non sa sostenere quello sguardo; sente un calore alle gote, un brivido per le reni, intende la domanda, balbetta:
No... Dopo osa e, piegandosi, s'avvicina a lui: Per io sento che l'amore deve essere quello che lei dice.
Egli la guarda: dietro i suoi occhiali sfavilla una luce intensa e i suoi occhi ora sembrano d'oro:
Allora voi non siete ancora donna. Non hanno risvegliato la donna in voi. Ed ella intende il suo sguardo: Io potrei farvi donna, cos.
Ella si ritrae.
Poi lo sguardo di lui, grigio: Non voglio. E un accendersi d'oro in quel grigio: Io, lo saprei. Voglio!
Ma ella non vede.  felice. Allora ci ch'ella sentiva e sperava,  vero? C' ancora qualche cosa che ella non sa? C' ancora qualche cosa da raggiungere? Quello che ella intuiva nel suo desiderio e di cui sentiva la nostalgia nella tristezza che la penetrava dopo, nelle braccia degli uomini che ella credeva di aver amato e quel che d'inappagato che era in lei e la sferzava con l'ansia di ci che nel desiderio, ella sentiva poteva, doveva essere l'amore, era una promessa? La sua ansia s'illumina: ella sente con un senso sacro di riconoscenza, che in lei c' una verginit da cui fiorir l'amore come ella lo ha sognato. E di questa sua verginit,  felice: per s, non per Ruggero. Perch ella sente che ora non ceder a lui, ma gli  grata per questa parola che le rivela un mondo.  felice perch c' ancora qualche cosa da sapere, da raggiungere, da vivere.
Maria vuole attendere la felicit ch'ella coglier nel suo gioioso e luminoso risveglio alla vita. Fiorire! Fiorire! Primavera, vita, sole, tutto  suo! E queste giovani braccia e questa fresca vita ancora non sanno la gioia di cui il desiderio incalzava la sua ansia, follemente. C' ancora qualche cosa da attendere! E questa polpa bianca, liscia e morbida e soda che  la sua giovinezza, aspetta ancora la favilla feconda della divina vita.
Oggi alla gran luce del mattino, l'ha visto: Ginetta ha il viso appassito, gli orli delle palpebre gonfi e arrossati come hanno talvolta le bionde; e l'ombra sotto gli occhi, che dovrebbe essere cava, sporge un poco, tinta d'un azzurro che intristisce di violetto. A essere vista di faccia, Ginetta ci guadagna, ma di profilo la guancia ha una linea leggermente arrotondata verso il naso, un che quasi di gonfio.
Quello che pu interessare nei suoi occhi,  un che di obliquo, che fa pensare a una profondit la quale non esiste; quel che di obliquo non risulta dall'espressione, poi che gli occhi troppo chiari, quasi incolori di Ginetta non ne hanno, ma dal taglio netto e sottile delle sopracciglia scure.
Tutti sono convinti che Ginetta ha occhi meravigliosi. Che gli altri non sappiano vederne il vuoto e il trucco delle linee, le  indifferente; Maria soffre che Ruggero non se ne accorga. Come Maria  grata al sole che rivela nell'altra tante piccole cose che le vesti ricche, i cappelli sapienti, la malizia dei colori non riescono a velare. Il sole  sincerit.
Ma lei? Lei al sole,  bella? Dimmelo tu, specchio mio! Maria spalanca la finestra perch la gran luce irrompa nella camera: poi, dritta in quel barbaglio, con lo specchio in mano, si scruta: un viso liscio, la bocca fresca e tutta la primavera a fior di pelle. Sole! Sole! Azzurro! Primavera! Sono bella!
E pure di fronte a Ginetta le pareva di somigliare a una bambina povera che veniva a giocare con lei quando era bambina. Era questa una bambina che parlava sottovoce e non osava toccare niente e sfiorava con la coda dell'occhio gli oggetti che le si mettevano davanti, volgendo la testa dall'altra parte. Maria aveva capito vedendo quella bambina, che cosa vuol dire essere ricchi.
Ora vedendo Ginetta, aveva capito che si pu essere ricchi in tanti modi; e pure aveva di fronte a lei un senso fanciullesco di povert. E le pareva di essere stata cattiva con quella bambina e avrebbe voluto averle donato tutti i suoi giocattoli e parlandole mentalmente, le dava un bacio, come fanno i bambini, a sommo delle gote e le pareva di sentire sulle labbra il suo pianto. E anche le pareva che se quella bambina che oggi era una donna e chi sa dove era andata, l'avesse vista gelosa di Ginetta, ne sarebbe stata contenta.
Ma s, perch non dirselo? Maria odia Ginetta.
Ginetta! In quel suo nome, c' tutta lei: alta magra, con quel viso lungo in cui lo spazio troppo breve tra il naso e la bocca crea una dissonanza, alla quale risponde il tono della voce in falsetto; con quelle gambe lunghe e magre e con quelle mani, pi che sottili, scarne. E, in quella liscia magrezza, il piccolo sussultare acerbo e pungente dei seni. Ginetta di San Gineggio: un nome tondo che fa pensare a tante palline lucenti su uno stelo metallico che, scosse, danno un sottile e stridulo tintinno. E Ruggero per cui ogni espressione della vita si traduce in suoni e ritmi, potr avere al fianco tutta la vita quella dissonanza fatta forma, movenza, voce, sorriso?
Questa  debolezza,  vigliaccheria: conviene dare un nome al proprio odio, guardarlo in fondo a s, non mascherarlo con il pretesto che Ginetta far soffrire Ruggero.  gelosia. Ma anche  indiscutibile: Ginetta  tutta una dissonanza.
Che terribile specchio il sorriso. Lo specchio del suo sorriso non abbellisce Ginetta. Allora Maria pensa al proprio sorriso:  semplice e schietto e dice tutta lei. Ma come vedono gli altri il suo sorriso? E Maria ricorda che un tempo al paese, osservando l'ombra grigia, oscillante e inquieta del ciliegio sulla ghiaia del viale e confrontandola all'ombra che il ciliegio proiettava sulla pietra accanto alla fontana, aveva pensato che il ciliegio era alto, verde, lucido, luminoso e che c'era chi poteva vederlo, guardando per terra, oscillante e fosco; e che la sua stessa ombra era diversa d'apparenze, sullo specchio svariato che ne rifletteva l'imagine. Allora ella aveva anche pensato con sgomento come ella, che era semplice e sincera, poteva sembrare diversa agli occhi di chi la guardava.
Quello che  limpido,  limpido; quello che  bello,  bello per tutti. Bellezza e verit hanno una sola voce che illumina ogni sguardo.
Ginetta ha troppe vesti, troppi cappelli; accanto a lei Maria si sente povera, con i suoi piccoli vestiti da pochi soldi.
Ella non ha l'intenzione di farsi un vestito nuovo, ma guarda in tutte le vetrine le stoffe che vorrebbe comperare e dal negoziante dirimpetto, dal quale Anna prende la merce a credito, Maria si fa dare anche dei campioncini. E una mattina di sole, va dalla sarta.
Per andare dalla signorina Gostina, bisogna andare anche dalla signora Ortensia; il salone  lo stesso, appartiene alle due sorelle: a destra si va dalla modista, a sinistra c' la sartoria della signorina Gostina.
Fra le due sorelle avviene quello che avviene fra tutti: l'una domina, l'altra si fa sfruttare. Ortensia la maggiore, sposata, divisa e convivente (ella dice: mio marito) con un uomo che le serve da segretario,  quella che comanda; la signorina Gostina ha l'aria acerba della fanciulla, che nella zitella  diventata acredine. Un che di acerbo e di vizzo, che la fa somigliare a un frutto imbozzacchito,  in lei. Per  sorella d'Ortensia: ha nelle mani il demonio, lavora con ago e forbici, come l'orafo con il cesello;  artista. La stoffa, tra le sue dita, vive, parla, respira, splende,  spiritosa o sdegnosa, loquace o sorridente. Nel drappeggiare la stoffa inerte, ella gi vi sente fluire la vita della cliente che dovr vestire ed accenna nelle pieghe la personalit che il vestito dovr accentuare o velare. Spesso fra le due donne sorgono liti furibonde e allora la grassa rimprovera alla magra di non aver saputo trovarsi un uomo:
Se tu avessi uni marito, saresti pi gentile!
E la signorina Gostina risponde invariabilmente:
Io non ho saputo trovare un uomo, per questo tu ne hai trovato troppi.
Trovato che cosa? sorge inviperita la signora Ortensia.
Mariti! dice a voce alta e con un obliquo balenare d'occhi, la signorina Gostina.
Lavorano ciascuna per conto proprio, ma la signora Ortensia ha ottenuto che i conti della sorella li scriva il segretario, il quale vi aggiunge qualche cifra che poi egli sottrae scrupolosamente quando riceve il denaro dalle clienti. La signora Ortensia inghiotte tutti i guadagni della sorella. Per Gostina ci vuole tanto poco. E poi una magra dice la signora Ortensia ha bisogno di poco: mangia come un uccelletto e veste come un topo, di grigio. Per chi  grasso, ci vuole altro!
Mentre Maria sorride alla sua giovinezza nei grandi specchi del salone, pensa che se oggi compera qualche cappello nuovo, quando torner al paese far delle economie e al suo ritorno in citt, pagher il conto.
La signora Ortensia, imponente per mole, frusciante di seta e tintinnante d'oro, sgargiante e vistosa,  stranamente gentile; la cortesia le ammollisce la bocca oscurata dai baffi, mentre gli occhi piccoli e aguzzi, scrutano Maria:
Un cappello? Le pare? Oggi per ogni vestito ci vuole il suo cappello! E questo non lo compra? Forse non  bello? E allora perch non li prende tutti? E chi le dice di dover pagarli subito? Si scrive il prezzo sulla carta e lei ha il suo bel cappello nuovo. Bene, se lo metta per quanto glielo permetta la sua imponenza, le fa qualche balletto intorno: E adesso avrebbe il coraggio di non comprarlo? Con quegli occhi, cara signorina, si ha il dovere di mettere tutti i cappelli del mio salone! E poi, spiccia: Allora glieli mando tutti e tre?
S... dico... io capisco, lei  molto gentile, signora Ortensia, d'aspettare...
 l'amore della mia arte. Io, quando vedo un bel viso, non penso che alla sodisfazione di vederlo sotto un bel cappello. E poi capir che un cappello in testa a lei che lo sa portare, vuol dire quattro cappelli venduti. Lei attira le clienti. La signora Ortensia parla in fretta per sopraffare le obiezioni di Maria. E non ci pensa? Tutti non fanno che domandare: chi ha fatto quel cappellino alla contessa Berardeschi?  Ortensia! Ortensia!
Capisco, signora Ortensia, ma che dir mia sorella? Io sono indipendente (l'orgoglio insorge) ma non vorrei che Anna sapesse del conto.
E perch dirlo a sua sorella?
E non vede i cappelli?
Lei dice che Ortensia glieli fa a un prezzo di favore. E non  una bugia. Gli altri li pagano il doppio. Se ne intende, l'Ortensia? E sorride, complice e trionfante.
La signora Ortensia  venuta a dire la sua alla prova del vestito e mentre la signorina Gostina drappeggia le pieghe e cuce, dice a Maria con un fare che vuol parere distratto e anche penetrante di sottinteso:
Una gran bella figliola, la signorina. Ci vorrebbe un bel giovanotto, che so io. Ma ricco, degno di lei, un uomo che le potesse pagare vesti e cappelli. Gli uomini sono per questo. S'intende, i mariti. (Maria sorride estranea: quando si ha un conto da pagare, bisogna saper anche ascoltare questi discorsi.) La signora Ortensia parla svelta attenuando la voce: L'altra sera l'ho vista (Maria la guarda) con il famoso musicista. (Maria non risponde) Un bell'uomo, Ruggero Barghi! E anche bravo: dicono che s' fatto un patrimonio. (Se non ci fosse quel conto! E poi ci sono i tre cappelli nuovi che le stanno tanto bene! E Ruggero le dir:  tanto bella! E la guarder tra il fitto palpitare delle ciglia. Avere dei cappelli molto pi belli di quelli di Ginetta!) La signora Ortensia  loquace: Ha la fidanzata. Orfana, ricca. La conosce? Dicono che lei sia molto amica di Ruggero Barghi.
Ho fretta. Sono stanca di stare in prova.
Vuole che facciamo un'altra prova? domanda la signorina Gostina che, intenta al suo lavoro, non ha ascoltato e ora guarda di sotto in su, inginocchiata a puntare spilli nel vestito.
Va bene cos.
Vuole che le mandi i cappelli questa sera o domani mattina? s'inchina ossequiosa, sulla porta, la signora Ortensia.
Quando vuole.
Dopo Maria ci ripensa: ora sa perch la signora Ortensia le ha dato tre cappelli e non vuole glieli paghi subito; anche sa il perch della sua cortesia.
Uno sdegno furibondo scoppia nella sua ira Questo crede! Come ha detto? S' fatto un patrimonio. E non diceva anche: Ci vuole un uomo che le paghi vesti e cappelli? Questo crede di lei? Venduta, lei? La parola ingigantisce:  pi grande di lei e le balza contro e vorrebbe abbatterla nel pianto; ma ella s'erge con il suo sdegno. Venduta al suo amore, a Ruggero? Ora intende quello che nella sua ingenuit non sapeva: forse altri lo credono pure e pensano che il suo amore  un calcolo. E questa purezza che  il suo amore, le pare trascinata nel fango dal pensiero degli altri. No! No! Devono sapere che non  vero! Vorrebbe gridarlo: agli uomini, ella non ha che dato. Il suo orgoglio non sa prendere. Forse Ruggero non sa ci che si dice di loro. E nella dolcezza del pensiero di lui, il suo sdegno insorge. No! No! urla in lei una voce. Lo amo! Non lo sapete? Lo amo! Gli darei tutto.
Ruggero! Ruggero! Che cos' una povera donna di fronte alla gente che contamina tutto con i pensieri? Forse Ruggero la consiglierebbe, le direbbe come far sapere agli altri che non  vero. Ma dire a lui, questo?
L'amore non  una luce di cui tutti vedono la trasparenza limpida? Gli occhi dell'onest non hanno uno sguardo di cui ognuno sente la luce? Pensare che c' chi crede che ella voglia il posto di Ginetta, perch Ruggero pu essere un marito ricco, la offende. E questo pensiero l'allontana da lui. Ma anche ella sa che Ruggero la conosce e non dubiterebbe di lei. Come ella vorrebbe che egli fosse povero e ignoto, perch tutti sentissero che ella lo ama per ci che egli .
Lo amo! Lo amo! Ruggero! Ruggero... Ora ella non pensa a dominarlo. Vuole solo dare. Sposi pure Ginetta; non gli chiede niente.
Che gli uomini debbano contaminare ogni luce! Non ci sono che le cose che ci capiscono. Tutti i pensieri belli fatti parole, sembrano oscurati dall'espressione. Un albero nel sole o nella tempesta, un fiore nella rugiada o nell'acquazzone, dicono un'immensit di cose che la parola non dice. La parola che  liscia, non sa esprimere che un senso di superfice. Lo sguardo  come i fiori: germoglia, sboccia, fiorisce e rifiorisce. E la voce? La voce di Ruggero che dice:  bella!
Una sera quando Maria rientr e domand di Anna, la ragazza le disse che la signora era ammalata. Maria buss; Anna non rispose. L'uscio era chiuso a chiave; allora Maria chiam.
Di dentro, la voce di Anna disse:
Riposo. Non ci badare. Farai tu compagnia a Pietro. Ho mal di testa. Ci vedremo domattina.
Apri, Anna. Maria aspett; poi richiam sottovoce: Ti prego, apri e insisteva: Anna... Anna...
Dopo un poco la voce di Anna, roca, ruvida, chiese dietro l'uscio: Sei sola? e quando Maria ebbe risposto, la chiave gir nella toppa.
Maria entr. Anna era spettinata e aveva la faccia rossa e gli occhi gonfi di pianto.
Che c'? (Da quando aveva perduto Lisa, Anna aveva spesso delle crisi di tristezza; ma c'era ora nella sua pena, un che di scomposto e di aspro.) Anna, che hai?
Anna rigir la chiave, poi s'afflosci sul divano, singhiozzando.
Mi ha lasciata. (Maria non sapeva: cap. Non domand chi fosse; che l'amante di sua sorella avesse un nome o l'altro poco le importava.) Mi ha lasciata adesso che ha saputo. Anna pensava che Maria l'avrebbe compresa e s'aggrappava a lei, attratta dalla forza che aveva sentito un tempo nel dolore di lei e anche da quel senso di fiducia che Maria ispirava agli altri. Gli volevo tanto bene. Non avevo che lui. Bisogna conoscerlo, per capire. Non posso dimenticarlo.  finita... E lui si sposa, capisci? E me lo dice cos. Alle parole rotte, confuse, s'avvicendavano grida soffocate e rauchi scatti di dolore.
Maria le stacc le mani dal viso:
E Pietro non sa nulla?
Anna trasal. Quel nome fra loro, diffuse nel silenzio un che di ostile.
E come dovrebbe sapere?
Due uomini!
Anche Pietro mi tradiva. Ma prima c'era Lisa. Ora nella sua pena irrompeva in uno schianto, il ricordo della bambina ed era la madre che singhiozzava, dimentica di quell'amore che forse non era stato che un rifugio alla sua solitudine.
Una profonda piet scosse Maria:
Anna...
Quella piet tocc la sorella che s'abbandon alla voce che consolava, per difendersi forse pi agli occhi di s stessa che di fronte a Maria:
Quando c'era Lisa, era diverso. Ma poi, ero sola accanto a Pietro che non mi amava. Neppure io lo amavo. Parlava forse pi per s che per Maria. Incontrai lui.
Perch la voce di Maria ebbe un che di lontano non lo hai detto a Pietro e non sei andata con... l'altro?
Ci ho pensato. E pure non potevo abbandonare Pietro. Non so, vedi... Pietro era tanto triste per la nostra bambina. E non avevo il coraggio di lasciarlo solo. Anche, era per i ricordi. Vivere con Pietro era un poco, come pensare a Lisa. Nella nostra tristezza, c'era lei... Ora in quel pianto di madre, la donna sembrava pura.
Maria le prese le mani
Il diritto di amare  sacro (incontr lo sguardo di Anna) solo se si ama in sincerit.
Non voglio che egli sappia Anna s'avvent, minacciosa ti conosco! Tu, mia sorella, saresti capace di dirlo a lui. E la chiami sincerit! La voce si ruppe: Ne ho abbastanza io, di tutto! Ancora le sue scene adesso! Sono capace di... Si slanci verso la finestra: non pensava di buttarsi gi (solo il pensiero del vuoto, le diede in un freddo acuto, il bisogno di urlare), ma quel gesto violento le era necessario per sfogare la tensione smaniosa dei nervi e c'era anche in lei un sincero desiderio d'intimorire la sorella: forse tutto non fu che l'istintivo gesto con cui sapeva di sopraffare la noia di quella voce e di quello sguardo pieni del rimprovero che, nella sua solitudine illuminata dal ricordo di Lisa, la madre ritrovava in fondo a s.
Maria l'agguant per le spalle: Anna cadde, trascinandola e dibattendosi, mordendosi le mani e pur badando a piangere sommesso, perch di fuori la ragazza non udisse.
Cos abbracciate nel pianto, le sorelle si ritrovarono in quella dolcezza che fa delle lagrime una bont. Affioravano ricordi lontani. Maria accarezzandole i capelli, si ricord delle lunghe trecce di Anna, dure come corde, sbattute nel vento delle corse infantili. E si stup d'incontrare quello sguardo cupo, tra il luccicore delle palpebre gonfie, arrossate:
Ma tu, come potevi? Non sentivi d'ingannare anche te stessa, di macchiare il tuo amore?
Mi faceva piet. Anna non seppe dire il nome del marito.
L'amore  pi che la piet. Se amavi l'altro...
A sentir parlare di lui, Anna singhiozz:
L'altra  giovane.
D tutto a Pietro. Non trascinare questa vita doppia accanto a lui che non sa.
Ora che  finito?
E quello che  stato?
Troppo diverse, non si sentivano sorelle: erano sorelle solo nel ricordo dell'infanzia, ma lontane anche nel dolore di donne che l'una affrontava arditamente, con la fronte alta e la bocca dura e l'altra supina, schiacciando contro le palme molli, lagrime e parole.
E il bambino? balbett la madre L'altro non lo vuole.
Maria balz in piedi:
Sei incinta?
La madre si scoperse il volto: la fronte chiara, due pieghe intorno alla bocca:
Non lo avevi capito?
E tu gli porti in casa il figlio di un altro?
Anche questo dovevi dirmi?
Maria volse le spalle; la sua voce parve lontana:
 infame... S'avvicin: E non pensi che per questo bambino, Pietro ruber l'affetto a Lisa?
La madre scatt:
Ma  mio figlio anche questo!
S: tuo... Maria avrebbe voluto dire anche altro; abbass la testa: Non avrei creduto che mia sorella... Subito si pent delle parole: ora non vedeva che una madre. La rialz, le parl, dolce, materna: Adesso, non pensare a niente. Si vedr. (E Anna non pensava che a obbedire a quella voce.) Ma tu sai che il bambino...?
Anna scosse le spalle, nervosa, tormentata:
E come faccio a saperlo? La madre non sentiva che il divino peso della vita; la donna alz gli occhi, tesa nella preghiera: Voglio che sia suo.
Un profondo disprezzo era in Maria: le ripugnava che sua sorella, una della sua razza, avesse potuto vivere con due uomini e non ne fosse morta. Avere un figlio e non sapere di chi!
Quel momento ella bened il suo dolore perch ella vi era passata a fronte alta, senza menzogne di fronte all'uomo; libera.
Ma Anna pensava ad altro:
Non mi vuole pi bene. L'altra  bella,  ricca,  pi giovane di me. Io, vedi, sono sciupata. Sono le lagrime... E con le dita pallide (Maria osserv che Anna aveva le mani poco curate e quel particolare che le diede un profondo disgusto, anche la intener in un senso di piet) dissolveva il bruciore delle lagrime agli angoli degli occhi e intorno alla bocca: Guarda, sono quasi vecchia... E poi  causa il bambino. Non era la madre che parlava: il tono acre e quasi un che come di rancore nello sguardo. Perch mi guardi cos? Sono tanto brutta?
C' altro cui dovresti pensare. C' tuo figlio adesso... E anche c' quel poveretto!
Anche lui mi tradiva.
Un uomo,  diverso.
Vorrei vederti nei miei panni. Adesso ti dai delle grandi arie, perch hai dimenticato. Ma credi che l'abbiamo dimenticato tutti? Di fronte al lampeggiare nello sguardo di Maria, Anna tacque.
Il migliore rifugio era il pianto; e poi anche, Anna piangeva sinceramente e si esaltava nella compassione di s che distendeva i suoi nervi e le dava quasi un senso di fiducia.
S'ud una chiave nella toppa; poi il rumore della porta sbattuta. Anna s'aggrapp al braccio di Maria:
Va, va tu. Che non mi venga a cercare. E mentre Maria s'allontanava: Che non sappia!
A pranzo, Pietro domand di Anna; Maria rispose guardando il piatto.
Egli scosse la testa:
Povera donna. Pensava a Lisa.
Maria che lo capiva, non os rispondere. Quando pi tardi Anna entr nella stanza, Pietro le and incontro e l'abbracci. Ma poi per un piatto che non gli andava a genio, brontol con la serva e se la prese con la moglie
Lo sai che a me il fritto non piace. Potresti anche avere un pensiero gentile per un povero uomo che lavora.
Maria sentiva il tragico che nasceva dall'ignoranza di Pietro. La minaccia era nel silenzio di Anna. Il ricordo di Lisa pareva intenerisse le cose di bont. Maria alz gli occhi e guard Lisa nel grande quadro a olio. Anche Anna alz gli occhi.
Solo Pietro non vedeva e seguitava a brontolare; Maria vide che gli tremavano le mani e prov una grande piet per il cognato.
D'un tratto Anna respinse piatto, sedia e bicchiere, qualche cosa vol, rotol per terra, si ruppe in un tintinnire di vetro, in cui s'allung il suo grido stridulo:
Lasciami! Lasciami! Vigliacco!
E Anna scapp piangendo.
Il suo posto a tavola, vuoto, metteva una tristezza; il bicchiere colmo e il piatto in cui il cibo si raffreddava, avevano una malinconia che dava il desiderio di una parola buona e insieme anche un senso di stizza contro quella voce di donna, stridula, che ancora solcava l'aria con il ricordo dei vetri rotti.
Povera donna! disse Pietro posando il bicchiere.
E Maria pensava: Povero uomo!
Sul canterano quel vasetto di marmellata dice un mondo. Sarebbe tanto dolce cucinare le frutta per l'inverno (e la casa ne odora tutta di dolce e di tepore) e prepararle per un uomo che Maria aspetterebbe alla sera, nella casa amica, dopo il lavoro.
Pare un pensiero puerile: e pure quel vasetto di vetro, dorato oltre la trasparenza luccicante dalla polpa delle frutta, dice il respiro d'una gioia serena, limpida, nella casa dove fede, fiducia, sorriso e amore sono nel gesto di due mani unite.
Vi sono frasi che offendono.
Un giorno Ruggero parlando di fronte agli altri (ed era presente anche Ginetta) d'un suo amico che aveva amato una cantante e poi l'aveva piantata, disse:
L'ha goduta e poi se n' stancato.
A Maria la frase parve oscena; la parola aveva un calore molle e umido d'intimit. Un uomo parlando di una donna, non doveva dire davanti agli altri quella parola. Poi ella cap perch ne soffriva: quella parola rivelava quasi un poco l'intimit di Ruggero. Le pareva che egli avrebbe accarezzato una donna cos come pronunciava la parola: goduta e anche le pareva che in quella parola egli disperdesse qualche cosa del suo modo di baciare. Anche ella odi quella donna sconosciuta che un uomo ignoto aveva "goduta". Che parola molle e calda!
Una volta incontrando una donna con tanti fiori, Maria che era con Ruggero, pens che una donna che porta fra le braccia un fascio pesante di fiori, fa pensare a quello che sarebbero i suoi gesti se un uomo la piegasse sulle ginocchia cogliendola come un fiore. E lo disse a lui e se ne pent poich egli forse aveva guardato quella donna. E subito ella soffr di aver osservato solo la figura della donna, di cui ricordava vagamente di aver visto la faccia, ritenendo dell'imagine, pi che altro la macchia chiara dei fiori mentre ora, a cercare nel ricordo i tratti del suo viso, anche le linee della persona si perdevano nell'indifferenza.
Maria anche soffriva che Ruggero non la intendesse in tante cose. Se nel parlargli di Cesco, ella pativa, parlare di Guido ma specie di Attilio Ruggi, di ci che poteva sembrare un'avventura ed era stato invece un balzo smarrito fuori della sua solitudine, le dava il senso di pena che ha un deforme nello svelare la propria nudit. Spesso, Ruggero la interrogava freddamente ed ella soffocava lo spasimo in un sorriso che a lui sembrava senza pudore. Egli la rimproverava e voleva ritrovare in lei la freschezza che ella era.
Dimentichi.
Ma ella dicendogli di s e di Attilio Ruggi, parlava come di due estranei, mentre le pareva che il ricordo la sommergesse nel fango e avrebbe voluto che Ruggero sentisse quel suo martirio che non aveva un grido nel dirgli la miseria dolorosa del suo soffrire perch egli non sentisse che la feriva con le domande.
Ma tu, perch hai voluto?
Ella aveva creduto che quello che l'aveva piegata a chiudere gli occhi accondiscendendo al fervore di una preghiera, fosse un sentimento.
Credevo che poi gli avrei voluto bene. E pensavo di farlo felice. Ella voleva tutto il peso della responsabilit. E guardava coraggiosamente l'imagine di s.
Vicina, Maria cedeva alla morbidezza che era in lui; lontana, lo giudicava: un uomo che vive di dubb.
Un giorno sul tram, Ruggero s'era alzato per cedere il posto a una vecchia; Maria commossa dal gesto, aveva poi capito nello sguardo e nell'atteggiamento studiatamente distratto di lui che egli non aveva sentito piet per quella vecchia, ma solo una compiacenza frivola per l'eleganza d'un gesto che ai suoi occhi, era bello. Ruggero era di quelli che non si sarebbero vantati di cose che non avevano fatte, ma avrebbero fatto delle cose, solo per poter poi vantarsene; anche sent che egli s'ascoltava e questo, in lui, la offendeva.
Qualche volta Maria lo avvinceva con le sue fresche braccia, per impadronirsi di lui: per sentire in lui, la volont di vincerla; e non sentiva che se egli l'avesse voluta, gli sarebbe sfuggita: poi che questa sua ribellione sonnecchiava nell'istinto. Ella credeva di voler essere vinta e il suo non era che un desiderio di dominio: foggiarlo di s, destare in lui una volont: la volont di vincerla.
Ruggero, intanto, ammirava la propria generosit che si rifletteva nei suoi gesti: si sentiva grande; ma anche era irritato, perch Maria gli piaceva e serbava rancore a lei della propria lealt. Ne accusava la freschezza di Maria, poi che se ella fosse stata come le altre, egli avrebbe ceduto all'avventura. Nasceva da questo, una loro diffidenza reciproca: l'uno sospettava dell'altro; Maria tentava di trovare in lui una gagliarda volont d'uomo, Ruggero cercava di poter incolpare lei delle proprie incertezze. L'atteggiamento di lei di fronte a lui, nel proprio pensiero, era in questo: alla superfice l'ammirazione, nel profondo il disprezzo. Perch Ruggero era prudente per istinto e per ragionamento. Filosofia comune agli uomini: quando posso fare una cosa liberamente, senza averne le noie che avrei se gli altri la sapessero, a che pro farla alla luce, se con qualche abile mossa e qualche ingegnoso sotterfugio, posso gabbare il mondo e specie chi potrebbe darmi noia? Questo manteneva l'equilibrio e dava il tono al suo atteggiamento quando per esigenze mondane, egli stava fra Maria e Ginetta. E di questo, Maria soffriva; perch il tono indifferente che egli ostentava con lei di fronte agli altri e specie davanti a Ginetta, la offendeva e la umiliava.
Ruggero non credeva che Maria avrebbe osato, come ella diceva, affrontare il mondo, dicendo a tutti del loro amore. Riflettendo in lei la morbidezza dei propri dubb, Ruggero pensava che il coraggio di lei nascesse solo dalla certezza che egli non avrebbe voluto ella si compromettesse per lui. Anche Ruggero, in fondo, disprezzava Maria: perch in lei sentiva il riflesso della propria debolezza; e nessuna cosa fa l'uomo cos poco indulgente, come scoprire negli altri i propri difetti che gli sembrano un suo privilegio. Ma poi Ruggero sentiva Maria cos fresca e sincera, che ritrovava in s un riflesso di quella freschezza. E saliva in lui un cattivo desiderio che egli voleva e non sapeva soffocare: dirle qualche parola che la facesse soffrire, per vederla triste e averne piet, per avere poi la dolcezza di poterla consolare. Sentirla debole, era avere il senso della propria forza; ma anche tutto questo gli pareva vile e ne pativa e ne sfogava il suo cattivo umore contro Maria.
Se Maria gli diceva:
Oggi volevo venire da lei un accendersi d'oro brillava nel suo sguardo dietro gli occhiali.
E allora perch non hai osato?
E perch lei non me lo ha domandato?
Il suo sguardo diventava grigio di tristezza:
Perch non hai osato? Maria... Maria! E l'oro dice: Sei tanto bella!
E in lei, qualche cosa canta, splende nel riso degli occhi: E tu, osa! Gli disse: Usciamo anche domani? (Ruggero non rispose.) Maria cap: si scost. Taceva.
Domani Ruggero le tocc un braccio: Non posso essere libero. Devo accompagnare Ginetta.
Sempre tra loro, quella sveltezza frusciante di seta e quel profilo pungente malgrado la rotondit un poco cadente delle gote! Maria che gli era vicina con l'anima offerta, si rinchiuse in un'orgogliosa solitudine.
Dopodomani, vuole? (Maria non poteva rispondere.) Egli insistette, scontento, rannuvolato: Perch fa cos? Lo sa che in lei non anno i capricci! (Ma per li tollera in Ginetta! pens Maria; ma non glielo disse.) Ruggero rallent il passo: Non ti accompagno in citt. Non disse altro, ma sapeva che il tu l'avrebbe fatta cedere.
Maria gli tende la mano, poi come vergognandosi (e non  debolezza, ella lo sente:  solo per non fare capricci, poi che Ruggero  l'uomo: il padrone):
Dopodomani, all'ora solita. Va bene? E gli sorride. Ma l'ombra di Ginetta la segue:  innanzi a lei sul selciato,  nel profumo, nel frusco di ogni donna che passa: l'ha negli occhi, nell'anima: ombra, ombra.
Un momento Maria pensa d'ingelosire Ruggero, per attirarlo; per conquistarlo, per rubarlo a quell'altra; ma poi il pensiero di destare abilmente la gelosia di lui, le pare colpevole.
Di notte non dorme.
 assurdo che egli seguiti a essere il fidanzato di quella donna e dica di amarmi. Se me lo raccontassero di un altro, direi che non pu essere: che  una cosa inventata. Scelga fra me e lei.
E il pi assurdo  che ella tolleri questa situazione. Bisogna scrollare il dominio. Si domand:
Che diritto ho io? Che cosa mi ha promesso?
Un'altra voce, in lei disse, nitida:
E poi tu, con il tuo passato, che diritti puoi avere?
L'altra rispose:
Che c'entra il passato? Siamo da pari a pari: egli ha il suo passato, io ho il mio. Gli ho dato la mia sincerit, i miei pensieri, il mio amore. Se volesse, sarei sua. Lo amo. Ed egli si divide tra me e quella donna.
L'altra voce tacque.
Ella aveva con lui rossori puerili: si sorprendeva qualche volta a parlargli con foga e scopriva nella propria voce una vivacit che ella non amava; allora taceva. E Ruggero che vedeva la luce della frase rotta, spegnersi nella tristezza che le offuscava lo sguardo, sorrideva:
Perch?
Ella credeva di sembrargli puerile; ma egli che in quegli scatti giovanili amava la sua fresca sincerit, la vedeva bella.
Vivere con lei, ascoltare la sua voce, era credere alla vita: sentire la fresca forza dell'ispirazione, voler creare. Egli sentiva che Maria lo amava per ci che egli poteva essere se voleva essere lui, per quello che egli sarebbe stato se, specchiandosi in lei, illuminato dalla rude forza di Maria, avesse osato essere s stesso. Allora amava anche il rimprovero di lei: s'illuminava d'una gioiosa volont di lavoro e sentiva che la vita poteva essere tutta luce e trasparenza. E parlando del suo lavoro, vedeva il riflesso del proprio entusiasmo negli occhi di Maria che non s'accontentava di quei bruschi entusiasmi, ma con il suo sorriso che sapeva volere, lo sospingeva cantando verso la fatica.
L'altra, Ginetta, accarezzava la pigrizia di Ruggero: lo adulava, lo lusingava nell'esaltare quello che egli era. Ed egli, quando il lavoro diventava fatica, stanchezza insonne, tormento, esaltazione, tortura, si piegava ad ascoltare quella voce e si domandava se Ginetta non avesse ragione dicendo che egli doveva saper godere quanto egli aveva fatto, riposando su questa sodisfazione. Forse l'ansia che Maria accendeva in lui con la sua energia e con la sua speranza, non erano che un'assurdit di sogni pretenziosi e tormentati. Cos Ruggero seguiva Ginetta che amava stargli accanto, illuminata dall'aureola della celebrit di lui e lo trascinava da teatri a concerti, da sale da ballo a ritrovi mondani sin che, quando in un risveglio Ruggero scopriva la superficialit e l'ambizione di quella voce, egli cercava Maria.
Maria non credeva molto a questi suoi ritorni e quando nei momenti d'ardore, Ruggero le diceva che nessuna donna gli aveva dato un senso di freschezza come lei e che ella gli era necessaria (ed in quelle parole era fremente di giovanile entusiasmo), Maria pensava con malinconia che egli aveva detto le stesse parole a chi sa quante donne, in buona fede e che le avrebbe ripetute ad altre ancora, con la stessa sincerit. Sapeva che quando l'uomo desidera una donna,  sempre sincero nelle parole del desiderio e che la sua suggestione arriva al punto che parlando alla donna, del suo amore, egli stesso crede al proprio amore. E anche pensava che se ora ella credeva il sentimento che ella aveva per Ruggero fosse l'amore, aveva pure creduto di amare un tempo e aveva detto le stesse parole: a Cesco, spontaneamente e a Guido, per poter credere di amarlo. E in questo inconscio e scambievole inganno che ella sentiva sorgere fra l'uomo e la donna, ella sentiva una grande malinconia.  triste mentire quando non si vuole mentire.
Un paio di calze di seta. Maria le desiderava con forza e con un tremore quasi puerile. Costavano molto, costavano troppo quelle che erano belle! E i soldi che pap mandava, bastavano appena per le calze di filo. Ella sapeva di non poter comperare le calze di seta e tuttavia andava da negozio a negozio, a chiederne i prezzi, a palparle, a studiarne la qualit.
Non ci bado al prezzo. Mi mostri le pi belle che ha!
E ci metteva tanta cura nella scelta che qualche momento credeva anche lei che le avrebbe comperate. Ma quando, infilate le mani nella calza, ne scrutava il tessuto e gi godeva l'imagine delle sue gambe liscie oltre la lucentezza morbida della seta, la prendeva una smania di andarsene, perch vedeva il commesso che s'atteggiava a preparare il pacchetto e a scrivere su un biglietto, il conto.
Torner con un campione delle scarpe si schermiva  meglio che ne prenda la tinta eguale.
Poi per la strada, sostava di fronte a ogni vetrina dove erano esposte delle calze. Se le sarebbe pur comperate, le calze di seta!
Fu allora che Maria pens di guadagnare qualche soldo, per pagarsi quelle piccole cose ch'ella doveva avere per piacere a Ruggero e che la severit del babbo non ammetteva nello spazio delle spese. Fare come un tempo le ppere, gli orsacchiotti e i fantocci e portarli alla signora Giovanna? E gi pregustava l'astuzia con cui avrebbe messo in mostra le gambe di fronte a Ruggero, perch vedesse che anche lei aveva le calze di seta. Ma come se bastassero le calze di seta! La sua allegria s'oscurava: ci volevano tante cose ancora, per somigliare alle altre donne.
Povere vestine di cotone che le erano sembrate cos belle e fresche, tessute di primavera, nel palpito del respiro che gonfiava la stoffa e la percorreva di lievi onde di tepore. Le altre avevano vesti di seta e una ricchezza di accessor che rispondevano all'insieme con una sola nota, la quale variava tutti i giorni. Alcune fra queste donne, erano brutte. Ma vestite cos, parevano belle.
E Maria pensava con un sottile offuscarsi di malinconia, che non bastava essere bella e si figurava come sarebbe stata bella lei, con quei vestiti. Cos, il denaro che il babbo mand per le scarpe fu speso in calze di seta e le scarpe furono prese a credito dal calzolaio di Anna. E le belle scarpe vollero un cappello nuovo e una veste di seta. Comperare a credito, invoglia a fare delle spese.
Qualche volta camminando davanti a Ruggero le pareva che nel movimento, il suo corpo gli si rivelasse sotto le vesti e sentiva che la giovinezza  fatta di un contrasto di freschezza e di calore e si ribellava a questo senso di nudit agli occhi di lui: ne soffriva e ne gioiva. E d'improvviso la prendeva un bisogno di correre per disperdere nel vento, questi strani fermenti di vita. E ricordando qualche gesto di lui, ne trasaliva quasi sgomenta di non essersi ribellata alle sue carezze, mentre altre volte gli stessi gesti le erano sembrati troppo timidi.
Che c'? Che vuol dire? Smetti la raggiungeva Ruggero.
La irritava che egli le dicesse ora lei, ora tu. Ruggero sentiva che qualche volta, quando le faceva una domanda, Maria aveva nel pensiero la frase salita dal cuore, ma non voleva dirla e che in quell'indugiare, la rifoggiava e ne velava la sincerit lucente. Una grande curiosit fanciullesca lo piegava a incalzarla:
No. I tuoi occhi mi dicono altre parole. Perch non parli? Anche egli cedeva a quel turgido dilatarsi di respiro; e qualche volta, con le nari gonfie di desiderio, le toccava un braccio e ne trasaliva come se l'avesse fra le braccia: Noi siamo molto stupidi le sussurrava con negli occhi un riso cupo. (Maria fuggiva il suo sguardo.) Vuoi?
Ella non gli rispondeva; ma nel suo respiro che s'accentuava, le sfuggiva l'anelito della sua giovinezza.
Ma dopo bastava un niente, un atteggiamento in cui l'anima di Maria si mostrava semplice e fresca, perch gi Ruggero si pentisse e oscillasse.
No, Maria, dovrebbe lei dirmi di no. Sono io che la prego: mi mandi via. Non dobbiamo vederci. Mi creda. Sarebbe un'infamia. E io non voglio farla soffrire.
Irritata, Maria vedeva il sorriso puntuto e udiva il riso stridulo di Ginetta.
S, vada. Vada. Egli sentiva nella sua voce le parole che Maria non diceva. Fra lei e Ruggero il nome di Ginetta non si pronunciava. Si ritrovavano nello stesso pensiero e le parole indifferenti creavano fra loro la distanza.
Questa sera verrai al concerto? E Ruggero le insinu un dito entro l'apertura del guanto, su per la palma: Suono per te. E con la voce sommessa: Vieni.
E dopo, quando egli s'allontan turbato da quel gesto che, nel rivelargli il tepore di lei, gli faceva sognare tutto il suo calore, gli pareva di essere un uomo spregevole. Solo il pensiero del sorriso dell'altra, gli faceva ancora credere in s stesso. Gli pareva che Ginetta si burlasse di lui.
E quella sera, Ruggero suon per Maria. Nelle arie nuove che aveva scritte, cantava un irrompere di freschezza, un espandersi vigoroso di respiro che aveva trovato espressione per uno snebbiarsi subitaneo dell'anima, in uno di quei momenti in cui Ruggero ritrovava s stesso, specchiandosi negli occhi di Maria. Suonando, Ruggero non vedeva che lei: poich sentiva che nessuno avrebbe saputo come Maria, capire quello che egli voleva esprimere in quella foga di limpide voci, in quello scampanellante fluire di trasparenze, in quella purezza gioiosa di trilli. Nitido, terso, incisivo: Ruggero parlava di un orizzonte che era in lui e saliva e lo superava, innalzandolo. Solo Maria capiva e lo seguiva con l'anima offerta e le gote scottanti, con le palme fredde e gli occhi rapiti in lui.
Dopo, quando gli amici andarono a stringergli la mano, Maria lo raggiunse con Anna e Pietro. Una stanza affollata: al fianco di Ruggero, Ginetta ne divideva gli onori con un'aria di superiorit distratta, pareva che tutta quella gente fosse l per lei. In quella folla, Ruggero non vide Maria. Ed ella s'allontan senza avergli parlato.
Anna era diventata pi bella. E Maria si stupiva come una madre potesse dimenticare. Poi, a tratti, per una parola, un ricordo, il dolore di Anna irrompeva; e Maria si rimproverava d'aver dubitato di lei. Ella capiva quel bisogno di stordirsi con cui Anna tentava di risorgere dal dolore; ma non capiva come Pietro cedesse ai suoi capricci. Anna le disse un giorno, mostrandole una veste nuova, molto costosa:
Carina? Pietro  tanto gentile. Ha voluto comperarmi questa, che  molto bella. Ma per  cos strano: non vuole far sapere che me l'ha regalata lui. Tu non dirgli niente.
E non pensa che la gente sapr che te l'ha data lui?
Gli uomini sono cos.
Maria la guardava, attenta: Anna sfugg il suo sguardo. And allo specchio: pareva pi giovane. Maria le pos le mani sulle spalle:
Sembri una ragazza. Anna le sorrise nello specchio: i loro occhi s'incontrarono, e un pensiero oscur quel sorriso. Anna si tolse il vestito e dopo disse, come se ne avessero parlato allora:
Ieri mi parve di sentire la sua voce. Chiamava: zia Maria.
Il vestito era caduto dalla sedia e, cos afflosciato, tutta la sua bellezza si riduceva a un'ombra di pieghe, che invecchiava d'una stanchezza triste.
Guarda Maria lo raccolse, lo pos sulla spalliera della sedia. Ma Anna non si volse, guardava un punto, con gli occhi assorti e lontani. E non si sapeva a chi parlasse:
Ricordi il grembialino rosa con i nastri? E stava cos, seduta, con le mani sulle ginocchia e gli occhi lontani.
Alla sera, Maria che s'era dimenticata il lavoro nella sala da pranzo attravers la fila delle stanze buie. La camera di Anna e Pietro era attigua alla stanza da pranzo; per la porta socchiusa filtrava un filo di luce. S'udiva la voce di Pietro, aspra, che incalzava la voce di Anna, che tremava un poco. Maria conosce quella voce:  quella che Anna aveva quando mentiva al babbo; dalla voce, sente anche il suo sguardo, basso, sfuggente.
Ud anche il suo nome:
Chi? Maria?
Me l'ha regalato lei.
Perch?
Forse per ripagarmi in qualche modo l'ospitalit. E la voce si rinfranc: Tu sai che  generosa.
E non ci pensa tuo padre a questo?
Anche lei vuole donare qualche cosa. Le piace abitare in citt; mi  molto grata.
E i soldi, scusami, dove li prende?
Risparmi. Una ragazza fa presto a fare qualche economia.
Ma quel vestito deve costare molto.
Anna parlava svelta per sopraffare con le parole l'incalzare delle domande:
Non so. Non ha voluto dirmelo.
Questo  molto sospetto.
Anna disse qualche cosa che Maria non cap. Al buio, scalza, nella stanza da pranzo, anche Maria tremava.
La voce di Pietro insisteva, nitida, secca:
Ma ci vogliono fior di quattrini per quei vestiti.
La voce di Anna era fosca, tanto tremava: o forse era Maria che tremava e le voci le giungevano ora oltre un tremito che la scoteva tutta, poich anche la voce di Pietro le pareva lontana.
Di lei pensi questo? Di mia sorella!
Dopo quello che ha fatto quella volta! Oggi uno, domani l'altro. Bisognerebbe essere sciocchi per non vedere: anche lei, tutti i giorni un altro vestito!
Maria fugg, al buio. Le pareva che quelle voci insozzassero anche il ricordo del suo bambino.
Ora s'affannava a pensare come avrebbe potuto allontanare i sospetti di Pietro, senza accusare Anna: la fatica della volont che assillava il suo pensiero, le richiam alla memoria l'imagine d'un quadro in uno dei salotti, nella sua casa, al paese. Un tempo quando Maria era bambina e ancora adesso qualche volta, ella s'affaticava a imaginare i tratti della donna, che nel quadro stava riversa su uno scoglio ed era intenta a giocare con la coda d'un mostro, se fosse stata ritta; perch cos riversa, la faccia s'allargava e non aveva una sua espressione. Ora pensando come avrebbe potuto far sapere a Pietro che ella non era colpevole, le dolevano i pensieri come a voler vedere il viso di quella donna.
Ad Anna, non seppe dire niente, l'indomani.
Tra Ruggero e Ginetta c'era un accordo: Ginetta era lo specchio che rifletteva le piccole ambizioni di lui e le grandi pigrizie. Quando Ruggero, parlando di s e di Ginetta, specie di fronte agli altri, diceva: noi, anche a proposito di una cosa qualunque, Maria ne trasaliva, offesa. L'addolorava che Ruggero dicesse: Oggi ho un impegno perch in questo egli le faceva sentire di avere una vita a parte, che ella ignorava. E Maria soffriva anche quando per una qualsiasi cosa, i nomi di Ruggero e di Ginetta erano vicini. Le sembrava che l'altra le rubasse qualche cosa che apparteneva a lei. Ruggero e Maria. Lo diceva in s. I loro nomi li aveva sposati l'amore.
Ruggero parlando a Ginetta davanti a Maria, aveva per l'altra le stesse inflessioni carezzevoli che aveva per lei e Maria soffocava la sua ribellione furibonda.
Bugie.  un'abitudine indifferente spiegava poi Ruggero quando vedeva gli occhi tristi di Maria.
Maria ci ripensava: se egli mentiva all'altra con tanta disinvoltura e con tale accento di verit, non mentiva forse anche a lei, quando le diceva di amarla? Che c'era di diverso nello sguardo, nell'accento, nella voce e nell'atteggiamento di lui quando parlava con lei e quando parlava con Ginetta?
Maria sapeva che l'altra chiedeva a Ruggero del suo lavoro e se ne interessava perch voleva sfruttare, standogli accanto, quel tanto della celebrit di lui che poteva servire a dare rilievo alla sua eleganza di donna alla moda. Per questo Maria non domandava a Ruggero dei suoi concerti n di quello che del suo lavoro potesse riguardare il pubblico, e pure sapeva che con questo ella gli sarebbe sembrata lontana dalla sua attivit e che questo anche avrebbe allontanato Ruggero da lei, ma taceva perch aveva paura di dirgli le stesse parole di Ginetta o di fargli le stesse domande. Anche soffriva quando Ginetta parlava d'un concerto di Ruggero di cui egli non le aveva detto nulla perch ne aveva appena ricevuto l'invito e non vedendola tutti i giorni, ne aveva parlato prima all'altra che a lei.
Anche la tormentava che Ruggero riconoscesse a Ginetta, dell'ingegno. Sciocca non era; aveva un'intelligenza pi che mediocre e forse anche delle possibilit d'ingegno che si potevano manifestare in una buona comprensione artistica ma che tentando di trovare espressione ora in una ora in un'altra forma d'arte, naufragavano nella mediocrit. In lei non parlava la gelosia, perch anzi Maria tendeva ad esagerare ogni merito di Ginetta, poi che ne soffriva e preferiva affrontare arditamente il tormento di questi pensieri. Che Ruggero non sapesse vedere Ginetta, la irritava.
E quando incontrava Ginetta con Ruggero e doveva parlarle, cedeva inconsciamente alla smania di contradirla. E sdegnosa o dismemore di quelle linee eleganti con cui la gente usa chiamare convenzioni sociali, l'ipocrisia, scattava nella sua sincerit aspra e selvaggia. Poi, gli occhi di Ruggero le davano una grande timidezza. Sapeva che egli l'approvava, ma sentiva che voleva ella custodisse quei pensieri, perch Ruggero non era di quelli che affrontano le folle. In tutte le cose gli pareva che bastasse trovare il tono conveniente.
Ginetta troppo compresa di s e dei lunghi colloqui che aveva mille volte al giorno con il suo specchio, era lungi dal sospettare.
Maria, che l'atteggiamento prudente di Ruggero offendeva nell'orgoglio, si ripiegava in s, decisa a scrollare il dominio. Poi bastava che Ruggero che l'aveva veduta ritirarsi in un salotto solitario o rintanarsi nel vano d'una finestra, la raggiungesse e le sussurrasse nel collo una parola o le stringesse la mano o atteggiasse gli occhi e le labbra alla parola che Maria aspettava e voleva, perch subito ella sentisse di non poter ribellarsi. E forse anche godeva di questa schiavit che le faceva sentire nel suo dolce martirio, la divina gioia d'essere sottomessa: donna.
Non sottomessa da Ruggero: ma dalla propria volont d'amore. Ed ella risorgeva, ritrovando il suo pensiero inarcato: bisognava partire.
Quando Ruggero parlando di Ginetta le diceva cose che la facevano soffrire (Domani  l'onomastico di Ginetta. Andiamo io e lei, a teatro. Non pare anche a te, che devo andare con lei?) Maria lo incoraggiava a fare quello che egli pensava e voleva e di cui fingeva di chiedere consiglio a lei, solo per averne l'approvazione. E lo spingeva a fare quello che la allontanava da lui, perch era quasi contenta di poter poi dimostrare a s stessa che Ruggero la trascurava e di poter con questo non solo giustificare la sua irritazione e la sua gelosia, ma anche ingrandire il torto di lui per dimostrare a s stessa (e ne soffriva tanto) che Ruggero voleva bene a Ginetta e non amava lei.
Saliva in lei una sorda irritazione contro Ruggero, e Maria desiderava che egli le facesse qualche torto o la trascurasse sfacciatamente per stare con Ginetta, o sperava di sorprendere qualche bugia di lui, per avere di fronte a s stessa qualche fatto da rimproverargli. Poi, dubitare di lui, le pareva una colpa e per farsi perdonare questo pensiero agli occhi di s stessa, si riprometteva di assistere sorridente, alle parole gentili che Ruggero avrebbe dette a Ginetta e di dargli anche il suo sorriso fiducioso.
Ma quando lo sentiva cos lontano, assorto nell'apparenza a seguire con un impercettibile sorriso che ne accentuava l'accondiscendenza, i capricci e le fantasie di Ginetta, ella sorgeva ribelle e fiera, nella sua solitudine.
In quella latteria, s'incontravano quelle coppie d'innamorati che la sera snida e che appaiono a uno svolto, incollati viso contro viso negli angoli bui e che alla domenica si vedono anche sul tram o in qualche caff solitario: gli occhi rapiti, le mani avvinte e le labbra sbavanti dolcezza; e non si sa come le loro bruttezze in fregola, osino profanare la parola amore.
Maria e Ruggero avevano trovato nel sobborgo questa latteria quieta dall'aria provinciale: un rifugio dove l'eleganza frusciante di Ginetta non li avrebbe scoperti. Era il loro ritrovo. Vi fluttuava un odore di latte denso, misto a un odore di vernice fresca e di muffa; pareti, tavoli, sedie e porte, tutti bianchi, avevano un che di lindo e di pulito.
A Maria quell'odore di latte pareva amico: le ricordava l'aria tepida e greve dello stanzone di servizio al paese, quando facevano il burro in casa ed ella che era bambina tuffava, furtiva, un dito nella crema tepida e schiumosa.
Un giorno in cui Maria arriv troppo presto, prov per quell'ambiente lo stesso stupore che si ha per una persona alla quale, vivendo vicini ci si sente legati, senza osservarla e di cui un giorno, guardandola, si scoprono i tratti che ci erano cari senza conoscerli; e appena allora ci pare di volerle bene. Quando c'era Ruggero, Maria non vedeva che lui.
Quel giorno i fregi sul muro, a fiori, a ghirigori, le dissero una semplicit fanciullesca e spensierata: buona; e anche il rancore che s'era raccolto in lei nelle ore in cui il pensiero di Ginetta la allontanava da Ruggero, ora si rischiarava, si scioglieva.
Lo accolse con un sorriso senza ombre, senza altra volont che quella di sorridere.
Quante volte su quei tavolinetti della latteria, mentre qualche vecchio in un angolo, ammolliva pezzetti di pane nella chicchera e qualche altro vecchio s'addormentava sul giornale, Ruggero aveva maturato le sue opere, aveva dato voce ai pensieri, guardando gli occhi di Maria. Ed ella che lo sentiva lontano da lei, assorto nei suoi grandi pensieri, era felice di essere solo un'umilt devota che egli innalzava a s per dirle le grandi cose che gli sollevavano l'anima a ventate d'infinito. Maria lo concedeva senza gelosie, alla sua arte; non lo cedeva a una donna.
Sentiva che Ruggero avrebbe scritto delle arie deliziose, ma non avrebbe saputo creare una grande opera per orchestra. Egli non era una forza che dominasse e sapesse raccogliere varie voci, fonderle entro s, in una voce e poi scomporle in mille voci concordi fra di loro e obbedienti al ritmo che cantava in lui. Nella sua musica c'era lui: una morbidezza sognante e opaca perch velata, in cui balenavano a tratti scatti di luce che avvizzivano come fiori sbocciati fuori di stagione. Ruggero non sapeva concepire una potenza di forze e di suoni e disciplinarla e impadronirsene e foggiarla in agili movenze ritmiche; se sapeva sentire orizzonti sconfinati, non avrebbe saputo ridirne la luce nell'espressione, poi che anche quella gli sfuggiva; sentiva talvolta una grandezza che egli non sapeva esprimere e nelle sue stracche incertezze lo abbagliava uno spalancarsi di luce: intravvedeva barbagli di bellezza che, se egli tentava di afferrare e di circuire nell'espressione, si spegnevano. Ne aveva delle tristezze, dei dubbi di s: ed era allora che parlava della propria responsabilit d'artista e dei capolavori che avrebbe scritti e cui egli non credeva. Ma poi scriveva delle arie d'una soavit penetrante. Sognava anche in arte.
Ruggero Barghi era una sensibilit che accoglieva, ma pigra nel tradurre in espressioni ci che sentiva. Egli sapeva d'essere un grande artista: pi grande di quello che in lui vedevano gli altri che lo giudicavano da quanto egli dava, mentre egli sapeva quanto avrebbe potuto dare, se avesse saputo volere. Maria che lo intuiva, voleva stimolarlo a volere ed egli si sentiva penetrare dalla sua freschezza e a volte gli pareva che gli corresse per le vene la forza di quella giovinezza che sapeva volere. Anche egli, allora, aveva una fede. Ma quando incontrava lo sguardo freddo di Ginetta, il suo entusiasmo cedeva nel grigiore opaco della stanchezza che  nell'uomo di fronte a una forza da conquistare che gli sembra superiore a lui. E non sentiva che la conquista  in questo: credere nella vittoria.
Quando Ruggero insisteva con le sue morbide melodie in cui egli ripeteva il sorgere, l'oscillare e lo sfaldarsi di fantasmi velati, su uno sfondo d'oro che pure era luminoso, Maria soffriva di non capirlo.
L'oro di questo orizzonte che s'apriva su un vasto respiro di quella vita che  il battere della nostra realt nel mondo d'una realt creata dal pensiero e che il pensiero sente quale una verit divina, si smorzava; e non c'era, nelle sue arie, che questo grigio e ambiguo riddare di fantasmi, questo addensarsi di ombre, questo palpitare di ali sognanti, in un'opaca chiarezza che non era luce, ma nella quale a volte appariva un tremolo di stelle. Ogni stella era una conquista, una meta da raggiungere. Nella vita e nell'arte, si vive sin che c' una meta da raggiungere. Vivere  un salire appassionato a inseguire, attraverso forme e imagini balzanti dalla nostra ansia di conquista, una perfezione che  luce di eternit.
Maria che non capiva Ruggero, ne accusava s stessa: se in quell'ondeggiare di sogni, ella non vedeva la bellezza, era lei che non sapeva sentirla.
Seduto a uno di quei tavolinetti accanto a Maria, Ruggero ritrovava il suo entusiasmo: gli brillavano gli occhi, pareva gli brillassero il respiro e le parole, tanta luce aveva dentro; pareva un altro: quello che Maria amava.
Poi c'era un silenzio; di solito egli strisciava un dito sul vassoietto lucente o faceva un buco con il cucchiaio nello zucchero. Maria sentiva allora che la volont di Ruggero s'oscurava, rallentava, cedeva. Saliva in lui come un offuscarsi; pareva che la testa gli si piegasse e che un'ombra sorgesse a curvargli le spalle. Solo allora ella osava parlare: e nella voce, nel gesto, nel riso degli occhi, ella seguitava a incarnare la luce e la forza che erano in lui e che ora Ruggero non sapeva pi tenere accese con la sua fede e che ella continuava a mantenere vive, a nutrire con la sua fiducia, come il discepolo devoto che mantiene viva e nutre della sua fede, l'opera abbozzata dal maestro in cui egli crede.
Ruggero sentiva questo intenso legame, senza capirlo. Qualche cosa di gagliardo lo spingeva verso Maria; accanto a lei, egli era pi tranquillo e fiducioso.
Ma salivano, nel sussurro d'un sorridere lontano e smorzato, gli echi dei consigli di Ginetta; e mentre Maria gli parlava con gli occhi sfavillanti dell'opera nuova, gli appariva con le prime vaghe voci e con i primi bagliori, la grande opera da costruire e ne aveva la visione della grande fatica. Allora un dettaglio qualsiasi di quel giorno, s'ingrandiva ai suoi occhi, perch egli potesse sfuggire la sferza di quell'ansia. E nel pensiero d'un bottone ch'egli doveva comperare per il colletto, poi che quel giorno era invitato in qualche salotto elegante, riecheggiava la voce di Ginetta, gutturale:
Vieni a prendermi presto. Voglio che entriamo insieme. Ti faranno molte feste al tuo entrare.
Ruggero s'era alzato di scatto:
 tardi. Siamo invitati stasera.
Maria che gli aveva letto negli occhi il pensiero di Ginetta, aveva sussultato a quelle parole. E non aveva voluto che egli l'accompagnasse. Ma dopo soffr quando vide la piccola figura di lui, snella, svelta, sottile ed elegante, sparire dietro l'uscio.
E la solitudine nella latteria le sembr come lo sfogo di un pianto, in cui dopo, si ritrova una grande limpidezza di pensiero.
Uno a uno ella guardava gli scialbi clienti solitari e pensava che erano pi felici di lei. Invidiava una ragazza secca e incolore, che inzuppava lentamente con la destra dei lunghi biscotti che, tuffati nel latte caldo, si rammollivano e si spezzavano mentre ella sporgeva la bocca aperta e tra un boccone e l'altro, si guardava un dito della mano sinistra guantata di filo, che doveva avere un buco e poi lo sfregava contro il pollice, per nasconderlo. Quella ragazza scialba non doveva avere una pena come la sua. Forse non amava nessuno. O forse, se amava, si credeva amata, con la serena fiducia delle donne brutte.
Anche Maria volle assaggiare uno di quei biscotti primitivi, secchi e insipidi, che sapevano di farina vecchia e di muffa e somigliavano ai biscotti del paese, di cui ella da bambina era stata cos ghiotta.
Questi biscotti erano messi a raggiera fra delle grosse paste inzuccherate, tinte d'una velatura di vivace colore, le quali somigliavano alle paste che un tempo le parevano tanto buone e tentanti e che ella comperava di nascosto, in una botteghina del paese, dove si vendeva un po' di tutto. Bastava questo ricordo del paese, per dirle un rimprovero: poteva ella che aveva suo padre e sua madre e una casa calda di bont, dire che era sola?
Vi sono cose che ella non pu dire a Ruggero; e le cose che non gli dice l'allontanano da lui. Pare che in ciascuno di questi silenzi la sua individualit si ritrovi e sorga, sola e forte, risoluta a scrollare il dominio di lui, che in fondo non  che morbidezza.
Ribellioni.
Non pu dirgli che soffre quando egli cammina al fianco di Ginetta e che vederlo entrare in una sala accanto a Ginetta,  una pena. Un gesto, una parola di lui da cui trapeli la confidenza o un atteggiamento di lei che riveli tra loro un sorriso, fanno scattare in lei impeti di rivolta.
E questo  gi come un insensibile allontanarsi da lui. Maria si trova di fronte a s stessa, urtata, nemica di s, di tutto, di tutti. E non sa che cosa deve rimproverare a Ruggero se egli sta accanto a Ginetta, perch egli non le ha promesso niente. L'intrusa  lei. Il posto accanto a Ruggero,  di Ginetta.
L'amore non dice niente, non scrolla, abbatte legami, convenzioni, ipocrisie?
E di non aver nulla da rimproverargli, ella serba rancore a Ruggero. Se egli l'amasse (il suo orgoglio s'inarca: no, ella non chiede nulla!) dovrebbe allontanare Ginetta, se  vero che solo una promessa lo lega all'altra. Ruggero ama forse Ginetta. E allora perch cerca lei? E in lei sale il ricordo della voce di lui, morbida e sommessa: parole lontane e tanto vicine. Lievi carezze delle dita amiche che diventano imperiose, voraci, tentanti. Bisogna allontanarsi. Cedere a questo dominio fatto di morbidezza e d'indecisione,  vile.
Sottile logoro che penetra d'amarezza ogni pensiero. Ginetta affetta gli stessi modi di dire e di fare di Ruggero e adopera alcune parole che solo Ruggero dice e in cui gli altri possono sentire questo legame fatto forse solo di apparenza, ma di cui Maria soffre.
Non sono parole assorbite inconsciamente in quel perdimento di s che  l'amore della donna quando si offre per portare in s l'impronta di lui: pensieri, ambizioni, speranze, sogni, gesti, parole. Ma sono modi studiati, voluti.
Maria sente Ginetta in quel suo bisogno di apparenze che la spinge ad atteggiarsi tutta nel modo che meglio raggiunga nel giudizio degli altri l'effetto che ella vuole. Ginetta vuole affettare in quelle che crede possano sembrare sfumature inconscie, quasi un involontario tradirsi dell'intimit: modi di dire, parole, interessi comuni, che rivelino fra lei e Ruggero, un'affinit di pensiero e un'armonia anche nell'esteriorit: un vincolo. In questo Maria soffre, pi che del disagio della gelosia, di un senso quasi di profanazione. Perch qualche volta ella s' sorpresa a dire parole che Ruggero predilige e ad usare i suoi modi di dire, istintivamente e le pareva d'esserne quasi indegna. Li ripeteva sotto voce quasi religiosamente, per s stessa: per trovare un che di lui nelle proprie parole. E ora soffre che l'altra ne usi con intenzione e con cos sfacciata disinvoltura. Sorprendere Ginetta nella sua intimit di pensiero  un po' come vedere una donna non pi giovane e che  stata bella, quando si crede inosservata ed ha nell'espressione della bocca, un'arida stanchezza. Che Ruggero non vedesse questo?
No la voce insiste Ruggero vede, ma non vuole vedere, perch far sapere agli altri che egli vede, richiederebbe un gesto, dell'energia; ed  tanto morbida l'abitudine. Ora Maria sa guardare Ruggero.
Ma poi, quando ne incontra gli occhi, sale in lei un turbamento: un tepido offuscarsi dei pensieri; ella ha nell'anima, trepida e offerta, lo stesso rabbrividire che affoga nell'avvampare che le tenta le reni.
Essere bella: tanto bella per lui. Vincere Ginetta!
Bisogna portare la responsabilit dei propri desider: qualche riga, qualche cifra di pi sul registro della signora Ortensia. Bisogna pur lottare! E che vuol dire se quelle cifre sono affanni e se poi bisogna soffrire? C' sempre qualche cosa che sorride nel profondo e affiora nella leggerezza del gesto, nella freschezza della voce, in un bisogno d'espansione, in un'irruenza di canto che diventa pensieri, parole e si riflette in tutte le cose e ci sorride da tutte le cose, quando lo specchio, in una mattina di sole, stordita, ubriaca dalla troppa luce, sorride: sei bella.
Maria pensava qualche volta, quando era di fronte agli altri con Ruggero: Se ora, io dicessi a tutti che lo amo e che vorrei cedergli, tutti mi disprezzerebbero. Ma se lo dicesse Ginetta, troverebbero che  giusto perch egli la sposer. Ella disprezzava profondamente questa gente ipocrita che vive d'apparenze e per cui una donna maritata  rispettabile anche se tradisce il marito per vizio o si vende per il lusso, ma per cui una ragazza che si d per amore, se osa farlo alla luce, schiettamente,  colpevole.
Il suo amore ora voleva la luce.
Ne parl un giorno a Ruggero:
Tu sapessi che volont  in me, di dire a tutti che ti amo.
Ruggero trasal; si ferm un momento e le tocc un braccio:
Maria... La sua voce diceva un rimprovero. Soggiunse: Io capisco. Anch'io vorrei... Ma anche tu devi capire che sarebbe una sciocchezza. Tutto ci che richiede dell'energia o che scompiglierebbe la sua molle pigrizia, per Ruggero  una sciocchezza.
Ti dispiacerebbe?
Non hai capito. Bisogna essere prudenti. Che scopo avrebbe far nascere dei guai?
Vorrei agire alla luce.
Se tutti agissero alla luce! Egli si guardava un filo del guanto in cima a un dito, lo strapp; pensava. Tutto questo  molto bello e le accarezzava il braccio: Che spensierata! E le sorrise.
Maria soffriva d'ogni cosa: era gelosa di tutto. Sorprese un giorno Ruggero, in un salotto, intento a parlare con una donna che ella vedeva di profilo, contro luce, seduta a un tavolino: ne osservava il mento giovane, energico, che appariva di sotto l'ala del cappello e le mani guantate di cui l'una portava la chicchera alle labbra, mentre l'altra accompagnava l'atto con piccoli gesti eleganti: mani snelle, sottili che, guantate, avevano un'intensit d'espressione, straordinaria; oltre la pelle morbida che ne rivelava l'agilit, le dita avevano una morbidezza carezzevole e una snellezza arguta e le palme apparivano misteriose di fremiti. Quelle mani dicevano tutta la donna: sdegnosa e pure pieghevole.
Maria ne soffriva e per non vedere quelle mani, si volse: e scopr a un altro tavolo Ginetta che ascoltava divertita un uomo piegato verso di lei a insinuarle parole basse nel collo, con un fare confidenziale e indiscreto. Di quando in quando, ella rideva a voce spiegata; allorch vide Maria, s'oscur in faccia e finse di guardare intorno; non parl, ma dovette fare qualche cenno furtivo all'uomo, perch subito anche l'atteggiamento di lui appar diverso.
Ora Maria pi che della gelosia, soffriva d'uno strano stupore: era offesa nel suo orgoglio, perch non capiva come una donna che amava Ruggero potesse avere occhi per un altro uomo. Pens che forse Ginetta sapeva di lei e di Ruggero; ma subito ella insorse: questo era diverso, un uomo ha tutti i diritti. Se il tradimento di un uomo pu ferire la donna nella sua fede, l'inganno di una donna offende l'uomo, perch lo macchia e lo diminuisce.
Maria riconobbe nell'uomo che stava con Ginetta, un elegante frequentatore di salotti e ora si spiegava perch Ginetta cercasse la sua compagnia e insistesse per lasciarla sola con Ruggero: la simpatia che sentiva fra lei e Ruggero, le serviva a mascherare le sue amicizie. Maria si ribell: guard Ruggero che sedeva tra la donna dalle belle mani guantate e un loro amico, volgendo le spalle a Ginetta che era nascosta a lui, da un altro tavolo. Insorse pensando che quel giovanotto forse rideva alle spalle di Ruggero. Ruggero doveva sapere.
(Non lo fai per lui.  per te. La voce in lei, oscur il pensiero che le scattava dentro. Perch speri di allontanare Ruggero da lei. Per questo vuoi parlargli. Non  un bel mestiere!) Non parler si disse. E non attese che Ruggero, pregato dagli amici, acconsentisse a suonare. Fuggiva.
Per giorni e giorni l'avvicendarsi di pensieri diversi le suggeriva a tratti l'impeto di parlare e poi la ripiegava nella volont di tacere. Doveva pensare solo a lui: poi che il riso di quel giovanotto offendeva Ruggero, tacere non era lealt, ma complicit.
Mille volte decideva di parlare e poi quando cominciava a dire, s'interrompeva nelle parole. E Ruggero incuriosito le sorrideva:
Che volevi dire?
Nulla. E per distrarlo gli parlava d'altro. Ma quando Ruggero la trascurava per andare con Ginetta e Maria capiva dalle sue parole che egli quasi si sentiva colpevole di fronte all'altra, ella si pentiva di non aver parlato.
Domani glielo dico.
Volle dirglielo per la strada; ed era cos assorta nel cercare le parole in cui egli sentisse solo il suo sdegno e non i suoi piccoli interessi di donna gelosa, che non ascolt ci che Ruggero le diceva rispondendo a una domanda ch'ella gli aveva fatta prima.
Che pensi? insistette egli, stupito ed irritato di sentirla disattenta.
E per non insospettirlo, subito ella volle ripigliare il discorso che aveva iniziato lei. Ma non ne ritrovava il filo e dovette rifare con il pensiero la strada che avevano percorsa, per cercare se nella imagine d'una via o d'una cosa che aveva veduta o d'un viso che aveva incontrato o d'un particolare che aveva osservato inconsciamente, ella potesse ricordare una delle loro parole che le avrebbe forse rischiarato il pensiero e fatto trovare quel discorso dimenticato.
Ruggero approfitt di quel suo silenzio smarrito:
Mi sembri strana. Da qualche tempo sei taciturna. Che c'?
Ella, ghermita, si dibatteva, ma presa alla sprovvista, si trad. Poi, contenta di non essere lei a voler dire e volendo convincere s stessa che era Ruggero che voleva farla parlare, os qualche allusione a quello che aveva veduto. Ma subito una voce, in lei, si ribell:  una debolezza. Allora tent di sfuggirgli:
Ho scherzato. Era pallida e il suo sorriso non era il suo sorriso.
Ruggero le afferr un braccio Dicevi sul serio!
Ella rise:
Ma tu credevi?
Egli non cedeva, rauco, aspro:
Tu non dici bugie. Ti conosco. Cap che ella non voleva dire. Parla. Spigati. E la sua volont si dest e s'impose a lei, cos gagliarda e violenta, che Maria abbagliata d'ammirazione, parl sperando di allontanare Ruggero da quell'altra.
Ella disse quello che sapeva e anche gli raccont della sua volont di parlare e del tormento dei dubb e delle incertezze. Pieg la testa:
Non  bello questo. E pens che Ruggero non avrebbe saputo di chi lo diceva; allora alz gli occhi: Sono spregevole e scrutava il viso di lui.
Ruggero sorrideva (lo stupore le strinse la gola):
Per questo ti affannavi tanto? Ma s, Ginetta si fa fare la corte e nient'altro. E che ci trovi a ridire?  una donna di buon senso che non si compromette. Nel suo mondo fanno tutte cos. Sciocchezze! Ginetta sa che cosa  il nostro matrimonio.
Maria non gli rispose. Soffocava di sdegno.
La signora Ortensia aveva mandato a Maria uno di quei bigliettini scritti con la calligrafia tonda del suo segretario, la quale faceva pensare a tante teste arricciate dal parrucchiere; le solite frasi untuose e commerciali per dire: paghi.
Quando Maria and in cucina a stirare un vestito, Anna che sapeva del conto e voleva attaccare discorso, ma non osava, le disse con un'aria ingenua:
Prima  venuta una bambina con un biglietto per te.
L'ho ricevuto.
Poi che la frase non ammetteva altre domande, Anna os:
Mi pareva che fosse la ragazza della sarta... o della modista.
Hanno la stessa ragazza.
Maria lisciava, lenta, il vestito sul tavolo da stirare.
Mi pareva osserv Anna che fosse un conto.
Irritata al pensiero del conto, Maria si stizz:
Non preoccuparti. Non era per te.
Anna versava del caff in chicchi da un barattolo di metallo, in un piatto.
Bisogna lavare questo barattolo. Sa di metallo. E lo sciacqu ed asciug, attenta. Poi, mentre versava il caff che dava un rumore secco e fluente, tamburellante sul fondo del barattolo e che poi nell'irruenza, divent frusco crepitante, disse distrattamente:
Mi pare che spendi troppo. Ti comperi troppi cappelli, troppi vestiti.
Maria mise gi il ferro da stirare, la guard. Le parole di Pietro udite in quella sera, le gonfiarono il petto. (Anna scoteva ora il barattolo, per uguagliare la superfice del caff.) Maria lisci la stoffa e, mentre stirava, domand sotto voce:
Li paghi tu?
Anna alz il tono:
Parlo per il tuo bene.
A quello ci penso io.
E i soldi, chi te li d?
Maria pos il ferro: la tavola ne trem:
Mio padre, me li d! Mio padre! E tu che cosa intendi con queste domande? Maria vedeva Anna alle spalle, mentre riponeva nell'armadio il barattolo e stava con le braccia alte.
Anna aveva una veste un po' logora e macchiata. Maria la pens vestita per uscire, incipriata e frusciante. N'ebbe un senso di tristezza che le raddolc la voce.
Che vuoi dire?
Niente... Anna si dava un gran da fare nell'armadio. Volevo dirti che avrai fatto dei debiti. E poi, vedi:  per la gente. Gli amici sanno che pap  un uomo all'antica e che non spreca il denaro e penseranno chi sa che cosa.
Maria la prese per un braccio e la obblig a voltarsi. Ma subito, pensando che Anna era incinta, il suo gesto divent affettuoso:
Penseranno che cosa? D pure.
Anna non ricordava che l'ira nell'atteggiamento di Maria:
Perch t'arrabbi? Capirai che ci vuole poco a pensarlo: o fa dei debiti o i soldi non li ha da suo padre.
E tu?
Che vuoi che creda?
Ma pensi che faccia come te, io?
Che cosa?
E ti fa comodo che Pietro sospetti di me, per coprire i tuoi imbrogli!
Sta zitta! Sta zitta! Anna s' svincolata ed  corsa a chiudere la finestra e la porta La ragazza pu tornare adesso. Sta zitta. Tu hai la mana di far sentire i nostri affari alla gente!
I tuoi affari!
Io non so cosa dici.
Dico quello che ho udito.
Anna insorse, nemica:
Oh! ascolti anche alle porte?
Pietro parlava a voce alta. (Anna taceva.) Io non domando di te. E per te, anche, ho lasciato che Pietro sospettasse di me.
Anna alz la testa, parlava rapida, a voce bassa:
Se vuoi saperlo: il denaro me lo hanno prestato.
Maria scosse la testa, triste:
Non ti chiedo niente. Perch dici bugie?
Me lo hanno prestato!
Non ti credo.
Ti giuro.  stato l'avvocato Bretti.
Bretti?
S, Bretti. E poi? Che cosa vuol dire?
Ma tu, capisci quello che dici?
Me lo ha dato per cortesia, per amicizia, perch  collega di Pietro...
...e vuole averne la moglie. Maria le tocc un braccio: So che cos' la gente. Voglio credere, che ancora non ci sia nulla fra te e Bretti. Lo conosco.
Ah! sorrise Anna e il suo sorriso sibil nella voce.
Lo sdegno brill negli occhi di Maria:
 un uomo che vuole tutte. E a lui, hai domandato del denaro! Non  uomo che d per niente.
Non me l'ha dato: l'ha prestato.
Prestare a una donna,  regalare. Se anche ora non chiede niente, un giorno quel denaro gli dar dei diritti. Ho dei debiti io. Ma denari non ne chiedo a nessuno. Poi Maria abbass la voce a una grande dolcezza: Se non lo fai per te, devi pensare al bambino.
Anna si ribell:
Volevo avere tanti vestiti, essere bella per lui. La sposa  giovane, ricca. Pensavo che sarebbe tornato a me. Ti giuro che non c' stato niente fra me e Bretti. Se vuoi, quando l'avr, gli mander subito il denaro.
E dove prenderlo?
Risparmier sulle spese.
Quanto? domand Maria sotto voce. Non vuoi dire? Poi, materna, le prese le mani. Io ho qualche soldo, al paese, alla banca. Pap non me lo darebbe per me, per spenderlo; ma se sapr che questo  il dono per il tuo bambino...
Anna piangeva, in ginocchio.
Maria  contenta; la sua pena s' rischiarata:  cos semplice, dare. E non c' felicit che sia limpida come quella di dare.
C'era aria di festa in casa, da tempo.
Ma un giorno tutto parve sfavillasse di contentezza: pi lucenti i metalli, brillanti i vetri, lustri i pavimenti, i mobili, gli oggetti. E anche ridevano dovunque dei gran mazzi di fiori. Pi che tutto, ridevano gli occhi della signora Giovanna.
Maria corse a lei:
Che festa ?
... ... Vittorina si sposa.
Vittorina! Anche Maria  felice: e vorrebbe domandare. Ma la signora Giovanna ha tanto da raccontare:
Sposa un ragioniere. L'ha conosciuto in ufficio. Un uomo per bene.  affannata. Suona anche la tromba. Si chiama Gustavo Balanzi e con orgoglio: il ragioniere Balanzi. Lo vedrai questa sera.
Vittorina  contenta: pare quasi che la gioia la scolorisca,  pi scialba.
Gli vuoi bene? le chiede Maria Sei innamorata?
Vittorina guarda, confusa, stupita, con i piccoli occhi tondi e intontiti di gallina.
Lo sposo viene alla sera:  piccolo, le arriva poco pi su delle spalle; secco, mingherlino, scuro di capelli, saltellante, asciutto e grigio di pelle. Somiglia a uno scoiattolo: il viso  rappresentato dal naso che vi domina, lungo e sottile e pare che i tratti vi si rimpiccioliscano per prendere poco posto; non si vedono che gli occhi, piccoli, neri, vivaci e lucenti, troppo vicini l'uno all'altro, cercando d'incontrarsi alla radice del naso. Ha i movimenti furtivi, sottolineati dallo scricchiolo delle scarpe. Si mangia i baffi e parlando tiene le mani in tasca.
Maria ha preso l'abitudine di venire qualche sera per aiutare le due donne a preparare il corredo: cuce, taglia, sa dare consigli;  svelta e ingegnosa.
Talvolta, levando gli occhi, Maria vede lo sguardo di Gustavo Balanzi che si crede inosservato, salirle verso i polpacci che ella scopre inconsciamente o indugiarle nella scollatura.
Sorpreso, egli arrossisce e abbassa gli occhi. Gli scricchiolano straordinariamente le scarpe. Maria gli vede i polsini sfilacciati: egli le fa pena. A lui ella fa gola. Non ha mai veduto, il timido impiegato, nella casa e cos da vicino, una giovane donna bella. Donne in casa, egli non ne ha. E le colleghe d'ufficio sono compagne di lavoro, fra cui Vittorina gli parve essere una buona compagnia per la grigia fatica degli anni: docile, modesta, silenziosa. Ma adesso, a vedere una donna che ride con la gola calda e trillante, a sentir frusciare le sue vesti, battere il suo piede, a vedere la sua nuca dolce piegata sul lavoro, le sue mani operose e il suo gesto che scopre il braccio tondo e ignudo e la curva del suo seno che alletta, velato, misterioso, dalla veste,  turbato: pensa che vi sono altre cose al mondo oltre la modestia.
No, non vuol fare torti a Vittorina, neppure con il pensiero. E poi sarebbe una sciocchezza, illudersi: nessuna donna lo ha guardato; ed egli, timido com', non ha osato alzare gli occhi verso una donna. E pure quel fresco odore di donna giovane e bella e quel tepore che Maria diffonde nella voce e nel gesto, gli stuzzicano le nari; egli ne sente il brivido nei sogni, ne sogna al tavolo d'ufficio, sussulta come al suono della sua voce o all'echeggiare del suo passo, per la strada, quando una qualunque donna lo sfiora; ha l'anima pregna di lei, gli occhi abbagliati di lei, le nari imbevute di lei.
La signora Giovanna alza gli occhi durante il lavoro: sono legati in tre da una silenziosa complicit che atteggia diversamente tre tristezze, di fronte alla limpida ignoranza di Vittorina che sorride dinanzi a s, le mani immote sul lavoro, gli occhi perduti nei sogni: scialba e beata.
Maria, una sera, nel salutare la signora Giovanna, indugia sulla porta:
Domani non vengo. (La signora Giovanna non risponde; guarda per terra, nel suo atteggiamento v' qualche cosa quasi di ostile.) Non verr neppure dopodomani.
Fai bene. Ti affatichi troppo per noi. Non sa, la signora Giovanna dire bugie.
Gli occhi s'incontrano: quelli della signora Giovanna, non sono gli occhi della signora Giovanna; quelli di Maria, tristi e limpidi.
Lei sa che non verr... Maria vorrebbe dire altro, ma non pu e le tende la mano.
Quando  a met scale, si volta: la signora Giovanna che  ancora sul pianerottolo, fa un gesto; allora Maria risale i gradini di corsa e si butta fra le sue braccia.
Le loro parole ora non sarebbero che ombra. Solo gli sguardi sono limpidezza.
Poi la signora Giovanna saluta con la mano e a Maria che scende per le scale, pare di sentire che in alto, sul pianerottolo, la signora Giovanna pianga.
Il motivo fu una vecchia lirichetta musicale di Ruggero, d'ispirazione settecentesca, ma viva di fluente freschezza, vicina alla sensibilit nostra, sebbene sospingesse insensibilmente l'anima, verso una morbidezza dolce e molle, minuziosa e scoccante di piccoli passi, di piccole movenze. Ruggero l'aveva suonata a un concerto, poi in casa d'amici. Maria gli aveva domandato l'originale, perch ora aveva imparato a decifrarne le note sui tasti e voleva, suonando con un dito, attenta ed impacciata ma con religioso fervore, la musica di lui, accarezzare qualche cosa di lui: pi che il suo pensiero, la sua anima che sgorgava dalle note in uno di quei momenti di limpidezza, in cui Maria sentiva il suo Ruggero.
Egli esit; alcune volte dimentic di portarle il foglio, balbett, poi si decise: e glielo diede in una delle loro passeggiate. La lirichetta era scritta alcuni anni fa, pubblicata prima che Ruggero conoscesse Maria: portava una dedica mondanamente galante a Ginetta: e pure nel tono e nell'accento faceva pensare alla voce di Ruggero, quando diceva a Maria che amava lei.
Se Ruggero fosse stato con Maria quando ella leggeva la dedica, avrebbe saputo diradare in lei queste ombre; ma lontani, le ombre ingigantivano e la allontanavano da lui. Ruggero le mand un biglietto: partiva per un concerto. Avrebbe potuto, se voleva, cercare d'incontrarla.
Maria fece le valige, and dalla signora Ortensia e firm una carta in cui diceva che avrebbe pagato il conto un poco al mese. Prima di partire parl ad Anna.
Vieni da noi, quando verr il bambino... (Anna non alzava gli occhi.) Lo aspetteremo insieme. Anche la mamma ne sar contenta.
Maria sentiva ora che bisognava voler bene a quel bambino che non aveva un padre e avrebbe chiamato pap, un estraneo il quale avrebbe riconosciuto in lui i propri difetti.
I soldi disse poi te li mander subito.  il dono per tuo figlio. E che fosse per il bambino non era una bugia.
Dalla citt arrivavano tante lettere per Maria. La lontananza aveva fatto considerare Maria quale un'individualit indipendente che aveva la sua vita di cui la mamma era gelosa e il babbo curioso: entrambi erano stupiti di vedere come i figli possono vivere a s e agire da s, senza chiedere consiglio.
Passerotti da nido! diceva il babbo di cui la mamma intendeva la pena che era la sua pena; ella poi sorrideva, additandogli il cielo con lo sguardo limpido:
Il passero guida i passerotti sin che sono loro cresciute le ali e poi li segue con lo sguardo, dal nido vuoto.
Tre ne avevano preso il volo dalla casa; e una era fedele al nido: e ritornando, pareva la stessa che un tempo cinguettava: mamma, pap.
La mamma sente che i figli sono nostri sin che sono delle speranze da proteggere, delle debolezze da guidare; poi un giorno se ne vanno, se ne vanno anche se sono vicini: con i pensieri, i desider, le speranze, le idee nuove. Ma anche la mamma sente che essere madre, vuol dire dare sin che il figlio chiede e poi, quando il figlio tende le ali al volo, chiamato dalla vita verso il sole, essere madre vuol dire attendere nell'ombra.
Consigli? La giovinezza crede solo alla voce delle promesse, alle speranze, ai sogni.
Rimproveri? Quando il figlio ferito torna al nido, la mamma non pensa che a fargli dimenticare le sue pene.
Maria  lieta. Perch non dovrebbero essere contenti anche il babbo e la mamma?
Fra le lettere che venivano dalla citt, quelle di Ruggero passavano inosservate; ora la sua passione sincera, diceva le sue lotte. Se Ruggero le avesse parlato cos un tempo, Maria forse avrebbe ceduto a quella voce che implorava pur rivelando una energia; lontana, le parole la sfioravano appena: e se ella gli scriveva lettere d'ardore, forse in lei parlava la passione che un tempo, accanto a lui, aveva taciuto e di cui ora, gi spenta, riecheggiava l'ardore, come la luce di stelle lontane, gi spente, che arriva oltre lo spazio.
Lontana, ella ritrovava il suo giudizio lucente: non serbava rancore a Ruggero, ma era in lei una grande tristezza al pensiero che egli non l'aveva capita e che ella aveva amato un uomo che non ne era degno. Non rispose a una sua lettera. Ruggero implorava: ora appena sentiva che ella gli dava tanto, con la sua voce, il suo sorriso, il suo sguardo. Aveva lottato per non cedere, per salvare in lei la donna limpida: era vinto. Venisse: egli cedeva.
Le scrisse altre lettere. Maria non le apr. Si pu non aprire una lettera, quando il pensiero che giudica, supera con la sua voce l'eco delle parole ascoltate un tempo.
Un giorno Maria gli mand le lettere di lui. E non gli chiese le lettere che ella gli aveva scritte; e che egli non le fece avere.
La tristezza di lei ora s'irrigidiva in un senso di amara solitudine. Ma anche ella ritrovava s stessa, in fondo a s. Qualche volta ripensando alle parole dette a Ruggero, ella scusava e forse anche capiva gli uomini che, dopo averle detto di non aver amato altre donne come amavano lei, l'avevano tradita. Perch anche ella aveva creduto di amare Ruggero.
Il colle  ancora brullo. Sono fioriti i bucaneve nei dintorni, ma il bosco  ancora arsiccio e spoglio. Non un albero verde: su tutto, alberi, cespugli, erba,  il giallo dell'inverno. Ma domani fiorir a ciuffi il giallo pettegolo delle primule. Occhietti d'oro diceva Nonna Maria ricordando la sua infanzia. Occhietti d'oro che si destano a salutare la primavera che avr nel suo rapido inoltrarsi, uno stormire gaio di foglie e un verde frullare d'ali verso il rifiorire.
Gli parl di s, subito, la prima volta che si videro: s'erano incontrati tante volte nei salotti in cui la vita di provincia s'intiepidiva di malvagie curiosit, scaldando con golosa compiacenza, il pettegolezzo. Visti, prima no. A volte ci vogliono degli anni prima che due si vedano; a volte si vedono al primo sguardo.
Un consigliere fratello del podest, venuto dalla citt, aveva troneggiato nel salotto della cognata, parlando di viaggi, di paesi lontani, di donne belle e di avventure fantastiche, mettendoci di suo tutto quanto ci voleva per abbagliare le ragazze, esaltare le zitelle e ingolosire le donne. Il discorso che valicava lo straordinario verso l'inverosimile, s'allegger di freschezza per una parola che Maria, la quale parlava poco e pareva distratta, aveva detto d'una delle loro donne di casa, che aveva lasciato il paese perch sua madre s'era risposata.
Una madre, qualunque cosa faccia,  sempre la mamma.
Il consigliere masticava le parole, strisciando un dito molle, femineo, sulle ginocchia:
Un uomo ha il diritto di giudicare chiunque. Mia madre era una buona donna, ma era anche una semplice donna. E io lo dico.
Maria incontr gli occhi di Carlo Binelli. E s'intesero. La voce di lei rinfresc il silenzio di un'alito di luce:
La mamma,  la mamma.
Carlo Binelli si trov dopo a fianco di Maria, nel vano di una porta:
Lei ha detto una cosa che io sento profondamente. E sorrideva guardando dinanzi a s con nello sguardo, la dolcezza che ha una madre negli occhi guardando il suo bambino: Mia madre  ancora giovane...
Si rividero ancora e incontrandosi, sentirono di essere amici da tempo. E quando suo padre invit Carlo Binelli a fare tutte le sere la partita, Maria sent che in casa veniva un amico.
Stupiva in lui quell'impaccio delle zitelle invecchiate senza capire il divino rifiorire e il rinnovarsi della vita; pareva che egli si sentisse a disagio fra la gente, come uno che ha gli abiti troppo larghi e lunghi e che ne soffre. Parlava poco; ma sapeva ascoltare.
Maria che s'era abituata a vederlo tutte le sere, gli tendeva la mano come avrebbe sorriso a suo fratello. Di questo egli pativa quasi inconsciamente. Non era brutto; ma a Maria non pareva un uomo. Ed egli lo sentiva nel suo sorriso.
Una sera, mentre gli altri giocavano alle carte, Maria si offerse di fare compagnia a Carlo che aveva ceduto il suo posto a un vecchio generale: d'improvviso gli raccont di s, come se continuasse un vecchio discorso con s stessa, schiettamente, conscia che nelle parole trapelava il suo passato, nettamente: avida di dire, di denudarsi, trascinata dall'ora, spinta da un desiderio di rivelare tutto di s, per sentirsi legata a qualcuno dal suo segreto e per tremarne e soffrirne poi, nella paura di essersi tradita.
Un uomo non sa che cosa sia una donna. Si dice facilmente che una donna  leggera. Io non mi difendo.  ridicolo incolpare l'uomo, perch una donna si d, solo se vuole. Maria parlava sotto voce, guardandosi i piedi irrequieti che le parvero calzati goffamente. Questo particolare la irrit, istintivamente, quasi senza che l'osservazione giungesse a sfiorare il suo pensiero. La sua voce pareva gonfia di rancore che subito dopo le prime parole, si ammorbid: Io solo volevo essere amata. Le delusioni non servono. Vi fu un momento in cui non credevo. Ma dopo non si pu: sarebbe come non credere che la primavera esiste. L'amore verr. Nel silenzio di lui ella lo dimenticava: parlava per s, pur sentendo che c'era chi l'ascoltava, un'attenzione vigile pari alla sua attenta indagine di s che in lei era la vita del suo pensiero ed era anche una forma d'orgoglio.
Quando ella tacque, egli disse:
Lei forse non sa ci che ha fatto, parlandomi cos. Sento che ad altri non avrebbe parlato con tanta fiducia.
Maria lo guard negli occhi con una franchezza che, a un altro, avrebbe potuto sembrare ardire:
Ma lei sa di me?
Anche egli la guard negli occhi:
So che ha molto sofferto.
Maria esit:
Ha inteso dire solo... dell'ingegnere?  una cosa che s' risaputa in paese. L'ombra di un bambino sorse un attimo fra loro. Carlo non os dirlo ed ella non pot parlarne. Solo dopo, sottovoce: Io le parlo cos e forse lei ne sar stupito. C' anche altro. E gli disse di s, semplicemente.
Egli non si stup: soffriva con lei e gli pareva che soffrendo, egli le prendesse un poco della sua pena che ella gli affidava e che fra loro, d'un tratto, ci fosse il vincolo profondo che nasce dal soffrire insieme.
 facile dire: stare sola! Ma tutto ci spinge a credere, a sognare l'uomo che ci amer. Tacque; guardava in s. Dopo disse con voce sorda: Nel primo uomo, si ama l'amore in quello che si vuole dare di s. Dopo si ama l'amore per quanto l'amore ci potr dare. Alz la testa, fiera: Ho tanta paura. Quello che verr, sar l'amore? La sua voce si faceva oscura di ansie: O sar un altro che mi far soffrire? Vede, queste cose solo un uomo sa ascoltarle. E gli alz gli occhi negli occhi, impetuosa, quasi violenta: Dica, che cosa pensa di me? Non attese la risposta, quasi che gli volesse imporre il suo pensiero. Io vorrei che qualcuno mi guidasse e m'insegnasse a non pensare all'amore... Ma dopo scroll la testa e sorrideva: E pure ho tanta fede!
Nella voce, nelle parole di lei, egli sentiva profilarsi la potenza di quell'uomo ignoto che avrebbe saputo farsi seguire da questa donna abbagliata e docile. Desider violentemente che fosse un uomo buono, degno di lei (e avrebbe voluto difenderla): un uomo cui egli potesse credere come a s stesso.
Disse e subito si stup d'aver parlato: Povera Maria. E gli parve, ma solo gli parve, di voler sfiorare quella mano che tormentava le pieghe del vestito. Pareva che quella mano nelle sue improvvise docilit supine, avvicendate da irrequietezze convulse, dicesse tutto il patire di quell'anima ansiosa d'amore.
Ella non aspett che egli dicesse il suo pensiero, doveva parlare:
Ci vuole molta forza per credere a s stessi, quando gli altri ci vogliono convincere che siamo indegni di rispetto. (Tanta ansia  nelle sue parole.): Io non ho mentito a nessuno. Lei... lei mi crede ancora degna di rispetto?
Alla domanda, Carlo aveva detto solo: Maria! e le aveva preso una mano.
Io so che lei  buono. Vorrei... Ma poi scosse la testa: E pure sento che non so obbedire. Solo... ma non lo disse.
Ed egli non domand a chi.
Se quell'ingegnere non fosse stato indegno di lei, Maria, lei sarebbe stata salva. Lei  molto forte. E a voce alta: L'ammiro.
Lo sguardo di lei fior dalla sua tristezza, tra il palpitare umido delle ciglia:
E pure so che se domani verr l'amore o quello che mi sembrer l'amore, ceder. (Egli pens che per un eccesso di sincerit ella esagerasse, ma poi cap che Maria sentiva che avrebbe ceduto.) Io sono molto colpevole. Si deve essere prima figlia, poi donna. Non si dovrebbe sentire questa smania di vita o pure si dovrebbe avere la forza di resistervi.  duro non fare il proprio dovere.
Egli os:
Ognuno ha il diritto di farsi la propria vita.
Senza fare soffrire gli altri. Poi Maria soggiunse: I genitori. Lei non deve fraintendere come sento il dovere. Il nostro dovere sono i genitori, che ci danno tutto.
I nostri figli ci prenderanno quello che noi abbiamo preso ai nostri genitori.
Maria parl irruente, quasi violenta:
Perch c' questa avidit che ci trascina? Nella nostra casa  la pace. E non ci basta. Pensare che nel mondo ci sono tanti uomini e che fra questi, c' colui che ci sapr amare! Non  che si voglia essere cattive: si dimentica. Si vuole solo prendere. E non si pu lottare. Di questo soffro: perch so che se domani un uomo mi chiamer e io gli vorr bene, io non sapr resistergli. Abbandoner la mia casa, i genitori... E vorrei saper essere buona.
E non lo ?
Scosse la testa:
Essere buona,  diverso. Ma c' in noi qualche cosa che urla il suo diritto. E ci pare strano che quelli che ci vogliono bene non sentano che la felicit  questa.
Siamo noi che ci inganniamo.
No. Mio padre parla di un matrimonio di ragione.
L'amore  un pericolo. I genitori vogliono difendere i figli.
La vita  solo nel pericolo.
Parole. Non mi dir che una vita lieta accanto a un uomo che l'amerebbe, non sarebbe la vita nella sua pienezza. Egli arross delle proprie parole che avevano evocato il tepore di un'imagine; o forse da quell'imagine erano fiorite le parole: lei e lui accanto a una culla.
Io sono nata per essere libera.
Una strana energia era nell'accento di lui:
No: dominata. Lei  donna. La dolcezza che gli si era diffusa nel petto s'offusc. E badi che io so quello che le dico, dicendo: donna.
Maria abbass la testa: Lei crede che un uomo potrebbe dominarmi? Abbass anche la voce: Ha ragione: ho tanto desiderato di poter obbedire. E non l'ho saputo. Neppure al primo. Ora mi domando: verr quello che mi sapr sottomettere? Ma dovr amarlo tanto! (Egli sentiva in lei una docilit puerile che l'inteneriva.) La mia vita  stata una catena di menzogne. Ora, lei mi conosce. Che almeno qualcuno sappia tutto di me. Qualcuno cui io posso guardare negli occhi. Qualche volta vorrei dire a tutti il mio passato. Non per giustificarmi, ma perch questo mi darebbe un senso di forza. E pure se penso all'amore che verr, mi pare di essere ancora bambina.
Nell'imagine dell'amore che egli soffr nelle parole di lei, Carlo vide uno sguardo nemico. Si alz:
Abbiamo fatto tardi. Gli ospiti se ne vanno. Buona notte, Maria. Avrebbe voluto dirle anche altro, ma non sapeva se ella lo avrebbe compreso. Si ha paura di dire troppo e anche pare di saper dire troppo poco.
Fioriti i bucaneve tremuli e le primulette d'oro, gli alberi inturgidirono le punte dei rami d'un tremore desioso, che somiglia ai fremiti dell'adolescenza che gonfiano di morbidezza un giovane petto. Non verdi ancora, le gemme: bottoni scuri, che fanno sentire un respiro d'inizio.
Quando sua madre gli chiese del conte Berardeschi, Carlo parl anche di Maria; la mamma ebbe un sorriso negli occhi:
L'ho vista l'altro giorno per la strada ma pareva volesse dire: So che le vuoi bene. Gli tocc un braccio: Si sente che  buona.
Allora il figlio la guard:
Ti hanno detto qualche cosa? (E la vecchia mamma sorrise, balbett, fresca e puerile.) S,  bene che tu lo sappia. Le voglio bene. Tutto l'inverno me lo domandavo e non sapevo se fosse vero. Disse ancora a voce alta Le voglio bene, E se Maria, vorr, sar mia moglie.
La mamma alz le braccia e gliele pos sulle spalle:
Quella che mio figlio ha scelta, sar la benvenuta. Se egli l'ama, vuol dire che  degna del mio figliolo.
Mamma? Non voleva dire; poi a fior di labbro: Ti hanno detto qualche cosa? E siccome la mamma taceva: Di Maria?
Un rossore corse sulla vecchia fronte che subito si rischiar e in quella luce, ogni grinza si distese nella freschezza del sorriso.
S. Gli occhi della mamma fanno vedere in fondo al suo grande cuore che sa tutto l'amore e tutta la bont. Mi hanno detto... Ma questo non mi riguarda. Tu l'hai scelta e mi basta. Le vorr tanto bene. Gli occhi della mamma sono lampeggianti di giovinezza e anche il bianco dei capelli s'illumina e imbiondisce nella luce del sorriso e il roseo che corre sulla stanchezza delle gote, vi diffonde un ridestarsi di giovinezza. Fammela conoscere.
Maria non sa nulla, mamma. Io non so se mi vuole bene. (Alla mamma egli non osa dire Maria non mi ama.) Per questo non gli ho parlato. Io so aspettare. Forse un giorno ella sentir d'essere amata.
Un'ombra: no, la mamma non pu capire come si possa non voler bene a suo figlio.
I germogli alleggeriscono di verde tenero i rami. E su per il colle corre e si diffonde un alito gaio di rosa: fiorite di grappoli erti, sottili, a ciuffi compatti, distendono un roseo tremore di riso e di risveglio. Primavera! Primavera!
Quante cose, in un'anima! E che non debbano lasciare una traccia, una piega? Forse l'anima porta le tracce di questo doppio soffrire che  vivere e pensare; ma solo alla superfice. Ch dentro  un'eterna trasparenza. Solo dopo le prime tempeste, l'anima si ripiega e soffoca la fresca voce interna che raccoglie in s l'irruenza del suo fiorire che sboccier poi, in uno spalancarsi d'azzurro, con la violenza gagliarda delle forze costrette. Se non fossero in noi questa eterna sorgente di limpidezza e questo rinnovarsi di sole, come si vivrebbe? C' nell'anima la divina favilla che nella terra logora, feconda i semi del rifiorire.
Oggi s' schiuso il primo fiore del ciliegio: un petalo di neve, un alito di nuvola, sfogliato dall'alba, posato dal vento.
Le buone chiaccherate con Carlo sono diventate un'abitudine.
Questo non so perdonare agli uomini: di avermi fatta diventare cattiva.
Lei?
Sono stata una civetta, volevo tentare gli uomini per ripagarli di quanto gli altri mi avevano fatta soffrire. Mi davo delle arie ardite, permettevo a tutti di farmi la corte e poi ne ridevo. Gli uomini non capiscono; credono che il sorriso sia come un modo di acconsentire. E pensare che c' chi mi avr creduta felice! Dire di s, le pareva che fosse come scrollare dalle spalle il peso del passato: Come le altre donne, mi piaceva scoprire le spalle, mostrare le gambe, portare vesti attillate e sentire che gli uomini mi volevano e mi trovavano bella e ne soffrivano, perch io non li ascoltavo. A questo, mi hanno fatta giungere! (Carlo la intende e lo accenna con il gesto.) Ma non ero io quella. Io sono diversa. Avrei voluto essere bella per un solo uomo.
Lo so, Maria.
Mi dica lei come dovrei fare perch quelli che hanno conosciuto le mie vesti scollate e il mio fare provocante, non ricordino. Forse parlavano di me come delle altre, di quelle che non sentono l'amore.
Lei crede ancora all'amore? Nello sguardo di lui c'era il suo pensiero: Lei che n' stata tradita? E la sua voce tremava d'ansia.
Credo: in tutte le cose d'intorno si sente l'amore. Io mi dico questo: non sar io la sola ad essere sincera. Tante volte mi sono domandata: che non ci sia anche un uomo che senta l'amore cos: questo bisogno di guardarsi negli occhi, di credere, di dare. Ora Maria non si ricordava di parlare a un uomo.
Forse ci saranno tanti uomini onesti parlando, Carlo non la guardava e degni di lei. E lei?
Ella non intese:
Tanti uomini? Non credo. C' un solo uomo al mondo che pu essere tutto l'amore di una donna, come c' una sola donna che pu essere tutta la vita d'un uomo. Ci sar forse pi d'un uomo franco e leale che potrebbe amarmi. Ma fra questi c' un solo uomo in cui io sentirei il padrone: quello di cui, a vederlo, io non penser: sar sincero? mi amer? ma cui andr incontro con l'anima offerta: l'uomo in cui avr fede per istinto, non per ragionamento. Questo  l'amore.
Questa  passione.
L'amore  passione.
Ma poi diventa affetto.
Ella scatt con gli occhi sfavillanti:
L'amore  fatto di eternit.
Ascolti, Maria egli le aveva preso le mani, poi si pent dell'atto e gliele lasci andare e in quel gesto, le dita di lei gli sfiorarono le ginocchia; allora ella ritrasse le mani. Nella vita d'una donna, c' altro. E non pensa che cosa sarebbe per lei avere un bambino? (Nello sguardo di lei, egli cap di aver destato il ricordo del suo bambino e ne soffr con lei e si irrit con s stesso.) Vede, io non so essere che goffo... Un povero uomo goffo. Vorrei dire tante cose e poi vede come parlo. Volevo dire che lei pu avere un bambino. La vita  questa. E sar felice anche se l'uomo che lei incontrer, non sar che un buon compagno.  lo scopo della donna, avere un figlio. (Maria taceva.) Non crede? Lei mi ha detto tanto di s, che mi pare di avere quasi il diritto di consigliarla. Mi perdoni se le parlo cos. Non pensa come suo padre sarebbe felice di vederla sposata? Perch vuole aspettare, sognando un'idea? Lei dice che l'amore verr? E se non l'incontrasse? Egli si stupiva di osare parlarle cos. O forse lei creder ancora. E non sar l'amore e dopo sar un'altra tristezza. Io non vorrei dirle cose che la fanno soffrire. Lei pure sente che fuori del matrimonio, l'uomo sfrutta la donna. Un cattivo marito non fa soffrire quanto un amante, perch la moglie  quella che porta il suo nome.
E chi le dice che io non pensi anche al matrimonio? (Maria sent qualche cosa come d'ostile, fra loro.) Le pare forse che dovrei sposare un uomo che non amo?
Sarebbe suo marito.
Ma sarebbe un uomo che non amo. Cap il gesto di lui: Lei dir che io sono stata per curiosit d'un uomo che non amavo. E lei sa se ne ho sofferto! Non dica di no: lei lo pensa. E poi anche:  cos. E pure mi creda, che  diverso cedere all'istinto, a una curiosit. Sposare  un'altra cosa:  la promessa di una vita,  il consenso di tutto l'essere, del pensiero, delle speranze. Sarebbe indegno di me.
Ma sarebbe la pace, la famiglia, un rifugio alla sua ansia. Non pensa? La casa. Una casa sua. (Ed egli vedeva lei e lui, le loro teste vicine sotto il lume.)
Maria taceva; nelle parole di lui le pass dentro l'imagine di una piccola casa lontana, con le finestre in fiore. Anche, vide una culla. Una voce maschia la fece vibrare. Penetrata da quella voce, non ascolt la voce di Carlo; ma poi, mentre egli le parlava, sent che qualche cosa l'avvampava: lo guard, cap, ne fu turbata e intimidita. E sent che egli soffriva. Anche l'amico ora s'allontanava. Ma non gli serbava rancore.
Non mi guardi cos, Maria. Forse lei ha capito... Io so che lei... che non mi vuole bene. Ma se lei volesse... Ho paura per lei. Lei sa quanto la stimo e che fra tutte, scelgo lei. No, non le dir niente ora. E anche lei non mi risponda. Ci pensi. Se n'era andato balbettando, umiliato.
Quel che di ostile che era sorto in lei, cedeva di fronte a un senso di pena. Questo, questo avrebbe dovuto essere l'amore?
Poi la tristezza si snebbi e dal suo stupore sbocciava un tremito di riso; ed era un gioioso rabbrividire.
Vuole sposarmi? Sposare me?
Dunque c'era un uomo che credeva in lei, che la sentiva fresca e degna d'amore e di fiducia? E allora: perch non sperava? Sarebbe venuto e le avrebbe detto, stringendola con il braccio dolce e gagliardo: Devi dirmi tutto di te ed io voglio dirti tutto di me. Io e te, sempre. Nella gioia Maria ritrovava quel bisogno di creare il sorriso e Carlo le faceva tanta pena. E si rimproverava di non saper rispondere alla sua fiducia con la parola che egli sperava da lei. E avrebbe voluto poter essere buona con lui che l'aveva innalzata con la sua fede, e non sentiva che da quella fede che egli le offriva umilmente, fioriva in lei la speranza che sospingeva i suoi sogni tanto lontano da lui; e balbettava e sussurrava e prometteva a s stessa: Verr... Verr...
Ma anche, era in lei una tristezza: sentiva che dover ripagare con l'ingratitudine il bene che ci  stato fatto,  forse pi triste che ricevere l'ingratitudine per il bene che s' fatto agli altri.
Alla mattina, oltre le stecche delle persiane, ai lati, filtrava e brillava il polvero d'oro del giorno, che metteva nella camera come un'impazienza. I mobili e le cose fingevano di dormire ma si tendevano a cogliere le voci della strada che avevano la sonora gaiezza del risveglio; e quel loro destarsi era come la bugia ingenua dei bambini che, fingendo di dormire, socchiudono gli occhi tra un vibrare fitto di ciglia, per ascoltare.
Solo la lampada dormiva perch la lampada non ama la luce del giorno; e dormiva anche una farfalla che la sera era stata attratta dal lume.
Ancora il tepore del sonno pesava nelle vene con una morbidezza pigra, ma tra le palpebre s'insinuava un punteggiare come di curiosit; e nello sguardo che sbocciava, fiore mattiniero, fra le ciglia, balenava l'ansia del sole.
Freschezza! Freschezza! Scalza, Maria spalancava le persiane e l'onda d'oro del sole invadeva la camera, sfaldando e disperdendo il calore del sonno che si rifugiava nella tristezza delle pieghe grigie delle lenzuola. Subito Maria scioglieva coperte e lenzuola, perch la freschezza del mattino profumasse anche il letto.
Buon giorno uccelletti! Il ciliegio  fiorito in una notte. Tremano sui rami soffi di bianco che sembrano pesare e piegarsi, tanta  l'intensit della loro bianchezza.  stato l'acquazzone di ieri. Buon giorno, caro ciliegio. Hai dormito bene? Buon giorno. Buon giorno.
Io s che ho dormito bene! Che dice l'olmo, laggi? Dici che sei giovane? Ma s, anch'io sono giovane. Senti: giovane, giovane cos.
Le braccie stese, le reni inarcate, le pare di sorgere dal raggio di sole. Ad alzare le braccia, le pare che vi scorra tutta la primavera!
E risorgevano in lei gli stessi impeti di felicit che scattavano dall'inquietudine dell'adolescenza e le stesse freschezze; e in lei salivano le stesse onde di riso, che s'incrinavano d'un vibrare di pianto, come vene di verde, aspre e sottili, tra la freschezza ridente dei fiori.
E ogni risveglio aveva i suoi barbagli di luce, tra le palpebre palpitanti come ali impigliate in un polvero di sole. Affioravano i ricordi lontani, quando sull'infanzia, s'appuntava di curiosit l'inquietudine misteriosa dell'adolescenza, che s'afflosciava in supine tristezze, per poi sorgere trillante di scomposta allegria.
Adolescenza, delicato inturgidirsi di frutto, che mantiene sulle gote un fluttuare di freschezza in boccio, alitata come da un polvero di sopore.
Tutte le mattine fiorisce qualche cosa per dilatarsi nel caldo respiro del meriggio e ripiegarsi nell'attesa, alla sera e risbocciare con la luce, l'indomani. Freschezza! Freschezza!
Sole, dimmi:  vero che io ho tanti anni dietro le spalle? Se mi volto indietro, non vedo che fiori e azzurro e innanzi a me si spalanca l'azzurro. Mi sento cos lieve e fresca e gioiosa, cos vicina a te gran luce del mattino e ai petali riversi sotto la dolcezza pesante della rugiada notturna e alle foglie vibranti e alla freschezza umida dell'aria che un raggio gi penetra di s in un largo riso d'oro.
 vero che io abbia visto tante primavere, se il mio sguardo  sbocciato questa mattina e la mia bocca  fiorita oggi e trema come i petali avvinti ancora al calice e la mia voce e la mia anima sono fresche del risveglio?
Ella sentiva che uno splendore fluiva nelle sue vene, e che nelle sue vene c'era l'ardore e il sapore della vita, ch'ella ignorava: sentiva fluire in s una delizia ch'ella non poteva conoscere, perch era sola. Poter dare tutto questo!
Primavera, fammi esser giovane sempre! Senti: io sono fatta di te, io sono te fatta sguardo, voce, movenza e sorriso. Fa che io rifiorisca con te: dammi l'ombra delle tue foglie, che nel tuo oro mette una sosta di riposo nell'abbaglio di tanta luce, per colorare di giovinezza questi miei capelli che gi sono venati di qualche filo d'argento.
Non senti? Ho il roseo dei tuoi fiori, fatto fluido, a fior della mia giovane pelle, ho nel sorriso la limpidezza delle tue sorgenti, ho negli occhi i bagliori dei tuoi fermenti fecondi, ho nel passo la levit aerea dei tuoi soffi, ho nel gesto lo stupore gioioso del dischiudersi dei tuoi germogli, ho in queste giovani braccia la fresca morbidezza di tutte le tue fiorite: io fiorisco ogni mattina, come i tuoi fiori alla luce, io sono una corolla di giovinezza.
Fa che io sia sempre come un petalo di rosa riverso che, sfatto di dolcezza, accoglie una goccia di rugiada pesante e se ne imbeve.
Estate, dammi le tue nebbie d'oro, le tue vampe in cui l'azzurro si discioglie e l'oro si disf per confondersi in bianchi vapori e tutto ci che vive si dilata e assapora in una lenta dolcezza, pigra e felice, la gioia di essere.
Freschezza mia, un giorno saprai fare anche dei miei capelli bianchi, una freschezza?
Primavera, fammi essere giovane sempre!
Ora Maria non si sentiva pi timida fra la gente, come un tempo. Neppure allora, nelle sue incertezze, ella aveva tentato d'imitare le donne che incontrava dovunque e che piacevano agli uomini; ma poich non era sicura se lei, cos tutta scatti e sincerit balzanti, sarebbe stata capita, aveva voluto passare inosservata; e tuttavia questo contrastava con il suo istintivo bisogno di salire alta sopra gli altri e di sentirsi lambire le caviglie dal respiro della folla: allora, ne aveva sofferto in uno scontento che le era sembrato impaccio e non era che orgoglio; ed ella s'era disprezzata per quello che le pareva una timidezza.
Ora invece era fiera della sua personalit gagliarda e prepotente e, sdegnosa degli altri, si lasciava apparire quella che ella era: aveva slanci di entusiasmo e impeti di riso, freschezze e vivacit che la isolavano fra le altre donne. Ed era orgogliosa di non somigliare che a s stessa. In tutto ella avrebbe voluto imprimere qualche cosa di s: tutto plasmare di s, tutto improntare ai movimenti irrequieti del suo pensiero.
Solo di fronte agli alberi e ai fiori, come dinanzi a tutte le grandi cose che scaturiscono dalle radici di una primordiale ed eterna potenza, come dinanzi a tutto ci che esprime la luce di una verit, ella si sentiva umile e piccola. Donna. E con che umilt e con che trepida delicatezza, ella amava i fiori, gli alberi e le cose semplici e pure della vita, in cui sentiva con la trasparenza delle forze primitive, quella chiarezza che  riflesso di fede, essenza di vita, sorgente d'amore.
E come ella godeva di questa sua debolezza, di questa fragilit che le tremava nel cuore in una dolcezza dolorosa di felicit! E avrebbe piegato le ginocchia in questa onda di dolcezza che saliva e le stringeva la gola di gioia e le opprimeva il petto di lagrime: quando? Quando sarebbe venuto?
Si sentiva gi schiava di lui, presa e palpitante, vinta e felice. Perch solo cos Maria sentiva di somigliare ai fiori, alle piante, alle foglie fruscianti parole che solo adesso ella intendeva nella loro luminosa, eterna verit; e solo in questo si spegneva quella sua acre e dura volont di stare alta su tutti e ne nasceva un'umile, segreta felicit di sentirsi confusa e perduta in tutto ci che vive e fiorisce e che con le sue diverse voci, dice cantando o soffrendo, la grande parola che nella luce o nell'ombra, nel sorriso o nelle lagrime, ha una sua eterna bellezza: amore.
S: lo sentiva. L'Amore sarebbe venuto. Lo sentiva nel fremito vorace delle sue vene e in quel delicato pudore che sbocciava dalla sua ansia e in cui maturava il frutto di un ardore che gelosamente ella aveva serbato puro in lei, per lui.
Lo chiamava. Lo attendeva. L'ora di gioia fiorisce per tutte le creature: in uno sguardo che  limpidezza e fiducia, in un sorriso che  fede e bont, in un ardore che  luce e vita.
L'Amore: l'uomo che le avrebbe dato e avrebbe preso in lei, quello che ella aveva voluto dare all'amore (e che non aveva ancora dato, per poter darlo a lui) e che aveva sempre sperato dall'amore e sentito nell'amore; l'uomo che avrebbe colto in lei la nuova e fresca fiorita che ella era in quella sua attesa e in quella sua fede.
E ora Maria non temeva agguati dei sensi, n illusioni del sentimento. La sua voce si riconosceva fra tutte: era la voce dell'Amore.
Colui che l'avrebbe soggiogata e presa con uno sguardo e dominata con la carezza d'una mano soavemente gagliarda e tenace. Colui cui ella aveva serbato e avrebbe dato una sua verginit pi profonda e delicata. Colui che avrebbe fecondato la sua freschezza con il germe stupendo d'una dolce forza conquistatrice.
Lo aspettava in ginocchio, con l'anima radiosa di luce, lo chiamava il suo padrone e aveva negli occhi e nel cuore, lagrime di felicit.
L'Amore sarebbe venuto e le avrebbe impresso nel cuore, come un giuramento che fonde due vite innamorate, una parola di luce: sempre.
Perch guardando la limpidezza azzurra, immensa e libera del cielo, si sente che si pu credere alla parola che ci canta nel cuore, trepida come una speranza, salda come una promessa: sempre.
...
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...
FINE.